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La rivoluzione del 1848 | Archivio Storico Eoliano

archiviostoricoeolianoLa rivoluzione del 1848

“Sicilia all’armi!”

La rivoluzione a Palermo nel 1848

La prima a partire fu Messina. All’alba del 3 giugno 1847, nel giorno della festa cittadina della Madonna della Lettera, la statua di bronzo del re, che era in piazza Duomo, oggi in via Garibaldi, appariva con le orecchie tappate da bambagia e con la benda agli occhi, ad indicare che Ferdinando era sordo alle richieste dei siciliani e cieco perché non vedeva quale era la situazione. Era un primo segnale che qualcosa bolliva in pentola. E ciò a cui ci si apprestava era una insurrezione che sarebbe dovuta scoppiare congiuntamente il 2 settembre a Messina e Reggio Calabria. Ma l’1 settembre si presentò l’occasione  di catturare tutto lo stato maggiore borbonico in un colpo solo,e quindi si decise di anticipare gli eventi. Il 1° Settembre 1847 alle ore sei del pomeriggio cinque gruppi partirono da diversi punti della città chiamando alle armi tutti i cittadini. Gli ufficiali, avvertiti tempestivamente della rivolta, erano scappati per rifugiarsi nei quartieri militari e nelle fortezze. In un primo tempo i messinesi sembrarono avere la meglio. Erano numerosi quanti dalla marina si dirigevano al forte ed avevano occupato diversi posti doganali. Ma poi l’esercito ebbe la meglio ed a sera la rivolta era stroncata. Gli insorti trovarono riparo e ospitalità sui colli della città e malgrado gli ufficiali borbonici incitassero i cittadini a denunciare gli insorti, con una taglia di 300 ducati per ogni ribelle ucciso e 1.000 ducati per ogni ribelle catturato, nessuno fece denuncia. Non solo ma lo sdegno popolare si radicò e assunse forme pubbliche di contestazione quando si cercò di far passare la rivolta per opera di alcuni pazzi.

Allegoria. La Sicilia butta Pulcinella che raffigura i Borbone napoletano a mare.

La mattina del 9 gennaio 1848 per le strade di Palermo apparve un manifesto. Esso diceva:

“ Siciliani! Il tempo delle preghiere inutilmente passò, inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni. Ferdinando tutto ha spezzato. E noi popolo nato libero, ridotto fra catene e nella miseria, ardiremo ancora a riconquistare i legittimi diritti. All’armi figli della Sicilia! La forza dei popoli è onnipossente: l’unirsi dei popoli è la caduta dei re. Il giorno 12 gennaio, all’alba, segnerà l’epoca gloriosa della universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quanti siciliani armati si presenteranno a sostegno della causa comune, a stabilire riforme ed istituzioni analoghe al progresso del secolo, volute dall’Europa, dall’Italia, da Pio IX. Unione, ordine, subordinazione ai capi, rispetto a tutte le proprietà. Il furto si dichiara tradimento alla causa della patria e come tale punito. Chi sarà mancante di mezzi ne sarà provveduto. Con questi principi il cielo seconderà la giustissima impresa. Sicilia, all’armi!”.

La lapide che ricorda i moti a Messina

Era l’annuncio di quella rivoluzione siciliana che inaugurerà i moti del 1848. A questo ne seguono altri il giorno dopo, che invitano i cittadini a scendere per le strade all’alba del  12 con le armi. Ma è una rivoluzione improvvisata. E questo apparirà chiaro proprio la mattina del 12 quando un gruppetto di cittadini armati alla meno peggio diede inizio alla rivolta. Sulla tarda mattinata la cavalleria attacca la folla che inneggiava a Pio IX e non riesce a disperderla anzi un ufficiale rimane ferito e 10-11 soldati uccisi. Quindi è costretta a ripiegare. E’ questa la molla che fa divampare la rivolta. Battere i soldati è possibile! E come se si fosse dato fuoco ad una polveriera la rivolta  dilaga nella provincia e nelle campagne. Giungono a Palermo per unirsi ai popolani rivoltosi aristocratici, intellettuali, borghesi, possidenti, contadini. Gli scontri durarono una decina di giorni e i rivoltosi si impadronirono di gran parte della città. A presiedere il Comitato Generale venne designato Ruggero Settimo dei principi di Fitalia, un anziano liberale, già brigadiere della marina napoleonica e ministro nel governo del 1812.

I Borboni tentano una contromossa facendo giungere da Napoli rinforzi con cinquemila uomini ma questi non riuscirono a collegarsi con le truppe assediate a palazzo reale e il 26 gennaio  furono costrette ad abbandonare le posizioni e fuggire per Napoli.

Alla notizia dei fatti di Palermo insorsero anche Messina, Catania e via via tutte le città dell’isola.

A Messina il 28 gennaio un comitato di 300 cittadini pubblicò un proclama: “All’armi ai messinesi! ecco il giorno tanto sospirato! Siete tutti ormai armati e organizzati. Messina che diè prima il segno dell’insurrezione finisce in questo giorno la grande Rivoluzione Siciliana, trionfante per opera dell’immortale Palermo. Pronti alla difesa, pronti al fuoco, se una mano di capi pazzi e venduti, un armento di ciechi soldati, che son trascinati come vittime al macello, tenteranno di turbare la gioia cittadina del trionfo siciliano”[1].

Il giorno dopo  i messinesi scesero in piazza. I soldati sparavano sulla città dai forti e alle 23 entrarono in città. Fu una battaglia feroce soldati contro cittadini. I reparti sconfitti si ritirarono scappando nel campo d’armi di Terranova, dove adesso c’è la stazione ferroviaria. I combattimenti durarono molti giorni a Messina, ma alla fine il popolo ebbe la meglio. In meno di un mese la Sicilia fu in mano al governo provvisorio meno la cittadella di Messina.

Palermo. Combattimenti di fronte alla Cattedrale

Una miccia che si propagò in tutta Europa

Quella della Sicilia fu la miccia che si propagò per tutta l’Europa. Il 10 febbraio insorse Napoli malgrado re Ferdinando – lo stesso giorno, pressato dagli inglesi -, avesse in tutta fretta promulgato una Costituzione; il 15 Firenze, il 27 Parigi, i 5 marzo Torino, il 14 Roma, il 15 Vienna e Budapest, il 19 Berlino, il 22 Venezia, il 23 Milano.

Sempre su pressione degli inglesi, e cioè degli ambasciatori Napier e Minto, Ferdinando estende la costituzione napoletana anche alla Sicilia ma il Comitato rivoluzionario la rifiutò con una motivazione che dice chiaramente come quella siciliana era soprattutto una rivoluzione per l’autonomia della Sicilia ed il vero nemico non era il re ma il governo di Napoli. Infatti i siciliani non avevano mai digerito che Ferdinando, dopo il Congresso di Vienna, avesse riunificato i regni stabilendo la capitale a Napoli ed avesse abolito il Parlamento siciliano e la costituzione del 1812.

Ecco, in sintesi, la risposta del Comitato siciliano:

“1. Che il Re avesse ripreso l’antico titolo di re delle Due Sicilie (e non del Regno delle Due Sicilie). 2. Che il suo rappresentante in Sicilia si fosse chiamato Vicerè e che fosse un membro della famiglia reale o un siciliano. 3. Che l’atto di convocazione del Parlamento, facesse parte della costituzione. 4. Che gli impieghi civili, militari ed ecclesiastici fossero appannaggio dei siciliani. 5. Che si consegnasse alla Sicilia la quarta parte della flotta, delle armi e del materiale di guerra o l’equivalente in denaro. 6. Che fossero restituiti i battelli doganali e postali acquistati per conto della Sicilia. 7. Che gli affari d’interesse comune fossero trattati e determinati dai due parlamenti. 8. Che in una lega politica o commerciale degli Stati italiani vi dovesse essere rappresentata la Sicilia come Stato indipendente. 9. Che la Sicilia potesse coniare moneta”[2].

Il 22 marzo Ferdinando respinge le proposte e provocatoriamente fa notare che con le loro richieste di autonomia, i siciliani andavano contro lo spirito risorgimentale e di fratellanza che traversava l’Italia intera. Ora il Comitato deve decidere se andare avanti o tornare sui propri passi. E decide di andare avanti dichiarando Ferdinando e la dinastia dei Borbone decaduti dal trono di Sicilia, affermando che la Sicilia si reggerà con un governo costituzionale e che sarebbe stato chiamato al trono un principe italiano dopo che si sarà definito lo statuto.

Ferdinando di Borbone

La costituzione fu emanata il 10 luglio ed era , per i tempi, fortemente ispirata ad una concezione liberal-democratica, ma la ricerca di un principe italiano disposto ad assumersi la guida di Sicilia non approdò a nulla. Intanto l’esercito napoletano il 7 di settembre dopo tre giorni di bombardamenti occupò Messina ed il 9 la fortezza di Milazzo. Il 22 aprile 1849 il governo di Ruggero Settimo rassegnò le dimissioni, il primo maggio Palermo offrì la capitolazione alle truppe napoletane al comando del colonnello Nunziante ed il 15 maggio i Borboni avevano nuovamente il pieno controllo dell’isola. La rivoluzione siciliana era durata circa 16 mesi. Il re offrì amnistia generale salvo 43 esponenti della rivoluzione. La maggior parte di loro si imbarcò per Genova e parecchi di essi , undici anni più tardi, furono alla base della spedizione dei mille. Ruggero Settimo invece riparò a Malta dove venne accolto con onori di un sovrano.[3]

La rivoluzione del 1848 a Lipari

Come vissero i liparesi i fatti di Messina e di Palermo?  Non ci sono narrazioni che riguardano quei mesi ma solo degli indizi che ci fanno comprendere che anche Lipari partecipò agli eventi anche se forse senza momenti di tensioni.

Anche a Lipari, come in altre parti della Sicilia e d’Italia, si era costituito un gruppo rivoluzionario clandestino in contatto con il Comitato rivoluzionario di Palermo. La persona più attiva era certamente Giovanni Canale[4],coadiuvato da Giovanni Amendola, di quindici anni più anziano, cognato del prof. Serafino De Angelis. Del comitato dovevano far parte anche don Filippo de Pasquale e il De Angelis.

Ci fu un cambiamento di amministrazione. Decadde il sindaco don Giuseppe Milio e per due mesi, da metà luglio a tutto settembre del 1848, i poteri furono assunti dal barone avv. Leopoldo Rodriquez[5] in qualità di presidente del Magistrato Municipale quindi divenne sindaco e vi rimase fino al 1855. In città inoltre fu costituita la Guardia nazionale. Erano dei corpi militari formati da giovani di famiglie nobili e borghesi, col compito di mantenere l’ordine pubblico. Questa istituzione ereditata dalla Francia rivoluzionaria  in Italia si affermò proprio in occasione dei moti del 1848, si ripresentò nel 1860 fino a quando il governo italiano la sciolse decisamente nel 1867.

La guardia urbana

Della guardia nazionale, o meglio urbana come veniva chiamata, liparese del 1848 si conoscono due nominativi del tenente Emanuele Carnevale[6], che la comandava, e del caporale  Giovanni Bongiorno della classe del 1823.

Comunque alcune giornate di turbolenza Lipari dovette viverle perché questo risulta da due comunicazioni del vescovo del tempo che era mons. Bonaventura Attanasio[7]. Nella relazione del 1854 alla Santa Sede egli confessa di essersi allontanato dalla sede  durante le “vicissitudini” del 1848 e più avanti aggiunge  che quello fu un anno di “turbolentissima tempesta” (turbolentissima erupit tempestas”) che distrusse il lavoro fatto[8]. Ancora ad una nota del 12 novembre del 1849 del luogotenente generale di Palermo che invitava mons. Attanasio a ripristinare gli stemmi reali, questi rispondeva che si era provveduto a rimettere quelli che “n’ tempi del disordine venivano tolti”[9].

Alla rivoluzione parteciparono anche alcuni personaggi della comunità eoliana che in quel periodo erano assenti da Lipari. Vi partecipò sicuramente don Filippo De Pasquale, già sindaco di Lipari, che in quel periodo era a Palermo ed entrò a fare parte del nuovo Parlamento siciliano che si era riunito solennemente nella Chiesa di S. Domenico il 25 marzo del 1848 e che il 13 aprile approvò la dichiarazione della decadenza della dinastia borbonica dal regno di Sicilia. Il De Pasquale in quegli anni strinse rapporti e rinsaldò antichi legami con Ruggero Settimo, Giuseppe La Farina, Vincenzo Florio, Francesco Crispi, Michele e Enrico Amari e altri personaggi che avevano fatto la rivoluzione e che saranno poi al centro di vicende della nostra storia nazionale. Dovette parteciparvi anche Giovanni Canale[10] che farà parte delle formazioni garibaldine e che in quei mesi risultava assente da Lipari.

Durante i mesi della rivoluzione Lipari rimase priva dei regolari collegamenti con la terraferma giacchè alcuni battelli erano stati requisiti dal governo di Napoli ed altri, come il Giglio dell’Onde e il Vesuvio, dagli insorti siciliani.

Mons. Bonaventura Attanasio

E proprio il Giglio e il Vesuvio furono protagonisti dell’unica vicenda della rivoluzione che in qualche modo tocca le Eolie ed in particolare Stromboli. Il 12 giugno del 1848 i due piroscafi  partono da Milazzo con a bordo un corpo di volontari, 624 uomini in tutto, per andare , muniti di cannoni e con dodici muli,  a Bagnara a dare man forte ai liberali calabresi insorti. Ma lungo il tragitto vengono avvistati da navi armate napoletane che uscivano da Pizzo. I due piroscafi con gli insorti per non essere intercettati si rifugiano a Stromboli dove rimangono nascosti per tutta la giornata del 13. Ma ad una certa ora della giornata il comandante, che era il nizzardo Ignazio Ribotti, e gli ufficiali che si trovavano sul Giglio vengono richiamati da clamori che si levavano dal Vesuvio. Accostano e scoprono che è in corso una discussione vivace fra chi volevano procedere verso l’obiettivo, ed erano la gran parte, ed i pochi invece che volevano tornare indietro. Il comandante decide che chi vuole proseguire lo faccia con il Vesuvio e chi invece vuole tornare trasbordi sul Giglio che sarebbe andato a Milazzo. E così undici ufficiali trasbordarono “accompagnati da fischi e da urli di disprezzo[11]”.

Quando ,conclusa la rivoluzione, arrivò il momento della repressione poliziesca , questa si fece sentire anche a Lipari. Si ha notizia che furono colpiti anche dei monaci dei Minori Osservanti, come un certo padre Calcedonio da Lipari le cui responsabilità il suo superiore cercava di ridimensionare sostenendo che quello che aveva agito per“ignoranza e leggerezza” e che era uno che “aveva il vizio di parlare troppo”.

Inoltre a Lipari arrivò un nuovo stuolo di detenuti, delinquenti comuni e esiliati politici, fra cui diversi ecclesiastici che erano obbligati a dimorare nei due conventi sotto la responsabilità del vescovo.


[2] Le condizioni per intero si possono leggere nel testo “Memorie” di Fardella di Torrearsa, riportate da Renda in Storia di Sicilia , 2° volume. Pag 932, edizioni Sellerio.

[3] Per la redazione di questo paragrafo abbiamo consultato F.Renda, Storia della Sicilia, Palermo 2003; R.Romeo, il risorgimento in Italia, Laterza, 1950; W. Dickinson, Patriotti e galeotti, Sicilia 1848. Diario di una rivoluzione, 2003. F.Misuraza e Alfonso Grasso, Il regno siculo-partenopeo tra il 1821 ed il 1848, Parte I e II in “Brigantino- Il portale del Sud”, www.ilportaledelsud.org. ; R. Baeli in www.messinacity.com .

[4] Giovanni Canale di Zaccaria e Maria Rodriquez  era nato a Lipari il 28 settembre 1823. Morirà in Lipari il 26 aprile 1887.

[5] Leopoldo Rodriquez era figlio del barone don Giovanni Antonio e di donna Maria Odavene e fratello di quel can. Carlo Rodriquez che abbiamo già incontrato.

[6] Emanuele Carnevale di Onofrio e di donna Giovanna Salpietro nacque a Lipari il 25 luglio 1827 e morì il 13 novembre 1873. Abitava nella villa di S. Lucia oggi villa Lo Cascio.

[7] Mons. Bonaventura Attanasio era nato a Lucera in provincia di Foggia il 13 ottobre 1807. Fu nominato vescovo il 22 luglio del 1844 e giunse a Lipari nei primi di marzo del 1845. Notevole fu la sua attività sia sul piano della cura degli edifici di culto come del patrimonio della mensa, sia in ordine all’attività pastorale dedicando molto spazio alla visita nelle chiese sia di Lipari che delle isole e garantendo che tutte le chiese avessero almeno un prete. Aprì finalmente il seminario che era stata l’aspirazione di molti vescovi ,restaurando l’edificio destinato da mons. Coppola a Conservatorio femminile; realizzò l’ampliamento del Palazzo vescovile di Diana; fece costruire la chiesa nuova a Quattropani e quella di S. Gaetano a Rinella. Nell’ottobre del 1857 rassegnò le dimissioni da vescovo di Lipari che furono accettate purchè rimanesse a reggere la diocesi di Lipari fino all’arrivo del successore per evitare la “vacanza di Sede”. Il successore fu mons. Ludovico Ideo che venne nominato il 25 giugno del 1858. Dopo aver lasciato Lipari mons. Attanasio si ritirò a Napoli dove Ferdinando II lo nominò Presidente della Pubblica Istruzione del Regno. Collaborò inoltre con l’Arcivescovo di Napoli nelle opere caritative a favore dei malati di colera. Fondò nel 1861 la Pia unione di Gesù crocifisso per la conservazione della Fede e della Pietà. Mori a Napoli il 3 settembre del 1877.

[8] Relatio status Liparensis Ecclesiae, anno 1854, in Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 B, ff. 192 e 193.

[9] Archivio Vescovile, Carpetta Corrispondenza D. Circa il lavoro fatto che era andato in fumo, l’Attanasio si riferisce, fra l’altro, all’iniziativa, verso la fine del 1846, di“radunare in un’unica casa e sotto la vigilanza diretta di due donne di provata integrità, ventidue donne che vivevano nell’immoralità e nel peccato. …per lo spazio di circa sedici mesi io a quelle fornivo e gli alimenti e ogni altra cosa necessari”. Come anche all’aver fatto venire sei sacerdoti Redentoristi che per quasi sei mesi predicarono missioni nella città e nelle isole.Archivio Segreto del Vaticano, Relatio status Liparensis eccl. Cass. 456 B, ff.196 e 193.

[10] Giovanni Canale  di Zaccaria e Maria Rodriquez era nato a Lipari il 28 settembre 1823 e proprio il 28 novembre del 1848 si sposa per procura con donna Marianna Favaloro. Torna a Lipari solo nei primi mesi del 1849 per dichiarare la nascita della primogenita.

[11] T. Landi, Memorie di Calabria, Ricordi della spedizione di Sicilia in Calabria nel 1848, in F.Giannetto, Memoria indedita di Tommaso Landi sulla spedizione siciliana del 1848 in Calabria, in “Messina e la Calabria”, Atti del I Colloquio Calabro-Siculo, Reggio C.- Messina, nov. 1986, Messina 1988, pp586-87.

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