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Profughi, Pennisi: norme per il lavoro e minori alle famiglie italiane | La Stampa

Intervista con l’Arcivescovo di Monreale sulle proposte della Chiesa: «Così si supera l’emergenza»

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GIACOMO GALEAZZI
Pubblicato il 18/08/2015
Ultima modifica il 18/08/2015 alle ore 10:39

In prima linea nel soccorso: alla Caritas ospita gli immigrati curati dall’Ordine costantiniano di cui è priore. E nella mediazione con Ue e governo Renzi: chiede di cambiare il regolamento di Dublino (secondo il quale è il primo stato di arrivo a farsi carico delle richieste di asilo), di estendere ai profughi la copertura assicurativa dei lavori socialmente utili e di affidare alle famiglie italiane i minori non accompagnati. «Ci rimbocchiamo le maniche, inseguiamo soluzioni non polemiche», spiega. L’arcivescovo di Monreale Michele Pennisi, segretario Cei per l’educazione cattolica e membro del Dicastero vaticano Giustizia e Pace, trasforma gli sbarchi in interventi di accoglienza. Galassia di ostelli, ambulatori, mense in una delle diocesi più vaste d’Italia.

«Vogliono lavorare, ma le norme lo impediscono», riferisce al termine di un incontro coi profughi a Montelepre. «Non sfruttamento di manodopera ma impiego a favore della collettività: un esempio sono le addette eritree delle nostre strutture».

Riconosce lo strabismo Ue («quando arrivano qui sono un problema italiano, appena passano in Francia o in Inghilterra diventano un’emergenza europea»), però «basta l’ordinanza di un sindaco per consentire ai profughi di lavorare». Pragmatismo di frontiera e opere di solidarietà. «Concretezza».

Quali interventi in concreto?
«Per un accordo con la prefettura di Palermo accogliamo gruppi di quaranta immigrati, compresi neonati, nell’antico “Ospizio Balsamo”. Vitto, alloggio e assistenza sanitaria. Molti soffrono di denutrizione, bronchiti, faringiti, dermatiti dovute alle pessime condizioni igieniche sulle barche. Alcuni hanno ustioni alle gambe per incidenti avvenuti a bordo delle carrette del mare e contusioni per le percosse degli scafisti. Il dramma dell’immigrazione è un dato storico con cui confrontarsi quotidianamente, non esistono ricette risolutive. Sul campo va resa tangibile la missione a cui la Chiesa è votata. Bisogna essere prima che apparire. È una colossale opportunità».

E il pericolo di un’invasione?
«L’immigrato è un essere umano da accogliere e contribuisce ad arricchirci economicamente, culturalmente e religiosamente. Non è un fenomeno straordinario e temporaneo, dobbiamo farci i conti ogni giorno. Una realtà da considerare nella sua totalità (paesi di origine, transito, destinazione finale). Serve buon senso, non misure emergenziali. Dobbiamo guardarci dal cinismo di chi pensa di approfittare delle sventure altrui per fare affari. Uno scandalo».

Chi ci specula?
«Immobiliaristi, cooperative legate a personaggi politici, fornitori di servizi, alberghi che ospitano immigrati. Hanno vantaggi economici, senza preoccuparsi della qualità della vita degli immigrati. In mega-strutture come il Cara di Mineo è impossibile l’ integrazione. E invece ci sono famiglie disposte ad accogliere i minorenni non accompagnati dando loro assistenza sanitaria e inserimento scolastico e sociale. Pescatori, militari, medici, volontari, operatori della Caritas, parrocchie, associazioni garantiscono la vicinanza, il soccorso. Argine di civiltà alle stragi degli innocenti che riducono il Mediterraneo in immane cimitero sotto un velo di indifferenza».

Cosa vi ha detto Francesco?
«Di provare vergogna. Un atto di accusa verso i responsabili diretti o indiretti delle tragedie ma anche un’assunzione di responsabilità, un esame di coscienza, per tutti. Decine di migliaia di morti in mare chiedono verità, giustizia e solidarietà. È ipocrisia ridurla a emergenza di breve durata. Di fronte a guerre, conflitti interni e iniqua distribuzione delle risorse economiche, è un crimine chiudere le porte all’immigrazione senza rimuoverne davvero le cause».

Quali sono i passi necessari?
«Mancano politiche di accoglienza e integrazione. L’unica maniera umana di accoglierli è integrarli sul territorio, attraverso strutture piccole, a misura d’uomo. Nei centri in cui vengono ammassati migliaia di profughi è impossibile andare incontro ai bisogni di ciascuno. Per ogni migrante deve esserci un percorso personalizzato con borse lavoro, tirocini formativi, corsi di italiano, ricongiungimenti familiari. Se ognuno fa qualcosa, allora possiamo fare molto. Un grido di giustizia».

Sorgente: Profughi, Pennisi: norme per il lavoro e minori alle famiglie italiane – La Stampa

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