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Un imprenditore coraggioso e un vescovo lungimirante | Archivio Storico Eoliano

archiviostoricoeolianoUn imprenditore coraggioso e un vescovo lungimirante

Vito Nunziante soldato e imprenditore

Napoli nei primi decenni dell’800

Intanto l’Europa assisteva. parte attonita e parte preoccupata, alle imprese di Napoleone Bonaparte. Sopratutto gli stati italiani si trovavano in grandi turbolenze politiche e il regno di Napoli era, insieme alla S. Sede, uno dei più travagliati. Ferdinando che era tornato a Napoli vedeva nuovamente in pericolo il trono e aveva messo completamente da parte le idee massoniche che lo avevano caratterizzato in passato. Ora si affidava ai vescovi perché gli garantissero preghiere e consenso sociale. Ed in questo senso scrisse anche il 23 settembre del 1805 al vescovo di Lipari e il vescovo, che era mons. Antonio Riggio[1], nell’ottobre del 1805  informava il re di avere dato vita ad una serie di iniziative – processione, prediche in Cattedrale e nelle chiese e nei conventi della città – per far “comprendere alla popolazione la spietata persecuzione cui soggiace l’attuale Sommo Pontefice” e “l’avvilimento cui è ridotta la Chiesa per opera di uno irreconciliabile inimico”  e pregare “per ridurre i traviati al giusto sentiero e placare lo sdegno del Sommo Dio nell’attuale oppressione in cui languisce il Capo Visibile della Chiesa Cattolica, per la sicurezza dello Stato e conservazione della Maestà Vostra e dell’augusta Real famiglia[2].

Ma l’”irreconciliabile nemico”qualche mese dopo costringeva il re a fuggire nuovamente in Sicilia mentre a Napoli Napoleone insediava il proprio fratello Giuseppe. Il re a Palermo vive sotto la protezione degli inglesi ma anche nel timore che i francesi tentino un colpo di mano per prendere la Sicilia. E quale migliore base d’appoggio che quella delle Eolie per una operazione di questo tipo? E’ questa la paura che si vive a Palermo sul finire del 1808.  E così il re incarica il sergente Vito Nunziante che comandava la guarnigione di Milazzo di andare a Lipari per consegnare al vescovo una sua missiva.

Re Ferdinando

Che cosa chiedeva Ferdinando? Che il vescovo si adoperasse per creare quattro o sei compagnie di cento persone  ciascuna di volontari e riferisse, nel contempo sulle idee politiche dei liparesi. Vescovo di Lipari era divenuto nel frattempo mons. Silvestro Todaro[3], un monaco conventuale, mite e prudente, che prima di rispondere si guarda intorno, chiede, ascolta e poi prende la penna e scrive. Ci sono 8-900 giovani  liparesi, la gioventù più robusta e coraggiosa, impiegata nella Regia Marina che, essendo impedito il commercio marittimo, è rimasta l’unica risorsa dei locali. Per il resto nelle isole si soffre una grandissima povertà e la gente, lavorando tutto il giorno, riesce a racimolare appena di che vivere. Quindi vi è molta ritrosia ad assumere impegni che possano distogliere da questo compito anche perché vi è il sospetto di essere poi spediti nella Sicilia e nelle Calabrie. Quanto alle  “velenose massime che tanto hanno perturbato e perturbano l’Europa”, il re stia tranquillo, esse non sono approdate nelle Eolie e il popolo è fedele ed attaccatissimo al re.

Anzi per evitare qualsiasi rischio, visto che i mosaici delle terme erano continuamente visitati da turisti curiosi e da esperti anche forestieri che potevano dar luogo a  qualche contagio con le “velenose massine” il vescovo aveva pensato bene di fare risotterrare le terme romane e così evitava anche le seccature di quelli che continuavano a disturbarlo per visitarle.

Finalmente si valorizzano le risorse di Vulcano

Non sappiamo se la missione di portare il messaggio del re al vescovo, fu anche l’occasione per conoscere le Eolie o Nunziante[4] già le conosceva. Il fatto è che da quel momento esse entrano nella sua vita  di prepotenza e lui nella vita delle Eolie. A Lipari conosce una “leggiadra e ricca donzella”, forse di origine napoletana, Camilla Barresi ed il 4 agosto 1809 la sposa. Probabilmente mette casa a Lipari perché quando nel 1813 il vescovo Todaro, su autorizzazione  del vicario regio in Sicilia, gli concederà un terreno in enfiteusi a Vulcano, nel contratto il Nunziante risulta “domiciliato in questo suddetto Comune di Lipari in questa medesima Marina di San Giovanni[5].

Vito Nunziante

Questo terreno consiste in ventidue salmate e mezza di terra  – che dal porto andava sino al cratere grande –  con licenza di estrazione di minerali e dell’erezione di una cappella per la messa domenicale dei lavoratori. E alla conoscenza di Vulcano, delle sue risorse, e delle  potenzialità di queste – nei quattro anni che vanno dal 1809 al 1813 il nostro  tenente generale aveva dedicato diverse visite, diverse escursioni[6] magari anche con degli esperti magari provenienti dall’Inghilterra – visti i rapporti che aveva con gli alleati inglesi ed in particolare  con il Lord William Bentick – dove  vi erano industrie che producevano acido solforico e soda artificiale e usavano lo zolfo come materia prima.

Fino allora, come abbiamo visto, sempre i tentativi di creare attività estrattive o di coltivare i terreni di Vulcano da parte dei vescovi, erano fallite, anche se nell’isola, abusivamente, risiedevano alcune famiglie di contadini. Ora l’operazione a favore di questo importante personaggio apre la strada anche ad altre concessioni ed infatti il vescovo assegna dei lotti di terreno in contrada Gelso perché si mettano a coltura.  Si piantarono così viti, fichi e legumi e qualcuno fece anche sorgere delle “carcere” per la produzione della calce viva.[7]

Sempre nel 1813 e precisamente l’8 aprile, il vescovo, su autorizzazione reale concede a Nunziante anche la possibilità di impiantare una fabbrica  per l’estrazione e la purificazione dello zolfo  e di altri minerali.

Avute le autorizzazioni il novello imprenditore sa che deve vincere la paura che vi era a frequentare Vulcano ed a vivervi perché altrimenti sarebbe stato difficile avere manovali. Così decise di organizzare un pranzo nell’isola invitandovi militari inglesi e gentiluomini eoliani e finalmente chiamò il chimico che aveva contattato e cominciò l’estrazione e la lavorazione dei minerali – zolfo e allume, sale ammoniaco e acido borico – che occorreva depurare perché non si trovavano in natura “belli e schietti” ma mischiati fra loro o “con altre mondiglie[8]”.

Nei primi tempi – sebbene l’impegno del chimico e le risorse che vi profondeva Nunziante – i risultati erano alquanto deludenti. Ma la perseveranza era propria di quest’uomo che si fece costruire nell’isola “una capannuccia con pali e frasche” e “molti mesi ci dimorò selvaticamente”[9].

La riforma delle poste

E finalmente la spuntò. Cominciò a fabbricare alloggi per i lavoranti, a piantare alberi per fare legna da ardere necessaria come combustibile per le macchine. Intagliò persino nella montagna una strada perché i carri potessero andare a caricare fino in cima i materiali e costruì un villaggio per chi ci lavorava. e cioè una colonia di coatti che erano relegati a Lipari, ed una  chiesa che volle intitolare a san Vito con l’alloggio per il prete. Quando Dumas visiterà Vulcano nel 1835 ed incontrerà i figli di Nunziante così descrive questo villaggio dei forzati che lavoravano alle miniere: “costeggiammo una montagna piena di gallerie; talune erano chiuse da una porta e anche da una finestra, altre sembravano più semplicemente delle tane di animali selvaggi”; “circa quattrocento uomini abitavano in questa montagna e secondo l’indole più o meno industriosa lasciavano abbruttire la loro dimora oppure cercavano di renderla un pochino più confortevole”[10]

L’impresa di Vulcano non fu che la prima dell’intraprendente napoletano perché si dedicò alle miniere di ferro in Calabria, di piombo e carbon fossile in vari siti, alle cave di marmo in Basilicata,e così via. Nelle Eolie acquistò poderi a Stromboli e a Salina nella contrada di Malfa dove diede prova anche di buone doti di imprenditore agricolo. Ma sotto questo aspetto l’opera sua più imponente fu la bonifica di una piana nei pressi di Rosarno dove realizzò un villaggio che chiamò San Ferdinando. Per la costruzione di abitazione fece arrivare grossi quantitativi di  pietra lavica e di tufo  da Lipari, Stromboli e Vulcano avvalendosi di  padroni di barche eoliani e molti marinai delle isole decisero di rimanere  a San Ferdinando vivendo di agricoltura e di pesca.[11]  A Lipari, ancora,  trovò “un reniccio vulcanico” con cui fece una pasta e fabbricò delle stoviglie “che belle riuscirono come quelle di porcellana[12]”.

Innovazioni nell’amministrazione e nei servizi

Il vescovo mons. Todaro intanto entra di diritto nella Camera dei Pari che era uno dei due rami del nuovo Parlamento siciliano, quello in cui facevano parte baroni ed ecclesiastici e praticamente risiede quasi ininterrottamente a Palermo dal 13 maggio 1813 al 14 maggio 1815. Il 4 ottobre 1816 viene trasferito alla diocesi di Patti e Lipari rimane per 19 mesi sede vacante[13].

Ma nel periodo in cui rimane vescovo di Lipari tre sono le notizie che vogliamo ricordare. Il 30 gennaio del 1812 gli viene comunicato che, per decisione del re, viene tolta la santabarbara[14] che il governatore Mensingher aveva collocato in una cisterna proprio dietro la Cattedrale e che tanto preoccupava soprattutto i canonici che quando si riunivano nel coro temevano di poter saltare in aria da un momento all’altro.

Il 19 agosto dello stesso anno, probabilmente nel clima della nuova Costituzione siciliana che era stata approvata giusto il mese prima, giunge al vescovo una lettera che riguarda le “projette” che giunte ai sette anni, rimanevano senza assistenza e finivano per le strade.  Ora il governo si raccomanda al vescovo che questo non accada più. Le ragazze devono essere collocate o “ne’ Reclusori, o di tenerle presso oneste Donne alimentandole coi frutti delle loro Mense e con i legati di genere incerto assegnati ad essi a quest’oggetto[15].

Infine, in quegli anni, nelle isole, vennero istituite ben otto scuole elementari pluriclasse con un maestro e cinque o sei allievi ciascuna. Non si sa di chi fosse l’iniziativa, né fino a che periodo andarono avanti ma quando venne a Lipari lo Smith esse erano ancora attive ed anzi il capitano inglese si disse molto sorpreso di trovare a Quattropani “una scuola molto ben condotta, sotto la guida di un uomo di considerevole intelligenza, giacché il luogo in sé sembra selvaggio e pochissimo civilizzato”[16].

Il 9 giugno 1815 il Congresso di Vienna restaurò a Napoli il Regno dei Borboni e l’anno successivo Ferdinando unificò i due regni costituendo il Regno delle Due Sicilie. Viene dichiarato decaduto il Parlamento siciliano mentre viene sostanzialmente preservato l’ordinamento amministrativo che i francesi avevano introdotto a Napoli e lo estende anche alla Sicilia. Finisce così l’era dei giurati e comincia quella dei sindaci. Infatti così d’ora in poi si chiamerà il capo della civica amministrazione e questa, invece di “università”, prenderà il nome di “municipalità” con l’obbligo di tenere i registri anagrafici. A fianco al sindaco, nominato e non eletto[17], era istituito il “decurionato” che aveva funzione di consiglio. A Lipari i decurioni erano dodici.

Congresso di Vienna

Il primo aprile 1820 in Sicilia entra in vigore anche  la riforma dell’Amministrazione postale. Vengono istituite 115 “officine di posta” fra cui quella di Lipari che fu aperta nel 1822 e venne inserita nel cammino principale “Palermo-Messina per via delle marine”. Quando l’anno successivo l’officina di posta verrà chiusa il servizio dovette essere affidato – secondo quanto previsto dalla stessa riforma – alla Cancelleria comunale che provvedeva ad assemblare la corrispondenza locale e consegnarla a qualche veliero che periodicamente svolgeva il percorso fra Lipari e Messina o Milazzo

Nella prima metà dell’800 c’è da registrare il miglioramento dei collegamenti delle isole con la Sicilia e con Napoli. Infatti intorno al 1830 le isole vengono toccate – con frequenza quindicinale -dalle prime navi a vapore che facevano regolare servizio di linea fra Napoli, Messina e Palermo[18] ed alle quali venne affidato anche il trasporto della corrispondenza postale. Inoltre nel periodo estivo queste navi effettuavano delle brevi crociere nel golfo di Napoli, nelle Eolie con particolare riferimento a Stromboli ed a Taormina. Fuori dalla frequenza quindicinale chi aveva necessità di viaggiare doveva profittare di battelli privati da carico, di passaggio.

Un approdo regolare a Lipari

Un approdo[19] regolare a Lipari, con imbarco e sbarco dei passeggeri, sulla linea Napoli-Messina avvenne però solo intorno al 1837 e grazie all’impegno di un giovane e dinamico sindaco, don Filippo De Pasquale[20].

In questo clima di novità una esigenza di decoro per il prestigio della pubblica amministrazione fu avvertita anche dal Sindaco e dai “decurioni” che da qualche tempo avevano anche loro abbandonato il Castello e trovato sede sul Timparozzo in un edificio dai tratti signorili vicino all’abitazione del barone Tricoli[21]. Ma questa collocazione non appariva ai loro occhi soddisfacente forse perché troppo a ridosso dalle mura del Castello costretta fra due stradine strette se non anguste. E fu così che il Sindaco, don Giuseppe Natoli, prendendo lo spunto da un memoriale regio di qualche mese prima che invitava a verificare se vi erano conventi e case religiose inutilizzate per destinarli ad uffici municipali,  saputo che le monache avevano abbandonato il Conservatorio nei pressi del Palazzo vescovile, pensò che quella potesse essere la sede più degna ed adeguata per l’amministrazione comunale per la cancelleria e per gli uffici. Inoltre, da qualche tempo, gli amministratori comunali non erano proprio in sintonia con il vescovo e l’ambiente ecclesiastico perché praticamente tutti appartenenti alla massoneria  e comunque per lo più ostili alla Mensa vescovile da cui, tutti più o meno, dipendevano per i censi e per le decime che vivevano come una sopraffazione.

La diocesi di Lipari era sede vacante dal 1827 quando mons. Tasca fu trasferito a Cefalù ed era retta dal vicario generale can. Giovanni Portelli[22]. E toccò al can. Portelli – che diventerà vescovo in agosto – scrivere il 3 luglio del 1831 all’Intendente di Messina sostenendo che l’edificio nasceva nei recinti del Palazzo vescovile e non in terreno comunale, che era stato destinato dal mons. Coppola per l’educazione delle ragazze e ad altre finalità connesse con la dignità della donna[23]. E’ vero che al momento non c’erano più le suore nel Conservatorio ma vi erano ugualmente diciassette conviventi che si mantengono a proprie spese, oltre alla portinaia, che vivono nella osservanza dei valori religiosi sotto la guida dell’Ordinario ecclesiastico. Distogliere l’edificio dalle sue finalità voleva dire far gravare sul Comune  il costo di chi attualmente vi alloggia oltre a privare la comunità eoliana di un centro di formazione per le ragazze che numerose ogni giorno partecipano ai corsi di formazione domestica. Comunque, concludeva il Portelli, se l’edificio non dovesse essere più adibito a Consultorio femminile la sua destinazione più propria sarebbe stata a Seminario per l’apertura del quale vi era già la regia approvazione.


[1] A mons. Santacolomba era succeduto mons. Domenico Spoto  eletto vescovo di  Lipari  il 9 agosto 1802 ed il 28 giugno 1804 viene trasferito a Cefalù.  A mons. Spoto succede mons. Antonio Riggio, messinese, nominato vescovo  il 29 ottobre 1804 e giunto a Lipari il 12 febbraio 1805. Di lui si ricorda che abolì il “conservatorio femminile” e consegnò lo stabile alle suore Cappuccine di S. Benedetto fatte venire da S.Marco d’Alunzio e che riordinò il materiale archeologico raccolto dal Coppola e fece di nuovo riportare alla luce  i mosaici a fianco del Conservatorio che il Santacolomba, per cautela, aveva fatto interrare. Così ci fu un certo flusso di amatori dell’arte italiani e stranieri, soprattutto inglesi. Morì il 14 dicembre 1806.

[2] Archivio Vescovile, In scritture Varie e Visite Date ( Miscellanea) vol 9, f. 605. Si tratta di una minuta che non ha né data, né firma, in G. Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, pag. 264.

[3] Mons. Silvestro Todaro era nato a Messina il 29 dicembre 1752 era stato nominato vescovo il 22 marzo 1808 ed un mese dopo il Papa lo nominava Assistente al Soglio Pontificio.. Fu trasferito a reggere la diocesi di Patti il 4 ottobre 1816 e morì a Messina il 21 aprile del 182. Morendo lasciò un legato per la chiesa di Lipari di 3 mila onze, buona parte delle quali da destinare ai poveri.

[4] Vito Nunziante nacque a Campagna (Salerno) il 12 aprile 1775 e muore a Torre Annunziata il 22 settembre del 1836. Militare, politico ed imprenditore. Diventa ufficiale dell’esercito napoletano nel 1798. Dopo la fuga del re in Sicilia nel 1798 si unisce all’armata sanfedista del cardinale Ruffo. Al rientro del re a Napoli rientra nell’esercito napoletano col grado di colonnello. Nel 1806 quando il re fugge in Sicilia lo segue e gli viene dato l’incarico di tenere Reggio. Nel 1808 viene messo a capo delle forze di Milazzo. Nello stesso periodo, essendo rimasto vedovo dalla prima moglie Faustina Onesti, sposa una ragazza di Lipari da cui ha otto figli che con i quattro del precedente matrimonio fanno dodici. Nel 1815 ha l’incarico di nominare la corte che deve condannare a morte Giacchino Murat che gli procura il titolo di marchese. Dal 1821 ottiene diversi incarichi di governo ed infine il comando supremo dell’esercito continentale. Fu anche imprenditore e la prima attività fu nell’isola di Vulcano. In Calabria si occupò della bonifica di una piana di Rosarno e fondò il borgo di San Ferdinando. Si occupò anche di miniere di ferro e di piombo, di ricerche per il carbon fossile e avviò una cava di marmo in Basilicata

[5] In Titoli e documenti di provenienza …di terre nell’isola di Vulcano vendute dagli eredi di Nunziante ecc. presso il comm. Francesco Vitale f. 29v, in G. Iacolino, manoscritto cit. , quaderno VI pag. 265f .

[6] “E spesso ci andava, e con meraviglia di quelle genti, calava giù nel vano della montagna. Di dove avendo raccolto e zolfo e altre misture, tornato che fu in Sicilia.  Diè a saggiare a un chimico, per sapere se fosse cosa da ridurre commerciabile: e avuto di sì, incoltamente chiese al vescovo di Lipari in censo Vulcano: il quale ebbe con agevolezza, e a sottil costo, perché nulla rendeva”in “Vita e fatti di Vito Nunziante”, di Francesco Palermo, Firenze 1839, pag. 79.

[7] Questa comunità fu formata dalle famiglie dei Bongiorno, Carnevale, Amendola, Trovatino, Basile e Ferlazzo. Qualche anno dopo l’insediamento costruirono una chiesetta nei pressi di Punta ‘a Sciarazza della quale non esiste più traccia. G. Iacolino, manoscritto cit., pag. 266°.

[8] F. Palermo, op. cit., pag. 80.

[9] Idem, pag. 81.

[10] A. Dumas, op. cit., pag.41.

[11] B. Polimeni, Rapporti sociali ed economici tra Sanferdinandesi ed Eoliani…, in “Messina e Calabria “, atti del I convegno calabro-siculo del novembre  1988, pp. 627 e ss.

[12] F. Palermo, op.cit., pag. 85.

[13] A mons. Todaro succederà mons. Carlo Maria Lenzi  nato a Palermo l’1 febbraio 1761, appartenente alla congregazione degli Scolopi. Nominato vescovo di Lipari il 25 maggio del 1818 fece il suo ingresso in diocesi solo il 13 febbraio 1819 perché proprio qualche giorno prima della sua nomina era stato eletto alla guida della congregazione e occorse un certo tempo per poter rassegnare le dimissioni. Giunto a Lipari, rispettando la sua vocazione,si dedicò in maniera particolare a ristrutturare i programmi di studio delle scuole vescovili. Una particolare attenzione la dedicò alla formazione delle giovani per cui abolì il Collegio di Maria che era nell’edificio del Conservatorio femminile e istituì, al suo posto, una casa di Educazione sotto la direzione di due suore benedettine fatte venire da Palermo. Sperava il vescovo che un monastero delle benedettine oltre a suscitare  vocazioni fra le fanciulle poteva convogliare quelle “monache di casa” che erano rimaste dopo l’editto promosso da mons. Santacolomba. Purtroppo mancando i finanziamenti il monastero non ebbe lunga durata e mons. Lenzi dovette tornare sui suoi passi ricostituendo il collegio di Maria cioè una gestione più modesta e familiare ( Archivio vescovile, Scritture varie e visite Date, Miscellanea, vol. 9 ff 272.272v.) G. Iacolino, manoscritto cit.,  Quaderno VI, pp. 262 a-d. A seguito del terremoto del 5 marzo 1823 accettò la richiesta della gente delle campagne di istituire una nuova festa dedicata a S. Bartolomeo che divenne la quinta. Morì il 5 aprile del 1825 all’età di sessantaquattro anni. Venne ricordato come un uomo di “straordinaria saggezza e fermezza che riuscì a sedare le discordie dei  cittadini” come si legge nella epigrafe sulla sua tomba in Cattedrale.

A mons. Lenzi successe mons. Pietro Tasca  nominato vescovo il 13 marzo del 1826 ma trasferito a Cefalù il 27 settembre del 1827. Durante il suo governo della diocesi si verificò, nel 1826, una eruzione di Vulcano che preoccupò i liparesi per alcune settimane. Partito mons. Tasca la sede rimase vacante per  quattro anni, dal 1827 al 1831, ed affidata al vicario generale don Giovanni Portelli.

[14] Archivio Vescovile, Carp. Corrisp. D.

[15] Idem.

[16] W.H.Smith, op. cit., pp 262-263.

[17] Lipari aveva perso il privilegio di eleggere i giurati già dal 1673 a seguito della repressione della rivoluzione di Messina e la loro nomina era stata riservata al viceré ( Manoscritto anonimo di proprietà della famiglia di Luigi Mancuso, pag. 506).

[18] L’ Italia descritta e dipinta con le sue isole di Sicilia, Sardegna, Elba, Malta, Eolie, di Calipso, ecc. : secondo le ispirazioni, le indagini ed i lavori de’ seguenti autori ed artisti : Di Chateaubriand … [et al.]  per cura di D. B, 2: Regno di Napoli. – Torino : presso Giuseppe Pomba e C., 1837. pag. 280. Nel Regno delle Due Sicilie le navi adibite al trasporto dei passeggeri erano state introdotte con decreto del 2 dicembre 1823 n. 876 ed il servizio era gestito dalla società “Amministrazione privilegiata di pacchetti a vapore delle Due Sicilie”. Si ricorda il famoso Real Ferdinando, bastimento di legno con propulsori a ruota costruito a Glasgow ed apparso per la prima volta a Messina nel giugno del 1824. Poteva trasportare duecento passeggeri ed il viaggio in prima classe fra Napoli e Messina costava 27 ducati e comprendeva la mensa, il letto e il trasporto di un bagaglio. B. Villari, Collegamenti pubblici e privati sullo stretto di Messina, in “Messina e Calabria” Atti del I Colloquio Calabro- Siculo, Reggio C.-Messina, nov. 1986, Messina 1988p. 526.v. anche L. Radogna, La marineria mercantile delle Due Sicilie, Milano 1982, p.58. G. Iacolino, manoscritto cit., quaderno VI, pag. 270a,b.

Dal 1831 in poi andò ampliandosi  la rete di corse marittime in partenza da Napoli. I battelli oltre al Real Ferdinando furono il Francesco I, il Maria Luigia, il San Venefredo, il Veloce e il Nettuno. Nel 1842 verrà immesso il Duca di Calabria che compirà la Napoli- Messina due volte alla settimana.Nel 1847 l’”Amministrazione della navigazione a vapore nel Regno delle Due Sicilie” si unirà alla “Società Vapori Sardi” e metterà in servizio il Capri e il Vesuvio che nel 1847 serviranno la Napoli- Messina – Palermo.(G. Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, pag. 270d.

[19] In realtà si trattava di un accostamento e il carico e scarico dei passeggeri e delle merci avveniva con le barche.

[20] Filippo De Pasquale fu sindaco di Lipari dal 23 marzo 1837 a soli 26 anni fino al gennaio 1840. Si era laureato in legge a Napoli ed aveva mantenuto nella capitale del Regno delle amicizie importanti che seppe mettere a frutto durante la sua amministrazione. Morì nel 1886.

[21] L’edificio che oggi si incunea tra via Garibaldi e via Umberto I, che è stato completamente ristrutturato, non era tutto dedicato a Municipio. Questo era collocato nella parte centrale. Il settore nord apparteneva agli Scolarici, mentre il settore sud, lussuosissimo, era del barone Tricoli.

[22] Giovanni Portelli era nato a Lipari ai primi di novembre del 1768 da Antonio e Giovanna Megna. Anche se era privo di diplomi accademici aveva maturato una buona esperienza giuridica-amministrativa e furono diversi i vescovi della Sicilia che lo vollero come vicario generale e visitatore. Dopo il trasferimento di mons. Tasca egli rientrò a Lipari per assumere la reggenza della diocesi con il titolo di vicario capitolare. Venne eletto vescovo di Lipari l’8 agosto 1831e consacrato vescovo dal Metropolita di Messina che ritornava a svolgere questa funzione sebbene ancora il 25 maggio 1818 in occasione della nomina di mons. Lenzi la bolla pontificia ribadisse la esclusiva dipendenza della chiesa di Lipari dalla Santa Sede. Mons. Portelli durante il periodo della sua reggenza affrontò il problema della esazione delle decime che fino ad allora veniva eseguita a cura di un ecclesiastico. Il vescovo – soprattutto per i modi duri e rudi con cui operavano gli agenti  preposti all’esecuzione e la natura fortemente fiscale fino ad apparire inumana dell’azione degli operatori – dispose che l’esazione delle decime non fosse più di competenza di un prete ma di un laico e scelse per questo Onofrio Paino( Archivio Vescovile, Mensa, secc.XVI,XVII.XVIII, XIX,XX, ff. 127-28)..  Portelli morirà a Lipari il 28 gennaio 1838.

[23] La prima finalità afferma il can.Portelli era “far apprendere alle ragazze le arti donnesche e i principij della Religione Cristiana”. Quindi esso serviva anche come “rifugio alle orfane, asilo per le vergini, per custodia a quelle figlie che non potevano convivere sotto il tetto paterno, e per scampo alle mogli che non conveniva coabitare con il marito e, di mezzo a’ Magistrati, per depositare quelle donne che temporaneamente dovevano allontanarsi dalla famiglia mancando in Lipari altra casa che  potesse avere lo stesso destino”. E questo sotto la cura di una direttrice e la dipendenza e la sorveglianza del vescovo.(Archivio Vescovile, Scritture varie e visite Date (Miscellanea) ff. 275v, 272, 272v.

Tags: Vito Nunziante Mons. Todaro Otto scuole elementari. Giovanni Portelli

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