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La storica visita di Giovanni Paolo II ad Agrigento (8-9 maggio 1993). I discorsi e le immagini della visita | L’Amico del Popolo

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La storica visita di Giovanni Paolo II ad Agrigento (8-9 maggio 1993). I discorsi e le immagini della visita

La storica visita di Giovanni Paolo II ad Agrigento (8-9 maggio 1993). I discorsi e le immagini della visita

INCONTRO CON LA CITTADINANZA DI AGRIGENTO (08.05.1993)

La sera dell’8 maggio 1993, Piazza Vittorio Emanuele era addobbata a festa per un appuntamento storico: in due mila anni di storia del cristianesimo per la prima volta un Papa veniva nella Città dei Templi.  Gli agrigentini, fin dalle ore del dopo pranzo, aspettavano con ansia l’arrivo del Papa dopo che, un improvviso acquazzone primaverile, aveva ulteriormente rinfrescato l’aria calda che si respirava, a causa di un lieve scirocco che tirava. Alle 19.30, quando il sole iniziava lentamente il suo declino, un rombo si avvertì da lontano, suscitando una particolare emozione: “il Papa veniva dal cielo” l’elicottero papale, proveniente da Mazara del Vallo, dove il Papa si era recato in visita, atterra all’eliporto di San Leone. Attraverso le vie principali che, da San Leone, portano al centro città e tra due ali di popolo festante che, al passaggio, salutavano il successore di Pietro, il Papa, pochi minuti dopo l’etterraggio, giungeva in P.zza Vittorio Emanuele. L’emozione è grande, la gente acclama “viva il Papa”, la banda musicale suonava gli inni mentre sul palco, il vescovo di Agrigento, mons. Carmelo Ferraro, il Prefetto, Pietro Massocco ed Commissario al Comune, Nicolò Scialabba, accoglievano il successore di Pietro.  Dopo il saluto del Commissario il Santo Padre ha tenuto il suo primo discorso pubblico alla città di Agrigento.  Terminato l’incontro con la città il Papa si recò al Palazzo Arcivescovile dove ha pernottato mentre fuori sulla via Duomo, fino a notte tarda, gruppi e movimenti ecclesiali, hanno recitato il Santo Rosario, la preghiera mariana prediletta da Giovanni Paolo II. 

Carissimi Fratelli e Sorelle,

È con profonda gioia che questa sera, dopo aver visitato Trapani, Erice e Mazara del Vallo, giungo ad Agrigento, la Città dei Templi, che Pindaro definiva, come ha ricordato poc’anzi il Signor Commissario del Comune, “la più bella città dei mortali”. Ho accolto volentieri l’invito a venire in questa vostra Città, per celebrare con voi alcune significative ricorrenze, quali il nono centenario della ricostituzione della Diocesi agrigentina e della sua rievangelizzazione e il Decennio gerlandiano, col quale intendete prepararvi alle nuove prospettive di impegno apostolico in vista del terzo Millennio cristiano.
Vi saluto tutti e vi sono grato per la vostra calda accoglienza. Saluto di cuore il Signor Commissario del Comune e lo ringrazio per le sue cortesi espressioni di benvenuto e per avermi illustrato la situazione della Città, sconvolta negli ultimi tempi da episodi di brutale violenza, ma animata da ferma volontà di rinnovamento e di solidale concordia. Saluto il Rappresentante del Governo italiano, come pure le Autorità della Provincia e della Regione, i Sindaci dei Comuni vicini e tutte le Autorità civili e militari presenti. Saluto con stima ed affetto il Pastore della diocesi, il carissimo Monsignor Carmelo Ferrare, i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose e tutte le forze vive della Comunità ecclesiale, seriamente impegnate nel cammino della nuova evangelizzazione.
Saluto Te, Agrigento, Città di antichissima civiltà, madre di menti eccelse e di cuori generosi! Come non ricordare che tu hai dato i natali a personalità illustri, dall’antico Empedocle al moderno Pirandello? Come non far memoria qui della lunga tradizione artistica e culturale che caratterizza la tua storia millenaria? Saluto inoltre Te, Chiesa agrigentina, intrepida nella fede, edificata dai santi Vescovi Libertino, Gregorio e Gerlando, onorata attraverso i secoli da una lunga catena di santi, che io stesso ho avuto la gioia di arricchire con la canonizzazione di Giacinto Giordano Ansalone e Giuseppe Maria Tornasi.
Cittadini di Agrigento, nel nome del Risorto, sotto lo sguardo dei vostri celesti Patroni, offro a voi il mio abbraccio di pace.
Vengo fra voi, pellegrino del Vangelo per annunciare Gesù, il Salvatore del mondo, il Redentore dell’uomo. Sono qui per proclamare l’amore del Padre, e per rendere insieme a voi grazie a Dio dei frutti di bene che lo Spirito Santo a piene mani dispensa nei vostri cuori.
In questa nobile terra, avamposto d’Italia verso il Continente africano e l’Oriente, accanto ai monumenti della passata grandezza, palpita un patrimonio vivente di valori umani e religiosi che sono la vostra maggiore e inestimabile ricchezza: l’accoglienza e l’ospitalità, il senso dell’amicizia e della famiglia, dell’onore e della fedeltà, l’originalità e lo spirito di adattamento, il rispetto dello straniero e l’amore alla terra e, più di tutto, un profondo sentimento religioso espresso particolarmente nella pietà popolare.
Anch’io, venendo qui ad ammirare la splendida Valle dei Templi e le stupende architetture medioevali, sono rimasto impressionato dalla geniale generosità della gente della provincia agrigentina.
Questa sera, eccomi fra voi per incoraggiarvi a proseguire senza sosta sulla linea di fede e di cultura che caratterizza questo vostro patrimonio ideale. Siano sempre Iddio e la sua Legge i punti di riferimento del vostro pensiero e del vostro agire, sia il Vangelo l’anima ed il fermento, della vostra crescita civile e spirituale.
Purtroppo una serie di avvenimenti storici negativi, legati soprattutto al succedersi delle dominazioni e, da ultimo,la frana e il terremoto hanno segnato dolorosamente la vostra esistenza. La vostra umanità è stata profondamente umiliata, di recente, dalle gesta ignobili di sparute minoranze criminali e da affrettate generalizzazioni dell’opinione pubblica.
Agrigento conosce oggi la piaga della disoccupazione, che turba la tranquillità delle famiglie e le prospettive dei giovani.
Sono queste, carissimi, enormi sfide che interpellano la vostra capacità di iniziativa e vi chiamano a convergere in una convinta azione di solidale rinnovamento. Nessuno si senta sollevato da questa responsabilità.
Mi rivolgo a voi, esponenti della politica, a voi, uomini del mondo del lavoro, della scuola, dei mezzi di comunicazione sociale. Le difficoltà del momento attuale rinsaldino in ciascuno la determinata volontà di offrire il proprio contributo, perché sia perseguito pienamente il bene comune, con una attenzione singolare alle fasce più deboli della società: agli anziani, ai disabili, agli emarginati, agli immigrati.
Fratelli e Sorelle di questa Città, abbiate il coraggio della pace: costruite con tenacia una comunità a dimensione d’uomo, respingendo ogni richiamo alla violenza e all’egoismo. Il tempio della Concordia, unico vestigio greco rimasto indenne dall’usura dei secoli, sia per voi quasi un simbolo. Ascoltatene il richiamo all’impegno solidale, così da avanzare insieme verso un futuro più giusto e più sereno.
Il Signore Gesù, che ha insegnato a sentire la vita come missione e servizio, invita voi, credenti, ad essere vigilanti e a trafficare i talenti ricevuti. A voi, come ai primi discepoli, egli continua a chiedere di essere luce del mondo e sale della terra. In suo nome, anch’io vi addito le vie della speranza e dell’ardimento, della partecipazione responsabile e del fraterno impegno in ogni ambito del vivere civile. Vorrei chiedervi soprattutto di rinverdire la vostra fede, facendovi araldi della nuova evangelizzazione e costruttori di un mondo operoso e concorde.
La Vergine Santa, che con tanto amore venerate nei vostri santuari, vi illumini le coscienze, vi preservi dalla violenza e vi guidi sui sentieri dell’autentico progresso della salda giustizia e della vera pace.
Di cuore tutti vi “benedico.”

 

INCONTRO CON I GIOVANI DELLA SICILIA NELLO STADIO ESSENETO DI AGRIGENTO (9 maggio 1993)

Il nove maggio di buon ora, dopo un momento di preghiera nella cappella del Palazzo Vescovile, la papamobile attraversa lentamente via Duomo, per condurre il Pontefice allo Stadio Esseneto, dove oltre ventimila giovani, venuti da ogni angolo della provincia e della Sicilia aspettavano di incontrarlo dopo avere vegliato tutta la notte nelle parrocchie della Città. Lo Stadio è stracolmo, il tifo è proprio da stadio che prorompe, quando varca l’ingresso, con “si vede, si sente il Papa è qui presente”, gridato dai giovani. “Si vede si sente la Sicilia è qui presente”, risponde il Papa. Maurizio Bonomo, a nome di tutti i giovani rivolge il saluto al Papa, parla da giovane a “giovane”, presenta le gioie e le attese di una gioventù fresca che ancora crede nei valori e soprattutto crede nella forza del vangelo. Il Papa ascolta attentamente non gli sfugge nessuna parola e non manca di rivolgere ai giovani parole forti, parole di speranza:

“Le parole che abbiamo ascoltato erano molto ricche, molto profonde, molto mature e ho capito che questa veglia notturna, questa veglia pasquale, vi ha lasciato maturare molti problemi, molte esperienze e soprattutto la vostra fede. La maturazione del Vangelo da parte dei gio¬vani è oggi un fenomeno che ci porta a una grande speranza, perché il Vangelo deve essere ripensato, deve essere approfondito di nuovo, vissuto con nuove energie spirituali. Questo Vangelo deve diventare di nuovo la Via, la Verità e la Vita. Cristo lo dice di sé, ma il Vangelo è Lui. È questa una piccola introduzione al discorso che vorrei fare. Se mi vengono altri pensieri e altre riflessioni ve li dirò. Carissimi Giovani di Agrigento e di tutta la Sicilia! Pace a voi! (Gv 20,19). Così il Cristo risorto salutò, la sera del primo giorno dopo il sabato, Pietro e gli altri discepoli, riuniti nel Cenacolo per timore dei Giudei. Con le sue stesse parole vi saluto anch’io, lieto di potervi incontrare e di aprire la giornata proprio con questa calorosa manifestazione giovanile. Saluto il vostro Vescovo, il carissimo Mons. Carmelo Ferrare, che vi ha presentati come i suoi “gioielli”; Mons. Francesco Micciché, Vescovo delegato regionale per la pastorale giovanile e gli altri Presuli presenti; saluto i Sacerdoti animatori delle vostre associazioni e movimenti ecclesiali e li ringrazio per la cura che riservano all’annuncio del Vangelo a voi e con voi. Grazie inoltre al vostro rappresentante che a nome dell’intera gioventù siciliana ha messo in luce le sfide, le difficoltà e le speranze che voi incontrate sul vostro cammino. So che da ieri sera avete vegliato pregando a lungo ed intensamente per prepararvi all’odierno nostro appuntamento. Di questo vi ringrazio. Avete voluto mettervi nell’atteggiamento giusto, per ascoltare quanto lo Spirito dice a voi giovani oggi, qui, in questa vostra terra. E lo Spirito vi ha richiamato – come sempre fa – ciò che disse Gesù. Lo Spirito di verità non parla da sé: fa risuonare in ogni tempo il messaggio di Cristo, raccolto dalla Chiesa in quel singolare Libro pulsante di vita che è il Nuovo Testamento (cf. Gv 16,13 -15). Così questa notte Gesù stesso è venuto a bussare alle vostre coscienze, al grande cuore della gioventù di Agrigento e dell’intera Sicilia qui convenuta. Egli vi ha parlato, mediante il suo Spirito, mediante la Scrittura, mediante la Chiesa e vi ha ripetuto, indirizzandosi a ciascuno personalmente: “Te lo dico io: Alzati, vieni e seguimi “. Abbiamo, poi, ascoltato poco fa, altre sue parole nelle quali, senza mezzi termini, egli mette in chiaro le condizioni necessarie per seguirlo- “prendere la propria croce e andare dietro a lui” – promettendo in cambio una vita “salvata” dalla schiavitù del peccato ed aperta alla libertà, alla felicità eterna e alla gioia. È questo un annuncio che risponde pienamente alle attese dell’uomo: risposta esaustiva anche alla profonda invocazione di vita che sale questa mattina da questo stadio, in cui pulsano le speranze dell’intera gioventù siciliana. Stadio dei gio¬vani, stadio del Vangelo, possiamo dire; questo stadio sportivo questa notte, oggi, stamattina, domenica pasquale, è diventato stadio del Vangelo, stadio della Risurrezione, stadio della vita. Vita che vuole sem¬pre vincere la morte e vince la morte. Viviamo tempi di rapidi e profondi mutamenti. Ci si chiede spesso, guardando con apprensione gli eventi. “Dove andare?” e “Con chi andare?”. Serpeggia in diversi vostri coetanei – e voi l’avete opportunamente sottolineato poc’anzi – la paura dell’ignoto e dell’avvenire. Si è tentati di cedere, di adagiarsi nel dubbio e nello scoraggiamento, quasi stanchi di vivere e di continuare a lottare per la verità e per il bene. “Alzati!”. Ecco il primo fermo invito del Signore. Gioventù della Sicilia “Alzati!”: ripete Gesù suscitando in chi l’ascolta una meravigliosa forza spirituale. Giovani che mi ascoltate, sì, egli vi invita a mettervi in piedi; vuole che ad Agrigento, nell’Isola e in tutto il mondo i giovani prendano in mano il loro avvenire. Perché? Che significa “alzarsi”? Significa, prima di tutto, uscire dal guscio di una condizione che tiene bloccati, per acquisire la piena misura dell’essere uomini e donne, secondo il progetto divino. Significa reagire alla tentazione di chiudersi nella logica del proprio tornaconto personale, che conduce sempre più lontano dalla vera identità, sino a ren¬dere la persona irriconoscibile, dimentica completamente del “nome”. Di quale nome? Il nome che portiamo tutti, che porta ciascuno di noi: figlio di Dio. Questo nome è profondamente scolpito nei nostri cuori; è scolpi¬to da Gesù attraverso tutto il suo Vangelo, il suo essere con noi attra¬verso le sue opere e le sue parole e soprattutto attraverso la sua Croce e la sua Risurrezione. Quel nome: figlio di Dio, figli e figlie di Dio. Alzarsi vuoi dire mettersi in cammino, un cammino di ricerca e di liberazione, di lotta al proprio egoismo e di apertura ai fratelli. Tutti possono compiere quest’itinerario di conversione e di rinnovamento. Esso si attua innanzitutto nel fondo della coscienza di ognuno. Come racconta san Luca, nella stupenda parabola del Padre misericordioso, il figlio prodigo “rientrò in se stesso e disse:… Mi alzerò…” (Le 15,17-18). Ogni credente è chiamato a percorrere questo stesso sentiero: alzarsi in sé stesso, interiormente, alzarsi dal peccato, alzarsi dall’egoismo, alzarsi dagli errori e dirigersi senza indugio verso Dio e verso il prossimo. Carissimi giovani, la Sicilia, l’Italia, il mondo intero hanno bisogno di una rinnovata giovinezza dello spirito; hanno bisogno di un’umanità giovane nel cuore e nelle intenzioni. Ecco, voi giovani siete una realtà emblematica, perché questo alzarsi palpita nei vostri cuori. Voi dovete essere questa nuova umanità ricca di promesse e di speranze. Vi chiederete: Come può avvenire questo? Colui che dice “Alzatevi!”, non vi da solo un comando. Egli stesso – possiamo dire – vi prende per mano, vi sta vicino, cammina insieme con voi, fa tutta la strada con voi, da se stesso per i fratelli, fino alla fine. Non si limita a dare un comando. No, no. Prende per mano. Che cosa è il Vangelo, che cosa è la Croce; è questo prendere per mano ciascuno di noi. E poi, Risurrezione: la forza dello Spirito Santo. Prendere per mano efficace¬mente, non soltanto comandare. Dare la possibilità, donare se stesso. Donando se stesso dare la forza all’uomo peccatore, all’uomo debole, all’uomo che sempre ha bisogno di una conversione. Dopo questa lunga veglia di preghiera, di meditazione, voi – sono sicuro – lo vedete meglio, più pienamente, che Colui che vi dice “Alzati”, Quello è il Risorto. Colui che vi ama è il Risorto, il Signore che era morto ma ora vive per sempre ed ha il potere sopra la morte e sopra gli inferi – come leggiamo nell’Apocalisse (cf. Ap 1,18) -. È Lui che vi dice “Alzati”, “Alzatevi”. Egli vi domanda di rinunciare agli idoli di questo mondo e scegliere Lui, Lui, l’Amore che infonde il senso totale alla nostra esisten¬za e vi invita a vivere la giovinezza come una primavera di gioia, come questa primavera siciliana di oggi. A vivere questa primavera nell’esaltante esperienza del dono: dono suo, dono di Cristo, dono offerto a cia¬scuno di noi, e poi dono di noi stessi a Lui, dono di noi stessi agli altri e, attraverso gli altri, anche a Lui. Ecco la prospettiva dell’edificazione di un’altra civiltà, di una nuova civiltà: la civiltà dell’amore. Siamo qui per dare una realtà, iniziale ma oggettiva, a questo grande progetto della civiltà dell’amore. Questa è la civiltà di Gesù, questa è la civiltà cristiana vera, questa è la vostra civiltà. Voi aspirate a questa civiltà, non ad un’altra: la civiltà dell’amore. Nel Messaggio per la prossima Giornata Mondiale della Gioventù, in programma a Denver il 14-15 agosto, e alla quale so che anche voi vi state preparando, ho scritto: “Nel mistero della sua croce e della sua risurrezione, Cristo ha distrutto la morte e il peccato, ha abolito la distanza infinita esistente tra ogni uomo e la vita nuova in lui… Cristo realizza tutto ciò elargendo il suo Spirito, datore di vita, nei sacramenti; in particolare nel Battesimo… nel sacramento della Penitenza… nell’Eucaristia… La vita nuova, dono del Signore risuscitato, si irradia poi ad ogni ambito dell’esperienza umana: in famiglia, a scuola, nel lavoro, nelle attività d’ogni giorno e nel tempo libero” (Messaggio, nn. 4-5). Il Signore è leale con voi; vi dice chiaramente: “Chi non è con me, è contro di me” (Mt 12,30); vi chiama, cioè, a una scelta netta, senza compromessi: o lui, o altri “maestri”, altri “pastori”, che si presentano all’apparenza convincenti, ma risultano poi insidiosi e falsi. Sono coloro che vi attirano sui sentieri della criminalità, della droga, dei lavori illeciti e degradanti, dei divertimenti vuoti e superficiali. Rappresentando prima le situazioni di morte e di peccato nelle quali si imbatte un giovane oggi, voi avete sottolineato molto bene queste tentazioni e questi rischi. Non ho bisogno di parlare di più, voi lo sapete meglio di me: siete di questa terra, portate in voi la sua esperienza dolorosa. Vi dico solamente: reagite con fermezza ad ogni fallace seminatore di egoismo e di violenza. E se qualcuno per caso si trovasse irretito nei sentieri del male e si sen¬tisse perduto, rientrato in se stesso trovi il coraggio di tornare indietro verso la casa del Padre, come il figlio prodigo del Vangelo: “Mi alzerò, mi alzerò”. E il Padre sempre lo attende e altro non desidera che abbracciarlo col suo perdono. Ecco la meditazione sulla parola “Alzati”, “Alzatevi”. Poi Gesù dice “Vieni e seguimi ” cari giovani amici, il Maestro e Signore chiama tutti. Rispondergli è decidere del proprio destino, è dare senso alla propria esistenza. Ogni risposta comporta una decisione per¬sonale in piena e libera autonomia; implica tuttavia anche una forte dimensione comunitaria e sociale. Siatene ben consapevoli. Chi vi vede prendere sul serio il vostro Battesimo, riscoprire il valore e il senso del sacramento della Confessione, accostarvi frequentemente all’Eucaristia e vivere seguendo i dettami evangelici, non può non sentirsi “contagiato”! Se uno si alza, se uno si converte, leva con sé il mondo intorno a lui, lo fa alzare. E quale spinta veramente rinnovatrice potrà ricevere da tutto ciò l’intera società! La società deve essere guarita, rinnovata attraverso ciascuno di noi; ciascuno ha la sua parte in questa conversione comunitaria che costituisce la vera realizzazione della civiltà dell’amore. Parlo a una nuova generazione, parlo a giovani. So che sono da voi lontano due generazioni, ma mi sento nella vostra generazione, della vostra generazione. Non so come questo sia possibile, ma è così. Voi lo rendete possibile! Voi invitate sempre il Papa “Vieni, parlaci!”, ma io soprattutto vengo per ascoltarvi e per amarvi. Parlo a questa generazione, una generazione capace di lasciarsi rinnovare da Cristo, libera dalla paura di “tagliare via” quanto contrasta con il suo Vangelo, questa generazione cambia davvero la società, strappando dalla radice i mali e le ingiustizie che la corrompono. Una generazione che si alza in piedi e si assume le proprie responsabilità, cominciando dal chiedere perdono a Dio e ai fratelli, questa, sì, trasmette novità, una novità che non dura una stagione, ma porta frutto nei figli e nei figli dei figli. Il Vangelo da duemila anni è sempre una novità, è sempre da scoprire, sempre proiettato verso l’avvenire. Non pensate che a voi, finché siete giovani, tocchi soltanto di giudicare e non anche di convertirvi. No, carissimi, “l’inizio della sapienza è il timore del Signore” (Sal 111 [110], 10; Prv 1,7) e l’inizio del rinnovamento, sia personale sia sociale, sta nel pentimento e nel cambiamento di mentalità. Giovani in Cristo non si nasce, ma si diventa. Cristiano si diventa in tutta la vita. Ve lo dico per la mia personale esperienza. Non è questione di età, ma di cuore; è questione di fede, di speranza e di carità; è questione di “rinascere dall’alto” (Gv 3,7), dalla sua iniziativa, dal suo amore, dall’amore di Dio, che brucia come il fuoco il nostro uomo vecchio. Sì, anche in voi, giovani, c’è un po’ di questo uomo vecchio. L’amore di Dio brucia questo uomo vecchio; bisogna cominciare questo lavoro, questa collaborazione con Gesù, quam primum, l’amore di Dio infonde in noi la sua eterna giovinezza, ci ringiovanisce sempre. Così mi spiego come anche io posso essere un po’ giovane. Il merito è di Gesù, soprattutto, ma una parte di merito nel ringiovanire il Papa lo avete anche voi, voi giovani. Carissimi giovani di Sicilia, se accettate di alzarvi in piedi e di andare verso di lui, il Cristo vi propone di portare come lui la croce. A tale condizione, egli farà di voi il lievito e il sale di questa terra. Ecco perché vi propone la vetta più alta, più impegnativa e più bella: la santità, il dono di voi stessi a Dio e ai fratelli. Come lui ha dato tutto, così chiede ai suoi amici di donarsi integralmente. “Rimanete in me ed io in voi”. Egli propone con dolcezza questa sua chiamata, e se la risposta è “sì”, apre dinanzi a voi il cammino della santità che è missione e solidarietà. Abbiamo sentito due testimonianze dei vostri coetanei, tutte e due trattavano di questo. Testimonianze stupende. Giovani siciliani, rimanete in Cristo! Non cedete ai richiami del relativismo etico; non lasciatevi abbindolare da falsi profeti. Seguite Gesù imitandolo. Ci sono vaste regioni, anche in Italia, in Europa e negli altri Continenti, che sono spiritualmente deserte, aride, prive di acqua (cf. Sal 63 [62], 2). In queste terre la Chiesa è chiamata a scavare canali di acqua viva, a tracciare sentieri di comunione e di riconciliazione, strade nuove, aperte dallo Spirito mediante gli sguardi, le parole, i gesti di persone giovani nel cuore. Per contribuire ad una simile missione, voi per primi dovete diventare serbatoi di acqua viva e coraggiosi esploratori delle vie del Vangelo. Che cosa c’è di più luminoso di una esistenza donata generosamente per la riconciliazione e per la giustizia? Ma per questo, carissimi, dovete rinascere dall’alto, dallo Spirito, dalla Croce, dalla Risurrezione e finalmente dal Padre che ci ama; dovete rimanere in Gesù amandolo e servendolo “con tutto il cuore, con tutta l’aria e con tutte le forze” (Dt 6,5). Percorrete la strada della santità e dell’amore, con entusiasmo ed impegno. Ascoltate Gesù, abbiate fede in lui. “lo ho vinto il mondo”, egli dice. “Rimanete nel mio amore”. Ed aggiunge: “Andate per il mondo, predicate il Vangelo”. Ecco la vittoria che vince il mondo è il Vangelo, è la morte e la Croce di Gesù, è la Risurrezione di Gesù. La vittoria che vince il mondo è la nostra fede, come ci insegna la prima lettera di Giovanni (5,4). Giovani di Agrigento e di tutta la Sicilia, lasciatevi condurre dal suo Spirito e siate il segno della benedizione di Dio per tutti coloro che incontrate. Vi precede in questo cammino la Vergine di Nazareth, la Donna santificata dalla Pasqua del Figlio di Dio, che ha offerto se stessa con Cristo per la redenzione dell’intera umanità. Maria è – e questo è stupendo – la persona più nuova e più giovane che la creazione conosca: sceglietela come Madre, fedele compagna di viaggio nella scoperta e nell’accoglienza della vostra vocazione e della vostra missione. Lei vi insegnerà a donarvi senza riserve e a spendervi generosamente secondo il Progetto di Dio: nella consacrazione verginale o matrimoniale, nella maternità e paternità coniugale oppure spirituale e pastorale, comunque e sempre secondo la carità di Cristo. La carità di Cristo è ricca, ricchissima, porta in sé tutte queste possibilità. Tutte queste vocazioni sono inscritte profondamente nella vita di Cristo, nella sua missione messianica, nel suo cuore. La carità è l’unica e definitiva meta di ogni credente. Vorrei dirvi ancora tante altre cose, ma il tempo scorre purtroppo veloce. Vi assicuro però che vi porto nel cuore e vi prego di recare ai vostri amici, specialmente i più bisognosi di luce e di conforto, l’assicu¬razione del mio affetto e della mia preghiera. A tutti i giovani, a tutti. Anche a quelli che non sono qui. Ora questo nostro incontro prosegue con il “Credo dei giovani di Sicilia”. Sono contento di unirmi a voi per proclamare l’unica fede che ci unisce e ci rende tutti famiglia di Dio. A ciascuno e a tutti la mia viva gratitudine avvalorata da una speciale Benedizione”.

ALL’OSPEDALE PSICHIATRICO

Al termine dell’incontro con i giovani, nel tragitto verso la Cattedrale dovre avrebbe incontrato la Chiesa ministeriale, il Papa ha fatto una breve sosta all’ospedale psichiatrico della città rivolgendo ai malati le seguenti parole:

“Saluto di cuore i nostri Carissimi ammalati dell’ospedale psichiatrico. Saluto tutti coloro che assistono gli ammalati. I medici, le infermiere, gli infermieri e tutto il personale sanitario. Vorrei offrirvi questi fiori che ho ricevuto prima come dono. Voglio offrire questo dono all’ospedale psichiatrico di Agrigento. Vi benedico.

INCONTRO CON LA CHIESA MINISTERIALE DI AGRIGENTO NELLA CATTEDRALE

Dopo l’incontro allo stadio con i giovani, il Papa ritorna in via Duomo, dove, in Cattedrale, ad attenderlo c’è la chiesa ministeriale (presbiteri, religiosi e rappresentanti del laicato che svolgono un servizio nella Chiesa e per la Chiesa). Ad accogliere il Papa davanti il portone centrale della Cattedrale il capitolo della Cattedrale; il vescovo porge al Pontefice l’aspersorio ed Egli, con un ampio gesto ha benedetto i presenti e guardando, dal terrazzo antistante la Cattedrale, l’entroterra anche tutti i paesi della diocesi agrigentina Il Duomo era gremitissimo e tutti, all’incedere del Papa cantavano “Viva il Papa in Agrigento”, l’inno appositamente composto per l’evento con testo di mons. De Gregorio e musica di padre Cardella. Giovanni Paolo II attraversò la navata centrale salutando e benedicendo, poi si portò alla cappella del Santissimo per sostarvi in preghiera. Preso posto davanti all’altare maggiore, attorniato dall’episcopato siculo ascoltò il saluto rivoltogli dal vescovo, al termine del quale lesse il suo discorso:

“Carissimi Fratelli e Sorelle! È motivo di grande gioia per me pronunciare queste parole, lodare Gesù Cristo davanti a voi, essere qui con voi, essere con la Chiesa di Agrigento. Saluto tutti i presenti, tutti quelli che rappresentano la Chiesa ministeriale di Agrigento, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i laici impegnati nel loro apostolato nelle parrocchie della diocesi di Agrigento. Con affetto saluto il vostro Pastore, il carissimo Mons. Carmelo Ferrare, saluto il Cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo. Saluto tutti i Vescovi presenti, Vescovi siciliani e Vescovi ospiti, e poi tutti i Presbiteri, preziosi e solleciti collaboratori nel ministero episcopale del vostro Vescovo Carmelo; saluto i Diaconi, che esprimono sacramentalmente la dimensione di servizio propria di tutta la Chiesa; i Religiosi e le Religiose, che il Signore ha scelto come gioiosi annunciatori della radicante evangelica, attraverso il dono totale della propria vita a Dio e ai fratelli. Saluto gli sposi, che riflettono nella loro intima comunione di vita l’amore sponsale di Cristo per la sua Chiesa, votandosi all’impegnativa missione di educare i figli secondo il cuore di Dio. Saluto quanti esercitano i più diversi ministeri, soprattutto i laici, che generosamente si prestano per il bene delle Comunità parrocchiali, come pure i membri delle aggregazioni ecclesiali e degli organismi diocesani impegnati nell’evangelizzazione e nella testimonianza della carità. È bello vedere qui raccolta ogni componente della Chiesa agrigentina. È un singolare spettacolo di comunione, quasi uno squarcio di cielo in questa Cattedrale dedicata all’Assunzione di Maria. Ci sembra di rivivere qualcosa del suggestivo ideale della prima comunità cristiana descritta dagli Atti degli Apostoli: uomini e donne che vivevano come “un cuor solo e un’anima sola”, assidui nell’ascolto degli Apostoli, nell’unione fraterna, nella frazione del pane (cf. At 2,42). È con quel modello ideale che ci dobbiamo costantemente misurare, specialmente in questo scorcio di secolo, mentre ci prepariamo ai compiti e alle responsabilità del terzo millennio cristiano. Come potrebbe infatti incidere la nostra parola evangelizzatrice, se non fosse innanzitutto una testimonianza di comunione? Gesù lo ha detto con chiarezza: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La Chiesa in effetti riscopre l’essenza della sua missione come “diakonìa” rituffandosi costantemente nell’amore. Tutto in essa converge al servizio. Non fu questo lo spirito che pervase il Concilio Vaticano II? Lo sottolineava efficacemente il mio venerato predecessore, Paolo VI, quando affermava: “Tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità. La Chiesa in un certo modo si è dichiarata ancella dell’umanità” (Insegnamenti di Paolo VI, vol. III, 1965, p. 730). Nell’ora magnifica e drammatica della storia che stiamo attraversando, mentre si intravedono i germogli di una nuova primavera del Vangelo, è bello riflettere sui doni del Signore, per accoglierli con cuore aperto e generoso. Mi piace questa mattina farmi eco tra voi delle parole dell’apostolo Paolo, che ai Corinzi scriveva: “A ognuno è data una manifestazione particolare dello Spirito a utilità di tutti” (1 Cor 12,7). Ed ai Romani diceva: (“Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi” (Rm 12,6). È importante dunque imparare a riconoscere i doni del Signore, per lodarlo e ringraziarlo, e per assumere in modo responsabile il nostro posto nella missione affidataci dalla Provvidenza divina. Carissimi Fratelli e Sorelle della Chiesa di Agrigento! Voi avete dinanzi a voi un compito di grande rilievo. Siete una Chiesa di antiche origini, arricchita da una gloriosa schiera di Santi. Voi sapete bene che l’annuncio del Vangelo è una sfida per ogni generazione, sfida tanto più impegnativa in questo nostro tempo di trapasso culturale, in cui i valori tradizionali vengono facilmente messi in discussione in nome di un mortificante relativismo ideale ed etico, che toglie senso vero alla vita e rischia di soffocare la speranza La storia della vostra Diocesi ha già conosciuto una “rievangelizzazione”, operata efficacemente nove secoli or sono dal Vescovo san Gerlando e che voi opportunamente state commemorando con un decennio di celebrazioni. Oggi è necessaria un’impresa simile a quella da lui compiuta, adattandone ovviamente le forme alle esigenze dell’epoca attuale. L’obiettivo è sempre lo stesso: si tratta ancora una volta di annunciare Gesù, il Redentore dell’uomo, confessandolo come “Via, Verità e Vita” (Gv 14,6), presentandolo come il “centro del genere umano, la gioia di tutti i cuori e la pienezza delle loro aspirazioni” (Gaudium et spes, 45). A voi, carissimi Fratelli e Sorelle, è affidato questo annuncio: diventate sempre più una Chiesa ministeriale, per essere sempre di più una Chiesa missionaria. Una preoccupazione dominante dovrà caratterizzare il vostro compito di evangelizzazione: porre il lievito evangelico nell’intimo della vita e della cultura, perché l’accoglienza del Vangelo plasmi i sentimenti e orienti i comportamenti. È facile, infatti, specialmente nelle regioni di antica tradizione cristiana, che la fede si riduca ad una superficiale verniciatura, incapace di incidere in profondità nella vita. E così si spiega il deplorevole e diffuso fenomeno di una pratica religiosa poco illuminata, che convive con atteggiamenti scarsamente evangelici. Fede e vita non possono camminare su due binari paralleli. L’annuncio cristiano mira a fare “uomini nuovi”. È pertanto un annuncio che si fa carico dell’interezza dottrinale, senza sconti e dimenticanze. A tal fine può risultare utile alla vostra azione evangelizzatrice una matura riscoperta della parola di Dio ed una approfondita e sistematica conoscenza dell’insegnamento ecclesiale, quale è stato autorevolmente riproposto dal Recente Catechismo della Chiesa Cattolica. Ma accanto alla preoccupazione dottrinale, i catechisti, gli educatori, i genitori cristiani, sono chiamati a comunicare un messaggio vitale e coinvolgente, che porti a conoscere Dio facendone in qualche modo esperienza nel contesto della comunità. È qui il mandato di una catechesi rinnovata, di cui si ha oggi urgente bisogno. So che vi state già attivamente adoperando in questo senso. Ne sono prova gli sforzi di rinnovamento compiuti in preparazione di questa mia visita. Anche il Papa serve a qualche cosa nella Chiesa. Alcuni dicono che serve a riparare le strade… Ma io dico che questa parola è molto buona perché ha anche un senso metaforico. Sappiamo bene chi ha “riparato” le strade, chi ha gridato di “riparare” le strade. Chiesa di Agrigento, prosegui con fiducia nel cammino intrapreso. Lasciati condurre dallo Spirito di Dio. Non ti arrestino gli ostacoli che inevitabilmente troverai lungo la strada. “Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33): te lo ripete il Signore della vita immortale. Lo ripeto anch’io a voi, Sacerdoti, Religiosi e Religiose, perché riscoprendo la vostra appartenenza totale a Cristo diventiate di lui apostoli intrepidi, perseveranti e generosi. Lo dico a voi, laici, affinché vivendo fino in fondo il vostro sacerdozio regale nell’attiva partecipazione alla ministerialità ecclesiale, siate “sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15). Fate soprattutto in modo che le vostre famiglie diventino “piccole Chiese”, scuole di santità e di umanità, fermento evangelico della società. La Vergine Santa vi accompagni. Vi affido tutti a Lei, mentre mi appresto ad incoronarne l’immagine, che sarà posta nel Santuario di Montevago, nel Belice. Possa la Regina del Cielo essere considerata da tutti come un faro nelle tempeste della vita, Madre amorevole che accoglie e custodisce i suoi figli. A ciascuno di voi ed a quanti vi sono cari nel Signore la mia benedizione.”

RECITA DEL REGINA COELI IN PIAZZA DON MINZONI

Al termine dell’incontro con la Chiesa ministeriale, il Papa ha raggiunto il Seminario da dove, affacciatosi alla Loggia, ha guidato la recita del “Regina Coeli”. Introducendo la preghiera mariana, il Santo Padre ha rivolto ai fedeli le seguenti parole:

“Carissimi Fratelli e Sorelle! Vedendo i numerosi fanciulli presenti a quest’incontro di preghiera mariana, mi vengono spontanee alla mente le parole di Gesù: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli” (Mt 19,14). Vi saluto tutti con gioia ed affetto, cari ragazzi e ragazze di Agrigento, ed anche voi papa e mamme che li accompagnate. Nella Città “del mandorlo in fiore”, voi, cari fanciulli, siete come i fiori della comunità, i figli prediletti del Padre celeste, i cui angeli contemplano il suo volto. Mentre vi guardo con gioia e rendo grazie al Signore per ciascuno di voi, il mio pensiero va ai vostri coetanei del mondo intero, specie a quelli che sono vittime dell’abbandono, della povertà, della violenza. In particolare, vi invito a ricordare e a pregare, insieme a me, per i fanciulli che, in tante parti del mondo, soffrono a causa della guerra. Penso in questo momento soprattutto a quelli coinvolti nel conflitto che interessa i Balcani. Possa il Signore accordare, grazie anche alla sofferenza dei piccoli innocenti, il dono della pace a quella martoriata regione dell’Europa dove da anni ormai si continua a combattere con disumana ferocia. Verso di voi, che siete l’innocenza e la speranza, tutti guardino e non si stanchino di impegnarsi nella ricerca della riconciliazione e della pace! Mi rivolgo ora a voi, cari genitori, che trasmettendo il dono della vita ai vostri figli vi siete assunti il compito primario della loro integrale formazione. Preoccupatevi non solo che essi crescano bene fisicamente, ma che progrediscano in sapienza e grazia. Educateli innanzitutto, con la testimonianza e l’esempio, alla fede in Dio e alla generosità nel servizio dei fratelli; difendeteli dai pericoli, avviateli alla preghiera ed al contatto vivificante con le sorgenti della salvezza, sosteneteli nell’itinerario della vita cristiana. Auspico che la vostra azione educativa possa trovare un sostegno efficace nell’opera della scuola. Al riguardo, mi è caro rivolgere un cordiale saluto a tutti gli allievi ed insegnanti degli Istituti scolastici della vostra Città, con l’augurio che ogni scuola sia sempre una reale comunità educante, a valido appoggio e qualificata collaborazione delle famiglie, le quali conservano il diritto-dovere insostituibile di preoccuparsi della formazione umana e spirituale dei loro figli. Tra le scuole di Agrigento ce n’è una di singolare interesse e valore: è il Seminario, cuore della Comunità diocesana e fucina di giovani generosi, chiamati da Cristo ad essere suoi ministri. Benedica il Signore il Seminario della vostra Diocesi e ne faccia un vivaio di apostoli per la generazione agrigentina di domani. Benedica i seminaristi, le loro famiglie e quanti si impegnano nella pastorale delle vocazioni. Preghiamo il “Padrone della messe” perché fioriscano in questa vostra terra, alle soglie del nuovo Millennio, molte vocazioni al sacerdozio ministeriale, alla vita consacrata, alle missioni. Affidiamo ogni nostra attesa e desiderio alla Madonna, tanto venerata in Agrigento, rivolgendoci ora a Lei con la preghiera del “Regina Coeli”. Nel corso di questa mia Visita in Sicilia non posso non ricordare con particolare commozione coloro che, per affermare gli ideali della giustizia e della legalità, hanno pagato col sacrificio della vita il loro impegno di lotta contro le forze violente del male. La Chiesa, fedele agli insegnamenti di Cristo, e accanto a quanti si adoperano per costruire una convivenza sociale improntata ai valori della concordia e della pace. Essa si sente impegnata ad operare coraggiosamente per divenire autentico segno di speranza per l’intera società, soprattutto per i giovani. Voglia il Signore benedire e proteggere sempre il popolo siciliano.”

AI RAGAZZI DELLE SCUOLE CATTOLICHE

Al termine del Regina Coeli, il Santo Padre ha rivolto – in diretta televisiva – un pensiero ai ragazzi delle scuole cattoliche romane partecipanti alla Maratona di Primavera. Queste le parole pronunciate dal Papa:

“In questo momento a Roma sono raccolti numerosi ragazzi e giovani delle Scuole Cattoliche che, a conclusione della loro tradizionale Maratona di Primavera, stanno prendendo parte alla celebrazione della Santa Messa, insieme ad un gran numero di loro coetanei giunti da diverse Nazioni per commemorare il 150° anniversario della Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria. Giovani di Roma e del mondo, in nome della Chiesa, io vi esorto a conservare viva in voi la solidale generosità e l’ardore missionario che caratterizzano il vostro odierno incontro. Vi saluto con affetto e di cuore vi benedico.

INCONTRO CON GLI IMPRENDITORI AL PALAZZO DEI CONGRESSI DI AGRIGENTO

Nel pomeriggio del 9 maggio 1993, dopo avere pranzato con tutti i vescovo siciliani nel Palazzo Arcivescovile, Giovanni Paolo II si è incontrato con i rappresentanti del mondo imprenditoriale di Agrigento nel Salone del Palazzo dei Congressi. Dopo l’indirizzo di omaggio rivoltogli dal Presidente della Camera di Commercio, Paolo Di Betta, il Santo Padre ha pronunciato il seguente discorso:

“Carissimi Fratelli e Sorelle! Grazia e pace a voi in abbondanza (1 Pt 1,2). Con queste parole dell’apostolo Pietro, rivolgo a voi e a tutto il mondo del lavoro, che qui rappresentate, il mio più cordiale saluto. Ringrazio il Presidente della Camera di Commercio per le gentili parole che mi ha rivolto; ringrazio le Autorità intervenute a questo incontro, gli imprenditori, i lavoratori, i responsabili di Istituzioni locali, i direttori degli Uffici Pubblici, i componenti della Consulta del lavoro di questa e delle altre diocesi dell’isola. Grazia e pace a voi in abbondanza! Mi piace far oggi risuonare con forza questo augurio nella terra che porta i segni di una storia antica e gloriosa, ma che vive ora un momento non facile a motivo della crisi sociale, economica ed occupazionale che l’attanaglia. Si tratta certamente di problemi complessi e di difficile soluzione. Sappiamo tuttavia che l’uomo, sorretto dalla grazia di Dio, può trovare insospettabili e inesauribili risorse, specialmente quando la fede e la speranza cristiana ne illuminano l’esistenza. Vi ringrazio, cari amici, per la vostra accoglienza. Desidero esprimervi il mio più vivo apprezzamento per quanto, in preparazione alla mia visita, avete generosamente realizzato non soltanto in ambito ecclesiale, ma anche nel più ampio contesto delle forze sociali, che avete chiamato a raccolta spronandole ad una rinnovata tensione ideale, con un appello all’impegno particolarmente per i giovani. Sono lieto che in questa iniziativa la Chiesa agrigentina si sia posta in prima linea, sforzandosi di dare un’anima all’auspicato rinnovamento sociale, in attuazione pure su questo versante della sua vocazione di “sacramento” di comunione (cf. Lumen Gentium, 1). E come si potrebbe sottovalutare l’importanza del ruolo della Chiesa ai fini di un rinnovamento nel quale, accanto agli aspetti di carattere materiale e strutturale, sono decisivi soprattutto alcuni coefficienti di carattere morale? Nulla infatti si realizza, là dove mancano motivazioni sufficienti per prendere l’iniziativa. D’altro canto, lo stesso spirito di iniziativa finisce con l’essere vanificato se non può contare su un contesto di solidarietà e si scontra sul nascere con l’individualismo e la diffidenza. Sta qui la grande sfida che l’azione educatrice della Chiesa deve saper raccogliere, infondendo nell’opera di rinnovamento del territorio il fermento evangelico. “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque” (Mt 25,20). Questo rendiconto del servo industrioso, raccontatoci nella parabola evangelica dei talenti, ben si applica all’insieme della vita, della quale Dio ci chiederà conto in rapporto ai doni e alle possibilità ricevute. Possiamo tuttavia attingere da questo brano un raggio di luce, anche per comprendere il senso cristiano dell’attività imprenditoriale. È urgente, infatti, specie in una zona come la vostra a forte tasso di disoccupazione, promuovere una “cultura dell’iniziativa” e, più specificamente, un “cultura dell’impresa”. A tal fine bisogna che si riscopra, specialmente tra le nuove generazioni, il gusto della creatività in ogni campo, compreso quello economico. Non ci si può aspettare tutto dagli altri, nemmeno si può pretendere tutto dallo Stato. Nel documento su “Chiesa italiana e Mezzogiorno”, i Vescovi hanno auspicato, per la soluzione dei problemi del sud, un nuovo “protagonismo della società civile”: “Un’organizzazione forte e autonoma della società civile – essi hanno scritto – costituisce un fattore decisivo e indispensabile per lo sviluppo del Mezzogiorno” (Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 21). Certamente, tale prospettiva di crescita ha bisogno di adeguati supporti e di opportune facilitazioni strutturali. Ma essa deve trovare in un atteggiamento culturale di apertura le sue motivazioni profonde. La visione cristiana può offrire in tal senso un insostituibile contributo e un forte impulso, ricordando che la vita è vocazione: siamo amministratori dei “talenti” che Dio ci ha affidato, e dobbiamo farli fruttificare per realizzare, nel tempo a nostra disposizione, qualcosa di utile e di buono. Tale vocazione all’iniziativa si rivela, al tempo stesso, come una chiamata al servizio. Inquadrata in una dinamica di amore, essa aiuta chi ha il dono dell’intraprendenza e la responsabilità di un ruolo di guida a comprendere di non dover produrre solo per sé, ma di doversi far carico dei propri fratelli. Una sana cultura di impresa è chiamata pertanto a trovare il giusto punto di equilibrio tra l’efficienza e la solidarietà. Ho scritto nella Centesimus annus che il profitto è legittimo, in quanto “indicatore del buon andamento dell’azienda”, ma la vitalità di un’azienda va rapportata anche ad altri fattori, primo dei quali il suo essere un’autentica “comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società” (n. 35). Alla cultura dell’impresa così concepita, è necessario che corrisponda una nuova “cultura del lavoro”, che coinvolga gli uomini, impegnati a qualunque titolo nell’attività produttiva, in uno sforzo di corresponsabilità, di partecipazione, di solidarietà. Non è più il tempo delle contrapposizioni frontali. Nella crisi sociale ed economica del momento è importante trovare dei punti di incontro, per risolvere adeguatamente i problemi che minacciano la serenità e il futuro dei lavoratori. Una cultura del lavoro, cristianamente intesa, implica il rispetto per la dignità dell’uomo che lavora, per i suoi diritti fondamentali e inalienabili, per gli organismi che lo rappresentano e lo tutelano. Da un maggiore coinvolgimento della soggettività del lavoratore nel processo produttivo, c’è tutto da guadagnare per la salute delle stesse aziende. Bisogna osservare, peraltro, che un’autentica cultura del lavoro non si sviluppa adeguatamente, se non è animata e sorretta da un “cultura della solidarietà”, e questa, a sua volta, non potrà essere praticata nel mondo del lavoro, se un tale atteggiamento non cresce contestualmente in tutto il corpo sociale. Vi esorto, pertanto, a perseverare nell’impegno per un generale rinnovamento della politica, orientandola sempre più decisamente all’obiettivo del bene comune, e depurandola da quelle torbide logiche clientelari che inquinano profondamente l’esperienza della democrazia. La lotta decisa alla mentalità e all’organizzazione mafiosa, che pur essendo di una minoranza disonora questa terra e ne mortifica le potenzialità, sia proseguita con fermezza e piena collaborazione. Coraggio, dunque! Lo dico a tutti. Mi rivolgo, in modo speciale, agli imprenditori e ai lavoratori che si fregiano del nome cristiano. La Chiesa che è in Sicilia si sta muovendo all’insegna di un’esaltante missione: “Una presenza per servire”. Il battezzato, partecipe della missione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, ha il compito di farsene carico, diventando testimone, nella vita quotidiana e in particolare nel mondo del lavoro, di tale programma. Imprenditori cristiani, questa è l’ora in cui siete chiamati a riconoscervi come amministratori dei doni ricevuti dal Signore, sviluppandoli a favore dei più deboli. Lavoratori e forze vive dell’universo produttivo, non sentitevi destinatari passivi dell’altrui iniziativa, ma responsabili collaboratori nelle imprese come nel pubblico servizio. Giovani, è la vostra ora! Su di voi grava l’incubo della disoccupazione, ma in voi è pure la speranza del futuro. Di fronte ai numerosi problemi incombenti siate capaci di uno sforzo ardimentoso di carità, di una adesione cordiale a Cristo, Redentore dell’uomo, di un impegno supplementare per superare la crisi del momento. Carissimi Fratelli e Sorelle, a tutti vorrei domandare di affidarvi con abbandono filiale alla Vergine Santissima protettrice della vostra terra. Vi sia di conforto poi la Benedizione Apostolica che imparto volentieri a voi, alle vostre famiglie, particolarmente ai disoccupati e a quanti si trovano in più preoccupanti situazioni economiche. Vi aiuti il Signore a conservare nel cuore la voglia di vivere e il coraggio di sperare.

SOLENNE CONCELEBRAZIONE A PIANO S. GREGORIO

La visita del Papa alla città e diocesi di Agrigento trova il suo apice nella concelebrazione eucaristica a “Piano San Gregorio” nel cuore della Valle dei Templi. Sotto il tempio della Concordia, davanti al mare africano, nella spianata divenuta una cattedrale a cielo aperto, oltre 60 mila fedeli parteciparono al sacro rito. La Santa Messa, concelebrata con tutti i vescovi della Sicilia, è stata introdotta dall’indirizzo di omaggio rivolto al Santo Padre dal Vescovo, Mons. Carmelo Ferraro. Riportiamo di seguito l’omelia tenuta dal Santo Padre:

“Signore, mostraci il Padre” (Gv 14,8). Nell’ora culminante e conclusiva dell’attività messianica di Gesù di Nazareth, alla vigilia della sua passione e morte in croce, gli Apostoli riuniti nel cenacolo, e in particolare Filippo, domandano al Maestro: “Signore, mostraci il Padre”. Gesù risponde loro: “Chi ha visto me ha visto il Padre… lo sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,9.11). L’ultimo colloquio dei discepoli con il loro Maestro è denso di profondi contenuti; in esso convergono, e in qualche modo vengono racchiusi, gli elementi più profondi della buona Novella. Durante la sua missione terrena Gesù aveva continuamente parlato del Padre, era vissuto sempre unito a Lui, in tutto si era riferito a Lui. Egli, che è totalmente da Lui e per Lui, aveva comandato ai discepoli di pregarlo chiamandolo: “Padre nostro”. Al momento dell’ultima Cena, rispondendo alla domanda di Filippo, dice: “Non credi che io sono nel Padre e il Padre e in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere… credetelo per le opere stesse” (Gv 14,10-11). Chi è Dio? La risposta a questo interrogativo, è senz’altro prioritaria e fondamentale per la vita dell’uomo. Le risposte alle domande: “Esiste Dio?” e “Chi è Dio?” si possono trovare in sovrabbondanza nella Buona Novella enunciata da Cristo. “Il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Egli ci ha rivelato Dio nella sua gloria infinita. Pur rimanendo per noi esseri umani sempre un mistero, questo Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – ci permette di chiamarlo per nome. Già nell’Antica Alleanza fu rivelato il suo Nome agli uomini: Jahwè, “Colui che è”.Nella rivelazione evangelica questo Nome di Dio, senza perdere l’identità primordiale, è stato in certo senso ulteriormente aperto all’intelligenza dell’uomo: “Colui che è”, è Padre, Figlio e Spirito Santo. Ai credenti è stato dato così di conoscere mediante la fede l’unità imperscrutabile della Trinità. Al tempo stesso, questo Dio infinito e misterioso nel suo Unigenito Figlio si è avvicinato all’uomo in modo ineffabile: in Lui, Verbo fatto carne, Dio è diventato uomo. Per questo ora l’uomo può vedere Dio: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). Ma Dio ha fatto ancora di più: Cristo, il Figlio di Dio, è venuto in mezzo agli uomini come Via al Padre. Egli stesso, che proviene dal Padre e ritorna al Padre mediante la sua croce e la sua risurrezione, diventa per tutti noi la Via. Attraverso di Lui, anche noi “andiamo” al Padre: per Cristo nello Spirito Santo. Mediante Lui possiamo partecipa¬re alla pienezza della Verità e della Vita propria di Dio: Jahwè, cioè “Colui che è” è appunto questa assoluta Pienezza divina, che in Cristo ci viene partecipata. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6), dice Gesù. In Lui la vita umana ritrova il suo fine ultimo in Dio, che si manifesta quale “dimora” eterna per l’uomo, la cui esistenza sulla terra è come un pellegrinaggio in cerca dell’Assoluto. “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti” (Gv 14,2): dunque sono molti coloro che vi abiteranno. Agli interrogativi e alle difficoltà dell’umana intelligenza, che davanti a questa affermazione si domanda come ciò sarà possibile, Gesù risponde: “Se no, ve l’avrei detto, lo vado a prepararvi un posto…” (Gv 14,2). Siamo cosi condotti al vertice della nostra fede e della nostra speranza: l’attività messianica di Cristo, che annuncia il Vangelo del Regno e realizza il mistero pasquale, costituisce un’unica preparazione alla definitiva comunione con Dio. Mediante tale missione salvifica, il Figlio ci prepara un posto nella casa del Padre. Siamo dunque tutti dei “chiamati”, siamo cioè invitati ad abitare nelle dimore eterne, a partecipare e godere di quella pienezza della Verità e della Vita che è Dio stesso. L’invito ad abitare nelle dimore eterne è rivolto a tutti noi, carissimi Fratelli e Sorelle, raccolti in questa incantevole Valle, testimone dell’antica e gloriosa Chiesa di san Libertino. Ci troviamo dinanzi al più grande complesso di templi antichi ancor oggi esistente. Esso ci parla del profondo bisogno di Dio presente nel cuore dell’umanità in ogni epoca e in ogni cultura. E sono lieto di poter leggere ed interpretare con voi questo Vangelo giovanneo dell’odierna domenica. Sono lieto che queste colonne antiche dei templi greci possano ascoltare la viva voce del Vangelo, della Rivelazione cristiana, dopo tanti secoli. Stiamo vivendo, questa sera, al chiudersi della mia visita alla vostra Diocesi, una speciale esperienza di fede e di comunione. Provenienti dalle varie regioni dell’Isola, carissimi fedeli, vi siete raccolti insieme col Successore di Pietro, per rinnovare la vostra adesione a Cristo, “pietra angolare” che struttura l’intero edificio di Dio. Voi siete i testimoni di Gesù, Via, Verità e Vita dell’uomo in questa terra siciliana. La vostra esistenza è chiamata a divenire sempre più segno evangelico della riconciliazione e della risurrezione. Quando l’uomo si apre alla fede, sperimenta che l’egoismo è sostituito dall’altruismo, l’odio dall’amore, la vendetta dal perdono, la cupidigia dal servizio amorevole, l’egoismo e l’individualismo dalla solidarietà, la divisione dalla concordia – così come è chiamato questo antico tempio vicino ad Agrigento -, la violenza dalla misericordia. Ciò avviene quando l’uomo si apre alla fede. Quando, invece, si rifiuta il Vangelo e il suo messaggio di salvezza, s’avvia un processo di logoramento dei valori morali, che facilmente ha contraccolpi negativi sulla stessa vita sociale. Non è forse da ravvisare in questo la ragione ultima del fallimento di una cultura impostata sul tornaconto personale, che non considera i reali bisogni delle persone, specialmente delle più povere, condannate a rimanere vittime delle ingiustizie di una società sempre più competitiva e sempre meno solidale? La vera forza in grado di vincere queste tendenze distruttive sgorga dalla fede. Questa, però, esige non solo un’intima adesione personale, ma anche una coraggiosa testimonianza esteriore, che si esprime in una convinta condanna del male. Essa esige qui, nella vostra terra, una chiara riprovazione della cultura della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile. Le gravi situazioni di povertà, che tanta sofferenza hanno provocato nella vostra gente, costringendo un gran numero di uomini e donne a separarsi dagli affetti più cari per emigrare in paesi lontani, hanno favorito l’insorgere e l’espandersi di vere e proprie malattie del tessuto sociale, come il latifondismo e i fenomeni mafiosi. Al tempo stesso, però, molte persone, proprio in simili condizioni di difficoltà, hanno imparato a soffrire con dignità, a lavorare con tenacia, a non perdere mai la speranza in Dio e nell’uomo. Come in anni trascorsi il popolo siciliano ha saputo superare prove lunghe e dolorose, così anche oggi esso dispone delle risorse necessarie, insieme con il sostegno solidale della Nazione italiana, per rimarginare le attuali ferite, molte delle quali sono il frutto di ataviche condizioni sociali. La Chiesa siciliana è chiamata, oggi come ieri, a condividere l’impegno, la fatica e i rischi di coloro che lottano, anche con discapito personale, per gettare le premesse di un futuro di progresso, di giustizia e di pace per l’intera Isola. Vi sostenga, carissimi, in questo sforzo fraterno e concorde, la grazia divina. “Volgiti a noi, Signore; in te speriamo” (Sal. resp.): la liturgia ci ha fatto ripetere poc’anzi questa fiduciosa invocazione. Noi speriamo nel Signore: questa è la salda certezza che sorregge i passi di coloro che operano per la giustizia e la pace. Sia questo anche il conforto di tutti voi, pietre vive dell’antico edificio della Chiesa di Dio pellegrinante in Sicilia. Con tali sentimenti sono lieto di abbracciare nel Signore i carissimi Vescovi della Regione qui presenti insieme col Cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo. Saluto in particolare Monsignor Carmelo Ferrara, Pastore della Diocesi di Agrigento, che ospita questa solenne celebrazione. Lo ringrazio cordialmente per le cortesi espressioni, che ha voluto rivolgermi a vostro nome. Il mio pensiero si dirige poi al Clero secolare e regolare, ai sacerdoti, alle Religiose e ai Religiosi, ai Membri degli Istituti secolari e delle Società di vita apostolica, come pure ai Laici generosamente impegnati nella vita cristiana nei diversi campi, nelle diverse vocazioni, nei diversi impegni. Rivolgo infine uno speciale, affettuoso pensiero agli ammalati, quelli che sono qui presenti e tanti altri che voglio accomunare nella mia preghiera e nelle mie intenzioni. Rimangono poi i giovani. Hanno vegliato tutta la notte. Dovrebbero essere stanchi ed affaticati, ma non si vede. Si vede la forza. Da dove è venuta questa forza? Penso che sia venuta dallo Spirito che il Signore non nega a quanti lo pregano. E questi giovani hanno pregato tutta la notte. Vi auguro, carissimi, questa forza, la forza del bene, la forza per superare i disagi, le malattie morali della vostra terra. La forza per un futuro migliore della Sicilia. In questo contesto suonano bene le parole di Pietro apostolo: “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose” (1 Pt 2,9) del Signore. Siate tutti apostoli di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce. Questa è la consegna che vi lascio. Specialmente a voi, giovani, e a tutti voi membri di questa splendida comunità cristiana di Agrigento. “lo sono la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6): come parlò un tempo agli apostoli, così Gesù parla a noi questa sera. Egli aggiunge ancora: “Vi prenderò con me, perché siate anche voi, dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (Gv 14,3-4), poiché: “lo vado al Padre”. Noi tutti, seguendo Cristo, la sua preghiera, il suo Vangelo, ripetiamo stasera “Padre nostro”. È la preghiera della nostra vita. Non solo ci sforziamo di far nostre le invocazioni di questa preghiera, ma vogliamo amare con tutto il cuore e con tutta la vita Cristo, unica Via al Padre. Signore Gesù, “mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14,8). Amen!

 

IL GRIDO DEL CUORE – L’INVITO AI MAFIOSI A CONVERTIRSI

Al termine della Concelebrazione eucaristica, il Papa ha rivolto ai presenti le parole che seguono e che Giovanni Paolo II stesso in una udienza successiva definì “Grido del cuore”. Prima della celebrazione della Santa Messa nella Valle dei Templi, il Papa aveva incontrato in vescovado gli anziani genitori del Giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990.

“Carissimi, vi auguro, come ha detto il Diacono, di andare in pace e di trovare la pace nella vostra terra. Non si dimentica facilmente una tale celebrazione in questa Valle con lo sfondo dei templi del periodo greco che esprimono una grande cultura, una grande arte e anche una grande religiosità. I templi sono stati testimoni oggi della nostra celebrazione eucaristica. Uno di essi è stato chiamato “della Concordia”. Sia questo nome profetico. Vi sia concordia in questa vostra terra. Una concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime. Che sia concordia. Sia la pace a cui aspira ogni popolo, ogni persona umana, ogni famiglia. Dopo tante sofferenze, avete il diritto di vivere nella pace. I colpevoli che disturbano questa pace portano sulle loro coscienze tante vittime umane. Essi devono capire che non ci si può permettere di uccidere esseri innocenti. Dio ha detto una volta: “Non uccidere”. Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Questo popolo siciliano è un popolo che ama la vita, che da la vita. Non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, di una civiltà della morte. Qui ci vuole una civiltà della vita. Nel nome di Cristo, crocifisso e risorto, di Cristo che è Via, Verità e Vita, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi, un giorno arriverà il giudizio di Dio. Carissimi, vi ringrazio per la vostra partecipazione a questa preghiera così suggestiva, profonda e partecipata. Vi lascio con questo saluto: sia lodato Gesù Cristo, Via, Verità e Vita. Amen.

 

 

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Sorgente: La storica visita di Giovanni Paolo II ad Agrigento (8-9 maggio 1993). I discorsi e le immagini della visita

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