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Mons. Ignazio Cafisi, Arciprete di Favara (AG), Vescovo Ausiliare di Agrigento | Memorie storiche di Favara

memoriestorichedifavaraPERSONAGGI RELIGIOSI

di Carmelo Antinoro

 Cafisi Ignazio

 (arciprete, vescovo)

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Correva il dì 24 settembre 1762 ed in Favara, nella chiesa parrocchiale di Favara dalle esili colonne, sulla scranna sedeva quel venerando arciprete chiamato d. Giuseppe Cafisi. Dall’ingresso maggiore del tempio entrava un gruppetto di gente che gli presentava, per lavarlo con l’acqua santa del battesimo, un neonato, frutto dell’unione del di lui fratello dott. Salvatore Cafisi e di Isabella Franco. Lo reggeva sul sacro fonte il sac. anziano Michelangelo Avenia e qui venne chiamato Ignazio. Così come il padre, lo zio arciprete Giuseppe seguì l’infante nella crescita.

Da chierico servì la parrocchia favarese e poi conobbe le lettere, la facoltà di teologia al seminario girgentino, i canoni nel collegio dei SS. Agostino e Tommaso, fino a che venne dottorato alla Minerva di Roma, dove si condusse nel 1790 ed dove, dal cardinale Pignatelli, venne presentato al Papa Pio VI.

Ornato dal sacerdotale ordine, gli vennero trasmessi dallo zio Giuseppe i germi dell’eloquenza di Boccadoro.

Da sacerdote assistette nel 1802 alla morte di detto carissimo zio ed al cui sepolcro sovrappose una lapide con inciso semplicemente il nome.

Fu eloquentissimo sul pergamo.

Ottenne la cappellania di Maria SS. del Rosario, poi il beneficio del Transito e nel maggio del 1808 l’arcipretura della parrocchia di Favara, come successore del sac. d. Domenico Rosa.

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Sostenne con zelo le cure del suo gregge, quando nel 1829 il vescovo di Agrigento mons. Pietro D’agostino lo chiamò come canonico della cattedrale. Nel tempo in cui coadiuvò quel prelato nella diocesi girgentina venne eletto vescovo in partibus infidelium di Eno, un dì terra dei mitici greci. Venne consacrato in Palermo nella chiesa della Martorana dall’eminente arcivescovo Gravina e dai vescovi Natale e Benso.

Quale ausiliare del vescovo di Agrigento, visitò più volte la diocesi finché sul finire del 1843 venne colpito da lungo e ferale morbo. Fece ritorno quindi a Favara per vivere gli ultimi giorni fra le cure ed i conforti dei suoi nipoti, figlioli del defunto fratello Stefano. Il 10 aprile 1844, dopo circa quattro mesi di sofferenze rese l’anima al Creatore. Nella chiesa parrocchiale ricevette solenni esequie e l’arciprete Antonino Salvaggio lesse la funebre orazione. In suo onore venne eretto nella preesistente madrice un magnifico mausoleo con l’iscrizione:

OCCIDIT PROH DOLOR ENENSIS EPISCOPVS, ATQVE FUNERAT PARENTES LACRVMIS ET ORA VIRVM.

La salma venne trasportata e tumulata nella cattedrale di Girgenti.

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