Cultura

Chiesa, politica, e … “Mammasantissima”. Intervista al Cardinale Pappalardo | lavocedifiore.org

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domenica 3 settembre 2006 – di Ariel Levi di Gualdo

Carlo-Alberto-dalla-ChiesaNell’ anniversario dell’assassinio del generale Dalla Chiesa…

[…] «Non basta osservare la legalità, se il senso del dovere morale e della giustizia non forma prima le coscienze. Tutto passa per la rottura d’equilibri di collusione tra politica e Cosa Nostra, ma purtroppo è sempre diffusa un’ idea letale: “Se le cose non possono esser cambiate vanno lasciate come sono”. Così si accetta che la politica sia stata scissa dall’etica, se non peggio fusa talora al malaffare. Per i cristiani, la rottura d’equilibri perversi, è in mano all’uomo sin da quando Dio ci ha donato il libero arbitrio» […]

MAFIA: LA CHIESA, L’ITALIA…. e W O ITALY. L’URLO DI KAROL J. WOJTYLA AD AGRIGENTO (1993)

CAMPANIA. A POMPEI, IL SILENZIO ASSORDANTE DEL PAPA SULLA MALAVITA ORGANIZZATA. IN NOME DEL DIO MAMMONA (“CARITAS”), BISOGNA CONVIVERE CON LA “CAMORRA” E CON “MAMMASANTISSIMA”?! Il vicedirettore della sala stampa vaticana precisa: «perchè ne ha parlato altre volte»

L’INTERVISTA.

-  L’ottantottenne cardinale parla del ruolo della Chiesa in Sicilia.

-  «La nostra missione ci porta a essere schierati col popolo». «Il pizzo uccide l’economia».
-  E su don Pino Puglisi: «Non faceva il poliziotto antimafia, ma la sua fede vissuta nel sociale era un affronto alla criminalità»

-  Pappalardo: col Vangelo sviluppo e lotta alla mafia

di ARIEL LEVI DI GUALDO (LA SICILIA, LUNEDÌ 22 MAGGIO 2006)

Nel 1981 Giovanni Paolo II si rivolse ai vescovi siciliani dicendo: «la struttura, o la cosiddetta mentalità mafiosa, crea misfatti nocivi al buon nome della Sicilia. Questa mentalità, protetta da omertà, pretende di fare a meno della Legge. So che la Chiesa locale ha sempre reagito cercando di aiutare i fedeli a maturare una coscienza etica».

Dopo un primo testo pubblicato nel 1952 la Conferenza Episcopale di Sicilia emanò un sunto dei precedenti atti nel 1994: «La Mafia fa parte del regno del peccato e fa dei suoi operatori operai del Maligno. Chi fa parte della Mafia è fuori dalla comunione ecclesiale».

Nell’ottobre 2005 il Metropolita di Messina, mons. Giovanni Marra, dichiara: «La Città è lasciata in mano alla mafia. Solo certi gruppi di potere possono portare voti, favorendo piccoli uomini e tenendo fuori le menti oneste”.

Nel gennaio 2006 il Metropolita di Siracusa, mons. Giuseppe Costanzo, attacca il racket delle estorsioni e dichiara: “La condanna dei vescovi è ferma, ma la nostra rimane una missione socio-religiosa, il resto compete alla D.I.A».

Il tempo scorso non ha cancellato il manifesto della Curia Metropolitana di Siracusa, che da vari angoli recita sbiadito: «La Chiesa è con voi vittime del pizzo. Voi non siete soli a lottare!». Tutt’intorno una Terra dove piccolezza politica e accettazione del malaffare, uccidono spesso più crudeli della vecchia lupara.

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Cardinale Salvatore Pappalardo

Il Card. Salvatore Pappalardo, classe 1918, Arcivescovo Metropolita emerito di Palermo e protagonista di quest’intervista, è una figura che non richiede presentazioni.

 

Eminenza, il 15 gennaio di quest’anno l’arcivescovo di Siracusa definì “sanguisughe” i mafiosi in un manifesto di solidarietà alle vittime del pizzo che avevano affisso volantini anti-racket e ribadì la condanna della Chiesa alla mafia. Politici e leghe anti-racket non lo sostennero. Si possono eludere certi temi e poi lanciarsi accuse d’insensibilità sui problemi di mafia in campagna elettorale?

«Non avranno avuto la sensibilità di capire che si trattava di una condanna condivisibile. Non ci vedo malafede, solo superficialità. La nostra missione ci porta ad essere schierati col popolo che è nostro dovere servire, non carezzare all’occorrenza per poi tornare a deludere. Col popolo i vescovi sono abituati a condividere gioie e dolori, n’è prova quel manifesto di Mons. Giuseppe Costanzo».

Malgrado le recenti proteste a Palermo otto commercianti su dieci seguitano a pagare il pizzo. A quando il salto dal silenzio alle denunce?

«La Sicilia è fonte di ricchezza per tutto il Paese, che dal Mediterraneo potrebbe rilanciare l’economia nazionale. Il pizzo uccide l’economia e il mercato del lavoro. Chi impianterebbe imprese, sapendo che già prima di aprire busseranno alla porta gli estortori?»

Sei giovani siciliani su dieci lavorano in nero. In privato alcuni politici replicano: “Possiamo togliere ai giovani il lavoro che la piazza offre?”. A chi produce occupazione così, ed a chi non applica la Legge perché troppo “sensibile” al problema della disoccupazione, che vorrebbe dire?

«L’illegalità genera illegalità, talora anziché combatterla si altera la realtà dando all’illecito una dignità salvifica. Lo sfruttamento si muta così nella perversa “bontà” del solo lavoro possibile. Dove arriverà in sviluppo un Paese in cui una gran fetta d’economia è sommersa? C’è poi un altro sommerso: quello della criminalità che produce anch’essa lavoro, consensi e favori da ricambiare. L’uomo non è uno strumento da sfruttare facendo leva sui suoi bisogni vitali, a partire dal lavoro, ma un patrimonio di dignità da rispettare e valorizzare. Un onesto lavoro dato, svolto e retribuito, genera una società etica e civile».

Alcuni amano citare il Card. Ruffini che disse: “La Mafia è un’invenzione dei comunisti”. Perché la scomunica emanata nel 1994 dai Vescovi di Sicilia non estingue questa frase detta mezzo secolo fa da un vescovo appena giunto a Palermo da Mantova?

«A estrapolare sospiri da discorsi legati ad anni lontani chiunque finirebbe condannato. I Vescovi di Sicilia hanno emanato una scomunica contro gli autori di certi omicidi già nel 1952. Quando nel 1983 fu rivisto il Codice di Diritto Canonico, nella nota pastorale del 1994 replicammo che mafiosi e collusi dovevano ritenersi fuori dalla comunione della Chiesa. Senza mutar sostanza usammo un lessico più adeguato per ribadire una scomunica latæ sententiæ che opera in capo ai mafiosi ed a chi ne favorisce traffici e crimini. La lotta alla Mafia, la Chiesa deve farla con l’amore del Vangelo, senza i proclami oggi tanto di moda».

Altri accusano che Don Pino Puglisi fu ucciso “perché lasciato solo dalla Chiesa nella lotta contro la Mafia”. Chi, meglio di lei, potrebbe smentirlo?

«Questa figura è stata spesso falsata. Don Pino faceva il suo dovere di parroco e di educatore in un quartiere dove si reclutava manovalanza mafiosa, non faceva il poliziotto antimafia. Il suo Vangelo vissuto nel sociale era un affronto alla criminalità. Quell’assassinio è stato anche un monito rivolto ai preti che svolgevano lo stesso lavoro in zone a rischio di Palermo, dove ancora operano.

Un’educatrice cattolica disse: “Ai giovani hanno rubato i sogni, resta da rubargli la vita”. Nei salotti della politica siciliana ci si destreggia tra i delicati equilibri, nelle parrocchie si cerca di educare alla legalità giovani trascurati da chi è preso da delicati equilibri. La ricerca di consensi, potrebbe assopire la lotta a Cosa Nostra, alla quale bisognerebbe strappare la borsa di voti che ancora detiene?

«Non basta osservare la legalità, se il senso del dovere morale e della giustizia non forma prima le coscienze. Tutto passa per la rottura d’equilibri di collusione tra politica e Cosa Nostra, ma purtroppo è sempre diffusa un’ idea letale: “Se le cose non possono esser cambiate vanno lasciate come sono”. Così si accetta che la politica sia stata scissa dall’etica, se non peggio fusa talora al malaffare. Per i cristiani, la rottura d’equilibri perversi, è in mano all’uomo sin da quando Dio ci ha donato il libero arbitrio».

È giusto continuare a far piovere pesci in questa Regione che per territorio e arte è la più ricca d’Italia, piuttosto che iniziare a fornire i siciliani di canne da pesca, strappandoli ad un serbatoio di voti che produce politici mediocri e manipolabili?

«I fondi piovuti nel tempo sono stati sprecati anche in modi assurdi, anche in opere illecite. In trentacinque anni di episcopato a Palermo ho lamentato spesso le devastazioni di un assistenzialismo che inibiva l’ingegno creativo dei cittadini e che li poneva in stato di asservita sudditanza. Questo ha rovinato la Sicilia, ed i frutti si vedono ancora. Spero che nessuno prosegua su questa falsariga».

Criticare un imam non è permesso, mentre si può usare la Santa Sede per il tiro al piccione. Invitare i rabbini a tacere farebbe urlare all’antisemita, mentre i vescovi sono esortati a tacere su temi che toccano nel vivo i cattolici. I preti dell’integralismo laico, giungeranno a togliervi il diritto di parola?

«Il termine “laico” usato oggi per indicare i non credenti, nasce dal lessico ecclesiale e indica i credenti che non sono ministri di culto. Magari ci fosse in Italia un sano laicismo capace a dibattere per lo sviluppo del Paese e la felicità dei cittadini! Pensiamo all’armonia della Costituzione, nata da uomini contrapposti per appartenenze politiche diverse, ma mossi da un fine comune: il bene dell’Italia e degli italiani. Il laicismo che oggi molti ostentano è una ricottura di vecchi vezzi non più proponibili. Non c’è bisogno d’agitare il laicismo contro una Chiesa che cerca solo d’aiutare lo Stato fornendogli buoni cittadini».

E i radicali anticlericali che hanno celebrato la presa di Porta Pia?

«La Chiesa li benedice! Papa Paolo VI disse che il 20 Settembre 1870 liberò il papato dalla zavorra dello Stato Pontificio, restituendo la Chiesa alla sua naturale missione pastorale. Basterebbe documentarsi, anziché fabbricarsi nemici, che peraltro ignorano d’esser tali».

La Casa del Grande Fratello e l’Isola dei Famosi non hanno ancora spento il cervello degli italiani, anche se siamo sulla buona strada. Molti ricordano le sue parole dal pulpito di Palermo, sotto il quale sono finite le bare dei servitori dello Stato. Oggi quale augurio rivolge agli italiani, in particolare a quelli di Sicilia?

«All’Italia auguro di rimanere unita, lasciando da parte certe idee federaliste che potrebbero creare altre divisioni e portare la ricchezza nazionale a infelici ripartizioni. Il nostro Paese ha costruito le cose migliori col tributo dei suoi cittadini meridionali, morti all’occorrenza per lasciare ai figli un’Italia libera e unita. Auguro ai siciliani di trovare in sé stessi la forza che non può cadere dall’alto. Basta dire che “manca lo Stato”, lo Stato sono i cittadini. Se un boss come Provenzano è stato quarant’anni latitante, vuol dire che anziché volontà a isolare c’è un malcostume che protegge. Si ribellino e scendano in piazza a protestare affinché Cosa Nostra sia isolata, se vogliono sanno farlo».

Eminenza, grazie per l’intervista. Posso dire agli amici d’aver conosciuto un pezzo di storia d’Italia?

«Dica loro d’aver conosciuto un uomo che ha amato il popolo che Dio gli ha affidato ed un italiano che ogni giorno prega per l’Italia e gli italiani».

Ariel Levi di Gualdo2 Febbraio 2006

Sorgente: Chiesa, politica, e … “Mammasantissima”. Intervista al Cardinale Pappalardo | lavocedifiore.org



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