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La cura d’anime e il lento ripopolamento del territorio | Archivio Storico Eoliano

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Morale della gente e involuzione religiosa

Abbiamo segnalato che nel periodo che precede la “ruina”, per la maggior parte i vescovi venivano eletti e consacrati ma non raggiungevano la diocesi per cui quello di vescovo di Lipari era di fatto divenuto un titolo onorifico e si governava tramite un proprio vicario. Così aveva fatto il vescovo Ubaldo Ferratino ed anche i suoi tre predecessori. Quanto ai successori[1] – visto che per lo più erano siciliani – può darsi che abbiano deciso di vivere nell’isola e  si sa che sotto il loro governo avvenne, come vedremo, l’apertura di chiesette e cappelle[2], ma se per loro iniziativa o su insistenza della gente questo non sapremmo dire, comunque, quello che è certo, è che non dovettero avere molta cura pastorale della Diocesi se, chi verrà dopo,  troverà una situazione molto deteriorata. Questi successori, non solo  si impegneranno a riportare a Lipari i frati cappuccini, come farà mons. Paolo Bellardito che probabilmente dovette giudicare insufficiente l’opera dei preti secolari, o metteranno mano alla ricostruzione del capitolo come fecero mons. Martino d’Acugna[3]  – che fu il prelato che ricondusse , come abbiamo visto, in Cattedrale la reliquia del dito di S.Bartolomeo – e mons. Giovanni Gonzales da Mendoza[4], ma ciò che più dovette preoccupare questi vescovi a cominciare  da Mons. Bellardito – di cui il Campis ci dice che governò la Chiesa di Lipari “con somma pietà e zelo come dimostrano le ordinazioni e costituzioni da lui fatte per la riforma dei costumi”[5] – era proprio la situazione morale della gente e lo stato di involuzione a cui era giunta la pietà religiosa.

E’  un editto di Mons. Antonio Vidal  – che succederà nel 1598 a mons. Gonzales de Mendoza – che apre uno squarcio sul tipo di religiosità che era divenuta abituale fra le donne dell’isola. L’editto è del 16 giungo 1609, quindi ben dieci anni dall’insediamento di questo vescovo[6], e indubbiamente parla di situazioni che doveva conoscere molto bene e di pratiche che risultano ostiche ad estirparsi. Mons. Vidal, si richiama ai tre predecessori mons. Bellardito, mons. D’Acugna e mons.  di Mendoza che come lui ogni anno, sotto pena di scomunica ed altre pene, avevano proibito alle donne di Lipari in occasione della morte di un loro congiunto o nelle ricorrenze di questa, di lasciarsi andare a pianti, grida, urli, balli disordinati ed altri comportamenti scomposti “all’usanza di barbari”.[7]  Lo stesso editto denuncia poi che nelle solennità e durante le processioni, ancora le donne, si fanno notare con pianti “ad alti voci parendo volersela pigliare con nostro Signore Dio”.E visto che la minaccia di scomunica, da sola, non raggiunge alcun effetto, il vescovo annuncia che la disubbidienza verrà anche multata col pagamento di tre onze a ciascuna persona da devolvere ad opere pie[8].

Ma la trasformazione delle processioni e dei funerali in sceneggiate intollerabili – che tanto scandalizzavano e irritavano presuli  di grande cultura religiosa e di ampie visioni cosmopolite – era solo la superficie di un disordine morale  più profondo e così. con fogli che faceva affiggere sulla porta della Cattedrale, il vescovo Vidal bollava il concubinato, il meretricio, le magarìe, le invocazioni diaboliche,ecc[9]. Ed è perché preoccupato della cura d’anime che quando nel 1599 andarono via i Cappuccini[10], mons. Vidal, d’accordo con i giurati, fece venire  dalla Calabria i Minori osservanti assegnando ad essi la chiesa ed il convento dei Cappuccini che era, come abbiamo detto, sulla Civita. I frati osservanti prendono consegna dei locali nell’aprile del 1600 ed il mese dopo viene stipulato l’atto notarile.

Disegno di Salvatore d’Austria di Piazza Mazzini  con la Chiesa di Sant’Antonio

Il ripopolamento delle campagne

E non era solo la situazione morale e religiosa che lasciava a desiderare a Lipari ma anche quella delle condizioni igieniche soprattutto in una realtà così ristretta come era il Castello. Erano poche le case che avevano una latrina o un pozzo nero per cui rifiuti di ogni genere, solidi e liquidi, gli avanzi dei cibi misti ad escrementi ed orina, si riversavano per le strade e persino “a lato la chiesa cattedrale, altre chiese et palazzo vescovale[11]. Il vescovo lamentava Vidal , oltre a questo,  lamentava che nella città e a fianco alle chiese si tenevano gli “animali attaccati” e ci si servisse dei tetti delle chiese per stendervi il grano ad asciugare “et altri servicj indicenti farsi in lochi sacri”.

I giurati nelle loro ordinanze si limitavano a chiedere che il sabato e nelle vigilie delle feste comandate, ogni famiglia provvedesse a pulire  di fronte alla soglia delle loro abitazioni mentre si raccomandava che i rifiuti non si buttassero per strada, né dagli spalti che davano sul Borgo, ma da quelli del lato del mare. E se la situazione morale, religiosa e umana di Lipari appariva ai vescovi così critica ancora di più doveva sembrare quella delle contrade dell’isola principale e delle isole minori.

Dopo la “ruina” per alcuni anni la popolazione visse concentrata nella città alta e nel borgo e nelle contrade si andava solo, come nelle isole, a lavorare la terra ed infatti l’attenzione alla realizzazione di chiesette e cappelle rimane qui circoscritta. Ma col passare degli anni, lentamente riprendono a formarsi anche nella campagne delle piccole comunità. Ed il nascere di chiesette e cappelle fuori di Lipari è un segnale della creazione di nuovi insediamenti anche per lo stimolo dei deliberati del Concilio di Trento,. Così mentre il vescovo Lanza (1554-1564) porta a compimento la costruzione delle chiese nella città alta; il suo successore mons. Giustiniani (1564-1571) si spinge Sopra la terra e nel 1569 fa costruire la chiesa di S. Anna. Ma è mons. Cavalieri ( 1571-1580) che va fuori dal borgo di Lipari e fa riparare l’antica chiesa dell’Annunziata, poi quella di S. Margherita e quindi quella della Serra dedicata all’Assunta. Mons. Bellardito (1580-1585) ricostruisce e amplia l’antica chiesa di S. Nicola e ne realizza una alla Cicirata dedicata all’Assunta. Fa costruire nel 1583 una edicola rifugio su monte S.Angelo dedicandola a S. Michele Arcangelo ma sicuramente si tratta di un richiamo devozionale piuttosto che un luogo di culto al servizio di una comunità. Mons. d’Acugna realizza una cappella dedicata a S.Giorgio sulla sponda sinistra del Vallone del Ponte, la chiesa a Quattropani dedicata  a Maria SS.di Loreto, quella a Pirrera al SS Nome di Maria, a S.Salvatore , a S.Leonardo, a Pianoconte nel 1593 la chiesina dedicata a Santa Croce dinnanzi alla nuova chiesa.

PIanoconte, la chiesa vecchia oggi un magazzino

A questo punto dobbiamo affermare che oltre a chi vive nella città alta e nel borgo ci sono almeno una decina e più di piccoli nuclei abitati nelle campagne e nelle contrade che si spingono fino a Quattropani e la Cicirata ma a nord dell’isola non vanno oltre Pirrera. Tutta la zona al di là di Monte Rosa fino ad Acquacalda, probabilmente perché giudicata poco fertile e troppo scoscesa anche per la presenza dei giacimenti di pomice, di forre e profondi calanchi, è come se non esistesse.

Il difficile ripopolamento della zona nord di Lipari

Ci penserà il vescovo Gonzales de Mendoza (1593-1598), un vescovo che amava le sfide e l’avventura dato che finirà la sua esistenza in America, a cercare di forzare questa sorta di confino. Così pensò innanzitutto a quella gente che era andata a vivere a Canneto dentro – per dedicarsi allo scavo della pomice che cominciava ad essere adoperata nell’edilizia anche in Sicilia – edificando la chiesetta di S.Vincenzo Ferreri, quindi fece costruire una cappelletta a Pignataro dove una volta c’era la lanterna dedicandola a S. Giacomo Maggiore, quindi punta su Canneto in quella che allora si chiamava la baia della Calandra e, nel bel mezzo di questa baia, edifica una cappella dedicata a S.Cristoforo forse un incoraggiamento a chi  scavare la pomice a raccogliersi in comunità e non vivere dispersi e nascosti fra le montagne per paura dei pirati. Comunque dovette passare molto tempo perché questo avvenisse se Lazzaro Spallanzani nel 1788 dice che a Canneto sono edificati “rari tuguri, dove vivono a stento pochi Isolani[12]

Acquacalda, la vecchia chiesa di San Gaetano

Ad Acquacalda, sul finire del 500, non vi era ancora nessun insediamento perché era una realtà troppo lontana, isolata ed indifesa. Vi erano un paio di persone che coltivavano un po’ di terra e forse scavavano anche la pomice nei pressi della Castagna ma si guardavano bene dal pernottarvi per timore dei pirati turchi. Comunque col riprendere della vita a Salina anche Acquacalda riceve maggiore attenzione prima come luogo di sosta ma già ai primi del 600 sul timpone di San Gaetano dovettero sorgere una decina di “tuguri” e magari una piccola cappella dedicata proprio a S. Gaetano[13].

Il ripopolamento delle isole minori

Ufficialmente le isole minori dovevano essere disabitate e incolte per non offrire punti di appoggio ai pirati turchi o a navigli nemici visto che le guerre non mancavano, malgrado ciò abusivamente tutte le isole, di fatto, erano abitate: non molti a Salina, alcune decine a Stromboli e Panarea, un po’ di più a Filicudi. Alcuni erano venuti da Lipari, altri dal continente spesso fin dalla fine del secolo precedente. Se gli abitanti di Lipari ponevano diversi problemi di morale lassa e di religiosità deviata, nelle isole, che vivevano, nell’abbandono totale dove la violenza per sopravvivere era esperienza quotidiana, questi problemi non erano certo minori. Dovevano vivere  in capanne di frasche coltivando pezzi di terra detenuti illegalmente perché di proprietà della Mensa vescovile , in condizioni miserevoli se non  subumane, con relazioni improntate all’ individualismo ed alla sopraffazione ed una religiosità fortemente intrisa di pratiche superstiziose. Il loro isolamento fu per decenni quasi assoluto salvo le puntate che stagionalmente vi facevano pescatori e contadini di Lipari che riuscivano ad ottenere – dietro il rilascio, come abbiamo visto, di una tangente in natura – la “licenza d’uscita” dal capitano d’arme. Contadini che andavano nelle isole  per raccogliere uve passe e malvasia, fichi e capperi barattandoli magari dai residenti in cambio di mercanzie di cui i locali erano completamente sprovvisti.

Ai divieti del comandante, a cominciare dal 1603 fino al 1917, si aggiunsero quelli di Mons, Vidal che proibì di andare nelle isole “senza licenza in scriptis di esso Monsignore” pena la scomunica. Una ordinanza affissa e proclamata ogni anno il giovedì santo nella chiesa Cattedrale durante la messa solenne[14]. Ma l’attenzione del vescovo per le isole  non era solo connessa all’esigenza di fare rispettare il pagamento delle decime ma anche di procedere al recupero della gente sia alla vita organizzata sia alla fede ed alla morale cattolica. E questo a cominciare da Salina dove, proprio agli inizi del 600, si avvertivano chiari e manifesti segni di risveglio di vita e di attività agricola. Rari insediamenti stabili di pastori e contadini mezzadri dovevano esserci nelle zone interne e un certo numero di produttori di sale avevano fissato la loro dimora nel tratto costiero tra Lingua e Santa Marina. E come pensa a questo recupero mons. Vidal? Creando dei luoghi di culto dove la gente possa raccogliersi per pregare, accostarsi ai sacramenti ma anche ascoltare qualche insegnamento morale e religioso. Così, nel 1602,  abbiamo il primo oratorio in una zona elevata della baia di Arenella, la Rinella di oggi, dedicata a S.Gaetano dove viveva un gruppo di boscaioli e contadini le cui abitazioni si assiepavano nel primo tratto del Vallone boscoso ; due anni appresso, nel 1605 sul fertile pianoro di Capo dove fra rigogliosi vigneti e alberi di fichi insieme a povere abitazioni, per la gran parte capanne, viene costruita la primitiva cappella in onore di S.Anna e della  Natività di Maria ;  nel 1612 sorge una chiesetta anche a Lingua, in località piuttosto discosta dal mare, intitolata a S. Bartolomeo al servizio di gente che si adattava alla pesca ed all’agricoltura, alla produzione di sale e al lavoro di carpenteria per piccole imbarcazioni; quindi ne 1622 dedicato alla vergine S.Marina. venne recuperata ed ampliata una antica struttura nella zona che prende il nome dalla chiesa dove dei contadini si dedicavano al trasporto a Lipari di derrate alimentari.

Il ripopolamento di Salina

Al ripopolamento di Salina, secondo Iacolino, concorsero in maniera significativa, un qualche gruppo di coloni proveniente dall’area di influenza veneta ed in particolare dalle isole Cicladi, Nasso, Scio, Cipro e Creta. Da terre cioè dove si producevano, in particolare, uve da tavola e da vino. Fra queste  vi era una isoletta che si chiamava Monembasìa dove confluivano moltissimi vini dell’area e prima di prendere la strada dell’Europa, venivano ulteriormente curati e miscelati. Questi vini, a cominciare dal quattrocento, presero il nome dell’isoletta e si chiamarono “malvasie”. Quando a cominciare dal 1540 le isole caddero in mano dei Turchi e col tempo entrò in crisi anche Venezia come potenza marinara, cominciò la trasmigrazione dei coloni in varie regioni d’Italia fra cui la Sicilia. Ed anche nelle Eolie e principalmente a Salina a cominciare dal 1561 giunsero gruppi di questi  portandosi i vitigni che avevano selezionato con tanta cura e trapiantandoli da noi[15] assieme alla loro esperienza di viticoltori. Fra questi immigrati probabilmente doveva esservi anche gente che aveva avuto a Cipro esperienze di saline e rimisero a cultura la piccola salina di Lingua. Ed è per questo che sul finire del 500 con riferimento all’isola non si parlò più di Didime ma di Salina che era già in uso nel XII secolo.

Stromboli. Ginostra

Sicuramente, continua Iacolino, si deve a questi coloni veneti l’introduzione a Salina del culto di Santa Marina . Una santa che nel 1512 era divenuta conpatrona di Venezia[16].

Una piccolissima cappella nel 1615 il vescovo Vidal la fa erigere anche a Stromboli e la dedica a S.Vincenzo Ferreri ma sarà una costruzione che deperirà presto perché l’isola era poco frequentata e spesso insidiata dai pirati turchi.


[1] Il Campis ( op.cit., pp.307-317) mette in risalto alcune contraddizioni fra due fonti entrambe solitamente bene informate: l’abate Ughelli che si rifà agli atti concistoriali e l’abate Pirri che, come abbiamo visto e stato anche a Lipari per documentarsi. L’Ughelli pone  come successore di Ferratine, Annibale Spadafora , di Messina che rimarrà vescovo di Lipari fino alla sua morte e cioè per un anno dal 1553 al 1554; gli succede Filippo Lancia o Lanza, di Catania,  dal 13 aprile 1554 al 1564; poi Antonio Giustiniani da Chio dal 12 maggio 1564 al 1571 che era già stato arcivescovo di Naxos ed aveva dato un significativo contributo teologico al Concilio di Trento; alla sua morte gli succede Pietro Cancellieri  dal 3 ottobre 1571 alla sua morte nel 1580; gli succede Paolo Bellardito di Lentini dal 17 ottobre 1580 al 1585 quando rinunciò; quindi Martino d’Acugna da Siviglia dal 21 dicembre 1585 al 1593 e quindi Giovanni Gonzales da Mendoza, spagnolo dal 1593 al 1595; gli succede nel 1593 Alfonso Vidal anche lui spagnolo. Il Pirri disconosce questa successione e al Ferratino nel 1584 fa succedere un certo Giovanni, il quinto vescovo liparese con questo nome, dei minori osservanti che avrebbe portato a conclusione la fabbrica della Cattedrale ed avrebbe fatto venire dalla Sicilia i frati cappuccini affidando loro il convento che era stato dei frati osservanti sulla Civita. Sempre secondo il Pirri Giovanni V morì nel 1584 e fu sepolto in Cattedrale presso l’altare del SS.Sacramento. Il Pirri salta Spadafora, Lancia, Giustiniani e Cancellieri e fa succedere a Giovanni V, Bellardito ma non il  1580 bensì il 1584 per cui questo vescovo avrebbe governato solo un anno. Dopo di che la chiesa di Lipari sarebbe rimasta vacante sette o otto anni perché non nomina nemmeno il d’Acugna. Ma al di là delle contraddizioni fra la versione dell’Ughelli e del Pirri, dei quattro vescovi che seguirono il Ferratino sappiamo poco . Sicuramente risedettero a Lipari Mons. Bellardito e il d’Acugna . Anche a Lipari venne ad abitare Gonzales da Mendoza ma vi rimase solo due anni  dopo di che nominò suo vicario l’arcidiacono e se ne partì per l’ America dove gli fu assegnata la diocesi di Chiapas nel Messico.

[2] Vedi G. Iacolino, Acquacalda di Lipari. Il territorio, la comunità umana, la chiesa, Lipari 2003, pp. 25-28.

[3] Martino d’Acugna, carmelitano come S.Teresa d’Avila e S:Giovanni della Croce dei quali era contemporaneo,  predicatore,autore di un trattato su De arte Divini Amoris,e quindi studioso del misticismo.

[4] Giovanni Gonzales da Mendoza, agostiniano, aveva vissuto a lungo nel Messico e poi probabilmente andò anche in estremo oriente giacchè pubblicò una Historia de las cosas màs notables, ritos y costumbres del gran Reino de la China con allegato unItinerario del Nuovo Mundo. Più tardi pubblicò anche Informe à Felipe II sobre la conservacion de las Indias e entrò a far parte dell’Accademia di Spagna.

[5] P. Campis, op. cit., pag.311.

[6] Mons. Alfonso Vidal viene nominato il 23 novembre 1599 ma raggiungerà Lipari solo il 20 aprile dell’anno successivo perché preferì passare a Roma l’inverno.

[7] “..ballari, triscare o alzarsi alla dritta, raffugnarsi o xipparsi li capelli o battersi in qualsivoglia parte del corpo, reputare o far reputare, sbattere la persona o fare strepito con porte o fenestre o far gesto di donna poco saggia gridando e saltando all’usanza dei barbari”.

[8] G.Iacolino, La Chiesa cattedrale di Lipari sotto il titolo di S.Bartolomeo, manoscritto citato, quaderno IIA, pag. 27-29.

[9] Idem, 27

[10] Il Convento dei Cappuccini di Lipari fu fondato nel 1584 ed edificato “tutto a lamia e damuso in quadro secondo il modello allora moderno innante la porta dell’entrata nella città, in buon sito e sopra l’antiche muraglie del palazzo del re Liparo”come è scritto nel manoscritto di P. Bonaventura Seminara da Troina, Libro primo, op.cit. pag. 140-141. Fu chiuso nel  1599 su iniziativa di un frate visitatore con la motivazione che i frati avevano violato la “regula della santa Poverà”.( Manoscritto di P.Bonaventura, op.cit., libro III). Iacolino, analizzando l’inventario dei beni lasciati dai Cappuccini nel monastero, afferma di avere individuato in che cosa consisteva questa violazione della regola: i frati si erano dati al commercio dell’uva passa. Infatti fra la roba trovata ci erano “trenta tri barilotti”che contenevano tredici cantàra ( un cantàro oscillava dagli 80 ai 100kg) e dieci rotoli uva passa, cioè oltre una tonnellata di merce pregiata. Inoltre nel monastero furono trovati  anche sei archibugi con sei fiaschette per la polvere da sparo,  una difesa contro eventuali assalti notturni da parte dei pirati visto che il convento si ergeva, allora, su una zona isolata a ridosso dell’approdo. (G. Iacolino, manoscritto, op.cit., pag. 30l).

[11] Archivio vescovile, Visita di Mons. D.Giovanni Mendozza, dal 1593 al 1626, f. 300; in G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale…, manoscritto cit, pag. 32°.

[12] L.Spallanzani, Destinazione Eolie, Lipari 1993, pag. 214; G.Iacolino, Acquacalda di Lipari, op.cit.,  pag.33.

[13] G.Iacolino, Acquacalda di Lipari, op.cit., pp.33-38.

[14] L.Genuardi e L. Siciliano, Il Dominio del Vescovo nei terreni pomici feri dell’Isola di Lipari, Acireale 1912, pg. 83, nn. 8 e 10 dove è riportato l’atto di Notar Verderami Voi del 1623. In manoscritto di G.Iacolino, La cattedrale…, op.cit., pag. 29 b.

[15] Si ricordi che nel 1564 viene trasferito a Lipari il vescovo Antonio Giustiniani, di famiglia genovese, che era nato a Scio ed era stato vescovo di Nasso.

[16] Queste informazioni sono ricavate dal manoscritto di G.Iacolino, La chiesa cattedrale…, op.cit., pag. 29f-i2. Sempre dallo stesso manoscritto – che si rifà, per lo più, all’Archivio Vescovile – derivano le notizie che seguono.

 

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