Magistero

Lettera per l’anno 2015-16 – Camminate nella carità | diocesimessina.it

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CAMMINATE NELLA CARITA’ (Ef 5,2)

 

LETTERA DI S.E. L’ARCIVESCOVO MONS. CALOGERO LA PIANA

PER L’ANNO 2015-2016

 

Carissimi fratelli e amici,

nel venire a voi come padre e pastore, faccio mia l’esortazione dell’Apostolo ai cristiani di Efeso, “camminate nella carità”.

A questo ho pensato nello scegliere il motto programmatico del mio episcopato: “Vias tuas, Domine”. Il cammino, metafora della vita dell’uomo, deve essere ispirato e guidato dalla carità, compendio di tutto il Vangelo:“Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (Ef 5,1-2).

La tematica scelta e le indicazioni pastorali offerti negli Orientamenti diocesani per il biennio 2014-2016 ci invitano a convergere in Cristo Gesù, fulcro dell’humanum e modello di piena umanità realizzata nell’amore. “A partire da Cristo, dalle sue parole, dal suo stile di vedere l’uomo concreto e di agire nei suoi confronti, vogliamo concentrare la nostra attenzione sulla dimensione esistenziale dell’uomo e aiutarlo a crescere in umanità”. Ciò ha fondato anche il percorso del nostro impegno biennale: partire dall’uomo, abitare e valorizzare l’umano.

“La via dell’abitare”

Carissimi, all’inizio del nuovo anno pastorale desidero condividere con voi alcune riflessioni maturate nel confronto con i Delegati diocesani per il Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze[1], con il Consiglio Presbiterale e il Consiglio Pastorale Diocesano.

L’attenzione è posta sulla via dell’abitare, ritenuta centrale sia dagli Orientamenti pastorali diocesani (uscire, abitare, promuovere), sia dalla Traccia in preparazione al Convegno di Firenze (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare); tale centralità è legata non  semplicemente al percorso indicato, ma alla grande ricchezza teologica del verbo “abitare” nella tradizione biblica. Esso rimanda alla promessa divina di “abitare” in mezzo al suo popolo (cfr Ez 37,26) realizzata nell’incarnazione del Verbo di Dio che “si è fatto uomo per abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). L’apostolo Paolo, in difesa dell’unità del corpo ecclesiale, ha indicato nella comunità cristiana e nella stessa persona del cristiano la dimora di Dio: “non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi” (1 Cor 3,16). Da ciò l’esortazione: “Cristo abiti per la fede nei vostri cuori?” (Ef 3,17). Fondamentale diventa, allora, «capire la novità alla quale la fede ci porta. Il credente è trasformato dall’Amore, a cui si è aperto nella fede, e nel suo aprirsi a questo Amore che gli è offerto, la sua esistenza si dilata oltre sé. San Paolo può affermare: “ Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20), ed esortare: “Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori” (Ef 3,17). Nella fede, l’”io” del credente si espande per essere abitato da un Altro, per vivere in un Altro, e così la sua vita si allarga nell’Amore. Qui si situa l’azione propria dello Spirito Santo. Il cristiano può avere gli occhi di Gesù, i suoi sentimenti, la sua disposizione filiale, perché viene reso partecipe del suo Amore, che è lo Spirito. È in questo Amore che si riceve in qualche modo la visione propria di Gesù. Fuori da questa conformazione nell’Amore, fuori della presenza dello Spirito che lo infonde nei nostri cuori (cfr Rm 5,5), è impossibile confessare Gesù come Signore (cfr 1 Cor 12,3)»[2].

La “via dell’abitare” rimanda spontaneamente anche al tema del decennio pastorale della nostra Chiesa: “Verso la tua parola guida il mio cuore” che ci vede impegnati nel fondare la nostra vita, personale e comunitaria, sulla roccia della Parola di Dio: veramente “la parola di Dio abiti in voi in tutta la sua ricchezza”(Col 3,16).

Fare spazio a Dio nella propria vita, lasciarsi abitare da Cristo nei pensieri, nel discernimento, nelle valutazioni, nelle scelte, nelle azioni quotidiane è la strada privilegiata per promuovere un nuovo umanesimo. Nel permettere a Cristo di “abitare” in noi, accogliendolo nella fede e nella grazia sacramentale, nel lasciare a Dio di operare liberamente in noi, troviamo la capacità di leggere il cuore umano, vivere autentiche relazioni, sperimentare il “sentire” per l’uomo in tutta la sua verità, condividere l’umanità nella sua concretezza, accettarne il limite e la grandezza, esprimere la misura alta dell’amore per la sua promozione e trasfigurazione.

L’impegno prioritario per tutti rimane allora quello di contemplare l’umanità di Gesù, in particolare la sua umanità sofferente, la croce, punto estremo della sua vicenda umana, esperienza suprema della sua solidarietà all’uomo.

I racconti evangelici evidenziano i tratti  umani di Gesù e prospettano un uomo ideale[3] a cui ispirarsi nella prospettiva di un umanesimo nuovo, capace di promuovere un percorso di rinnovamento di vita pastorale e sociale.

Dal vissuto umano di Gesù emerge una direttrice principale, quella del “farsi carico”, prendersi cura cioè dell’uomo, di ogni uomo, di tutto l’uomo, come insegna il Concilio: “Niente di ciò che è perfettamente umano deve rimanere estraneo a chi crede in Cristo Gesù” (GS). Richiamando la ricchezza dottrinale del Concilio Vaticano II, il Beato Papa Paolo VI notava quanto essa“è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità”[4]. 

Da dove cominciare?

“Da te e da me!”, mutuando le parole a Madre Teresa di Calcutta, questa è la strada indicata da Papa Francesco ai giovani durante la veglia della GMG di Rio. Sempre attuale resta, quindi, l’appello al rinnovamento di Papa Paolo VI:“La Chiesa deve approfondire la coscienza di se stessa, meditare sul mistero che le è proprio… deriva da questa illuminata e operante coscienza… un bisogno generoso di rinnovamento, di emendamento cioè dei difetti, che quella coscienza, quasi un esame interiore allo specchio del modello che Cristo di sé ci lasciò, denuncia e rigetta”[5].

Non si esce da nessuna crisi rimanendo a guardare le cose dal balcone, e tanto meno rimanendo solo a disquisire o, peggio ancora a mormorare e giudicare l’operato degli altri. Bisogna mettersi in gioco. Espressioni, oggi ricorrenti, come “chiesa in uscita”, “partire dalle periferie esistenziali” rischiano di rimanere semplici slogans se non attivano, a livello personale e comunitario, una revisione di vita e di intenti.

Papa Francesco ci ricorda che la chiesa è veramente “in uscita” quando non ha paura di sporcarsi le mani e le vesti, quando rifiuta l’umanesimo del mondo attuale “con la sua molteplice ed opprimente offerta del consumo… una tristezza individualistica che scaturisce dal cuore comodo ed avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata”(cfr EG, 2), quando individua e si contrappone alla “cultura dello scarto”.

Nel recuperare e valorizzare percorsi già avviati negli anni passati chiedo a voi tutti, amati fratelli, di privilegiare alcuni ambiti dell’impegno pastorale biennale riletti alla luce della “via dell’abitare”. Si tratta di ambiti concreti, ma non i soli, per promuovere e sostenere un processo di umanizzazione  in un mondo che al posto della persona ha messo al centro il profitto, la produttività, l’idolatria del denaro e del potere, il gusto del proibito, a danno di ciò che rende l’uomo veramente libero e capace di accoglienza e di solidarietà verso gli altri.

“Abitare” l’humanum

Si tratta di “abitare” i luoghi umani: la propria persona: età, sentimenti, propositi, azioni, professione, ruolo sociale ed ecclesiale, situazioni reali e concrete, ecc.; le comunità di vita: famiglia, associazione, movimento, gruppo, comunità parrocchiale, religiosa, ecclesiale, diocesana, sociale, ecc.; gli spazi di vita: casa, lavoro, parrocchia, oratorio, ufficio, scuola, strada, il creato, ecc.  Si tratta di “abitare” il vissuto umano negli ambiti indicati dal precedente Convegno Nazionale Ecclesiale di Verona: vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana, tradizione, cittadinanza. “Si tratta di cinque concreti aspetti del ‘si’ di Dio all’uomo, del significato che il Vangelo indica per ogni momento dell’esistenza: nella sua costitutiva dimensione affettiva, nel rapporto con il tempo del lavoro e della festa, nell’esperienza della fragilità, nel cammino della tradizione, nella responsabilità e nella fraternità sociale”. Davvero la vita quotidiana è “alfabeto” per vivere e comunicare il Vangelo[6]. Miei cari fratelli, occorre convincersi che il linguaggio della testimonianza cristiana è quello della vita quotidiana, autentico e concreto luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio.

“Abitare” la famiglia

In essa nasce, si respira e si forma il senso di umanità. Un impegno che richiede di credere nel suo essere perno e cuore della società, sostenerla e promuoverla in ogni sua espressione: legale, civile, economica, sociale, culturale, spirituale, ecc. Di fronte all’emergere di nuove situazioni (diffusione delle convivenze, delle coppie di fatto, di unioni dello stesso sesso, dei fallimenti matrimoniali, delle separazioni e dei divorzi, ecc.), aiutati dalle riflessioni della preparazione e dai lavori del Sinodo sulla famiglia[7], occorre cercare e individuare sistemi e metodi più rispondenti per aiutare le nuove coppie a scelte responsabili e mature, sostenere quelle in difficoltà, accogliere quelle ferite. Nella nostra azione pastorale nessuno deve sentirsi escluso. Si richiede accoglienza, cura, accompagnamento, inclusione, misericordia nei confronti delle situazioni “bisognose di particolare attenzione”.

“Abitare” i giovani

L’attenzione alle famiglie si deve tradurre nel prendersi a cuore i ragazzi e i giovani, la loro crescita e formazione umana e cristiana.

Abitare i giovani, significa accoglierli nella propria vita (i giovani concreti, non la giovinezza, dato che molti amano la giovinezza e non i giovani), stare con loro, volere il loro bene, ascoltare i loro cuori. Ciò presuppone una pastorale attenta alla loro persona e meno alle attività e ai servizi in loro favore. Senza dimenticare, soprattutto con i giovani, che la via dell’umanesimo passa attraverso la testimonianza dell’educatore (genitori, docenti, sacerdoti, animatori, ecc.).

 “Abitare” la comunità

Occorre lavorare molto, in noi stessi e negli ambienti di vita, per favorire il senso di appartenenza e di accoglienza vicendevole, di condivisione, di solidarietà e di comunione, di partecipazione e di corresponsabilità. Sono questi i valori richiesti ad ogni forma di convivenza umana, matura e umanizzante.

L’apostolo Paolo esorta i cristiani di Roma a non conformarsi alla mentalità del secolo, ma a discernere la volontà di Dio ed a fuggite il male con orrore; “amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda… Siate… solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell´ospitalità… Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri… Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti” (Rm, 1-2.9-18). Tutto il contrario, quindi, di ipocrisia, gelosia, arrivismo, strumentalizzazione, ecc., che spesso si respira nei nostri ambienti. Abitare la comunità cristiana è accogliere i doni di Dio presenti in essa, operare per il bene comune, rispettare i ruoli, valorizzare gli organismi di partecipazione (Consiglio pastorale parrocchiale e Consiglio per gli affari economici), custodire, ma anche purificare le tradizioni, curare i beni materiali, artistici e culturali della comunità; conoscere, aprirsi e vivere il territorio in cui si opera.

“Abitare” l’impegno educativo e culturale

 Gli orientamenti dell’episcopato italiano “Educare alla vita buona del Vangelo” per il decennio 2010-2020 sollecitano un rinnovato protagonismo nel multiforme impegno educativo che coinvolge famiglie, parrocchie, istituti religiosi, aggregazioni ecclesiali, scuole cattoliche, istituzioni educative e culturali, insegnati di religione cattolica.

L’attenzione alla formazione integrale delle persone, impegno da anteporre ai propri interessi personali, deve mirare a dare significato e motivazioni alle loro esigenze quotidiane; aiutare i ragazzi, i giovani e gli adulti a leggere l’esistenza alla luce del Vangelo. L’obiettivo di fondo è sempre quello dell’incontro tra la fede e la ragione. Il nostro impegno culturale, dimensione costitutiva della vita ecclesiale, deve esprimersi “anzitutto nelle sue forme ordinarie e popolari e deve coinvolgere tutti, a partire dalle situazioni ordinarie dell’azione pastorale, fino alla promozione, anche a livello locale, di particolari occasioni e luoghi di confronto…con le diverse forme di pensiero… le diverse presenze religiose nel nostro Paese, accresciute dalle ondate migratorie. Il cristianesimo, infatti è aperto a tutto ciò che di giusto, di vero e di buono vi è nelle culture e nelle civiltà”[8]. Anche lo spirito ecumenico, motivato dallo stesso atteggiamento di ricerca della comunione nella verità, deve essere curato nelle nostre comunità.

 “Abitare” il proprio sacerdozio

Abitare il proprio sacerdozio, quello battesimale, comune a tutti i fedeli cristiani; e quello ministeriale, dei diaconi, dei presbiteri e dei vescovi. Su questa indicazione, miei cari, desidero soffermarmi maggiormente.

“Abitare” il sacerdozio ministeriale

L’identità del ministro ordinato è definita dal sacramento dell’Ordine che consacra e rende partecipe del sacerdozio di Cristo colui che, “preso fra gli uomini viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio”. E’ la configurazione ontologica a Cristo sacerdote che abilita il presbitero ad agire “in persona Christi”, Capo, Pastore e Sposo della Chiesa.

L’Ordine inserisce nel presbiterio per continuare la missione affidata agli Apostoli e ai loro successori a favore del popolo cristiano e dell’intera umanità. “I presbiteri costituiscono insieme con il vescovo un unico presbiterio”. Tale unità è liturgicamente significata e compiuta, nel rito dell’ordinazione, dall’imposizione della mani sull’eletto da parte del vescovo ordinante insieme ai presbiteri presenti ed anche quando concelebrano la santa eucaristia in comunione di intenti e di affetti (cfr PO 8).

In Cristo Gesù, rivelazione del Verbo di Dio e dell’uomo nuovo, ogni presbitero, come anche la fraternità presbiterale, deve imparare a specchiarsi per misurare la propria maturità umana, cristiana e sacerdotale.

Proprio perché l’identità del ministro ordinato viene dall’alto esige da lui un cammino quotidiano di riappropriazione, a partire da ciò che ne ha fatto un ministro di Gesù Cristo. E’ questo il significato della formazione permanente. Occorre liberare l’accezione e la pratica della formazione permanente dal pregiudizio che la riduce ad aggiornamento teologico-pastorale (incontri, dibattiti, confronti, diverse forme di esercizi spirituali) per accoglierla e viverla come un processo vitale personale e comunitario di tutto il presbiterio e di ciascun presbitero. Il percorso di una rinnovata formazione permanente non riguarderà, dunque, adattamenti o riorganizzazioni funzionali, ma la verità del ministero e lo stile evangelico del suo servizio pastorale.

La felice ricorrenza del 50° anniversario del Decreto “Presbyterorum Ordinis”sul ministero e la vita sacerdotale, ha dato inizio ad un percorso di riflessione del documento conciliare promosso dalla Commissione Presbiterale Siciliana e ha motivato la Celebrazione del IV Convegno dei Presbiteri di Sicilia dal tema “Ordinati al Presbiterio per una Chiesa in uscita” che avrà luogo dal 23 al 26 novembre 2015 presso l’Hotel Costa Verde di Cefalù. Una proficua occasione offerta a tutti i presbiteri, diocesani e religiosi, per stare insieme, crescere in fraternità, riflettere sulla identità e sulla missione del sacerdote al servizio del popolo di Dio

Carissimi fratelli, in questo biennio (2014-2016), seguendo il cammino pastorale diocesano di convergere sull’umano, chiedo ai presbiteri una particolare attenzione alla cura della formazione umana “senza la quale l’intera formazione sacerdotale sarebbe priva del suo necessario fondamento… Il presbitero, chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa, deve cercare di riflettere in sé, nella misura del possibile, quella perfezione umana che risplende nel Figlio di Dio fatto uomo e che traspare con singolare efficacia nei suoi atteggiamenti verso gli altri… la formazione umana del sacerdote rivela la sua particolare importanza in rapporto ai destinatari della sua missione: proprio perché il suo ministero sia umanamente il più credibile ed accettabile, occorre che il sacerdote plasmi la sua personalità umana in modo da renderla ponte e non ostacolo per gli altri nell’incontro con Gesù Cristo Redentore dell’uomo[9].

Abitare il proprio ministero ordinato significa, dunque, essere “ponti” per l’incontro tra Dio e il mondo, uomini capaci di spendere la vita tra la gente, educare i ragazzi, accompagnare le famiglie, visitare gli ammalati, farsi carico dei poveri, nella consapevolezza che “separarsi per non sporcarsi con gli altri è la sporcizia più grande” (L. Tolstoj). Uomini liberi dalle cose e da se stessi per percorrere la via della carità pastorale. Non servono preti clericali, il cui comportamento rischia di allontanare la gente dal Signore, né preti funzionari che, mentre svolgono un ruolo, cercano lontano da Lui la propria consolazione… solo chi si lascia conformare al Buon Pastore trova unità, pace e forza nell’obbedienza del servizio… solo chi respira nell’orizzonte della fraternità presbiterale esce dalla contraffazione di una coscienza che si pretende epicentro di tutto, unica misura del proprio sentire e delle proprie azioni”[10].

 “Abitare” il sacerdozio da Christifideles laici

La vocazione laicale, oggi più che mai, è chiamata a sprigionare la sua grande potenzialità nell’animazione cristiana della società. Il Magistero ci sollecita “ad accelerare l’ora dei laici” rilanciandone l’impegno ecclesiale e secolare. La storia della Chiesa testimonia la  presenza di associazioni cattoliche nella vita della chiesa e del mondo, quale presenza mai marginale, ma fondamentale per lo svolgimento della missione salvifica della Chiesa e per la promozione dei valori cristiani e umani nella società.

Un impegno questo riconoscibile nella sua matrice cristiana e mirato ad abbracciare la vita dei bisognosi, dei deboli, degli indifesi, dei sofferenti, dei poveri e degli oppressi, della promozione della giustizia e del bene comune. Una presenza capace di alzare la voce nella vita pubblica contro tutto ciò che attenta alla vita e alla dignità della persona umana.

Una priorità formativa per l’apostolicità dei laici è fare proprio il Magistero della Chiesa sui laici[11] e maturare in quella identità cristiana della quale tutti i fedeli sono chiamati a dare testimonianza.

Ai laici riuniti in associazioni, Papa Francesco ha richiesto l’impegno di “ricucire con il filo robusto delle relazioni il tessuto umano di un territorio, di un Paese e del mondo”. Con questa espressione Francesco esprime il profondo significato del “sostare” (abitare). “E’ il tempo dell’incontro, del riconoscimento, della comunicazione tra i volti e il Volto e non certo il tempo dell’indugio, della paura e della chiusura”. L’appello di Francesco ai laici a “uscire” è solo l’inizio di un atto di amore che nasce dalla consapevolezza che uscire da se stessi e andare incontro con l’Altro e con gli altri è il passo imprescindibile per ritrovare pienamente se stessi.

E’ questo il momento, sottolinea Papa Francesco, di “passare dal tempo delle analisi al tempo di un’azione efficace perché pensata e condivisa”. E’ questa la strada da percorrere per evitare la deriva del clericalismo”[12].   “Il laico deve essere laico, battezzato, ha la forza che viene dal suo Battesimo. E perché è più importante il diacono, il prete del laico? No! E’ questo lo sbaglio. E’ un buon laico? Che continui così e cresca così. Perché ne va dell’appartenenza cristiana, lì. Per me il clericalismo impedisce la crescita del laico. Ma non ci sarebbe il clericalismo se  non ci fossero laici che vogliono essere clericalizzati”[13]. Una laicità dimezzata o svuotata impoverisce la Chiesa e indebolisce l’annuncio del Vangelo.

Un’associazione di laici pone il valore della corresponsabilità a fondamento del suo essere a servizio della Chiesa e della Città. La consapevolezza dell’essere corresponsabili e non solo collaboratori dà il via a quella conversione pastorale che il Papa indica ed auspica con le immagini di “Chiesa in uscita”, una “Chiesa ospedale da campo”, una “Chiesa Madre di tutti”, una “Chiesa senza frontiere”.

Questo è il tempo favorevole per un laicato “in uscita”, per un laicato che non ha bisogno di aggettivi ma di sostantivi, cioè di gesti, di volti e di pensieri, per essere testimone e comunicatore di una speranza e di una gioia che non hanno confini di tempo e di spazio. E’ questo il senso che diamo alla espressione “abitare il sacerdozio da christifideles laici”.

“Abitare” la città, il sociale, il creato

A proposito mi limito ad offrire delle semplici indicazioni.

Occorre operare per rendere visibile e operativa la “carità”, quale coscienza ed espressione viva della comunità parrocchiale ed ecclesiale.

Indispensabile diventa il sentirsi interpellati nella responsabilità e sollecitati nell’impegno verso ogni forma di solidarietà, dinanzi al dramma sociale della disoccupazione, specie giovanile, del precariato, della solitudine, del fenomeno dell’immigrazione, particolarmente drammatico in questo momento storico, ecc.

Necessaria e imprescindibile la formazione al senso e al rispetto della legalità, alle virtù sociali, al bene comune, all’impegno cristiano in politica, alla difesa dell’ambiente e alla custodia del creato[14]. Appare altresì urgente una educazione al retto uso delle cose, degli strumenti della comunicazione di massa (social network, blog, ecc.) e dei beni materiali.

Contrastare il male devastante del gioco d’azzardo, delle slot machine, vera patologia sociale pervasiva, che distrugge persone e famiglie.

 “Abitare” le periferie esistenziali

“Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso ‘si fece povero’ (EG 197). Ciò motiva la chiamata  ad “avere gli stessi sentimenti di Gesù” (Fil 2,5) e la spinta ad “abitare” le periferie esistenziali della storia per offrire sollievo e aiuto, conseguenza pratica della carità fraterna che diventa Vangelo.

“Abitare” la misericordia

“Un Giubileo straordinario della misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti” [15],perché  la parola del perdono possa giungere a tutti e l’esperienza della misericordia non lasci nessuno indifferente. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità, è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro, è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato (cfr MV 2).

Gesù insegna ai suoi che la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. “Siamo chiamati a vivere di misericordia”, ad abitare la misericordia, “perché a noi per primi è stata usata misericordia” (MV 9). L’anno Santo straordinario, ci ricorda Papa Francesco, è “per vivere nella vita di ogni giorno la misericordia che da sempre il Padre estende verso di noi” (MV, 25), per “lasciarci abitare dalla Misericordia e abitare la misericordia”.

“Misericordiosi come il Padre”, è il motto dell’Anno Santo. Vera priorità di questo tempo di grazia è “fare esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali… situazioni di precarietà e di sofferenza… come le ferite impresse nella carne di tanti che non hanno più voce… lenirle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta”. Il riferimento obbligato è alle opere di misericordia corporali e spirituali(MV 15).

La misericordia è il vero architrave che sorregge la vita della Chiesa. Tutto della sua azione pastorale dove essere avvolta di  tenerezza, nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. Così “la credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole” (MV 10).

“Abitare la misericordia” comporta assumere la misericordia come ideale e stile di vita, criterio di credibilità per la nostra fede.

Ai sacerdoti, in particolare, in questo Anno Giubilare, è indirizzata l’esortazione a vivere ed esercitare con generosità il ministero della misericordia divina, a farsi voce  di ogni uomo e di ogni donna: “Ricordati, Signore, della tua misericordia che è da sempre” (Salmo 25,6).

 

Per concludere

Confidando nella Beata Vergine, Santa Maria del cammino, l’Odigitria, Colei che istruisce, che mostra la direzione, e l’Ausiliatrice del popolo cristiano,  la Madre della Misericordia e l’Arca dell’Alleanza tra Dio e gli uomini, affido alla guida saggia dei pastori e dei responsabili, alla maturità e alla creatività delle comunità parrocchiali ed ecclesiali, il compito di tradurre in percorsi formativi, esperienze di preghiera ed azioni pastorali le intenzioni di fondo, le motivazioni e gli ideali qui tratteggiati.

Affido al lavoro generoso e sacrificato dei Direttori degli Uffici pastorali diocesani e dei Vicari Foranei il compito di accompagnare e sostenere le comunità in questo ricco ed esaltante impegno di “camminare nella carità” e “vivere nella misericordia”.

“Guidaci, Signore nelle tue vie”, aiutaci a percorrere le strada della carità verso noi stessi, gli altri e il creato, ad accogliere e donare misericordia, per ritrovarci un giorno insieme a Te ed “abitare” per sempre con Te, Benedetto nei secoli, che sei Padre, Figlio e Spirito Santo.

l’Arcivescovo

+ Calogero La Piana


[1] “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, Firenze, 9-13 novembre 2015.
[2] Papa Francesco, Lumen Fidei. Enciclica sulla fede, 21.
[3] “l’uomo perfetto” di cui parla la Costituzione Gaudium et Spes.
[4] Discorso in occasione della chiusura del Concilio Vaticano II, 7.12.1965.
[5] Lettera Enciclica, Ecclesiam Suam, 10; citato in Papa Francesco, Evangelii gaudium, 20.
[6] CEI, Nota pastorale dell’episcopato italiano dopo il 4° Convegno ecclesiale nazionale, Verona, 16-20 ottobre 2006, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del gande ‘si’ di Dio all’uomo”, 12.
[7] Già pubblicato l’”Instrumentum laboris”, documento guida del prossimo Sinodo sulla “Vocazione missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo”, che intende rispondere alle sfide e alle esigenze della famiglia oggi, “tesoro e patrimonio dell’umanità”.
[8] Nota Verona, 13.
[9] Papa Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 43.
[10] Papa Francesco, Discorso alla CEI, 8.11.2014.
[11] Decreto Conciliare “Apostolicam actuositatem” sull’apostolato dei laici; Esortazione apostolica post-sinodale “Christifideles laici” di sua Santita’ Giovanni Paolo II su “Vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo”, 30 dicembre 1988.
[12]Discorso ai membri dell’A.C., 3 maggio 2015.
[13] Papa Francesco nell’incontro con Corallo, Associazione che riunisce le emittenti radiotv cattoliche italiane, 22 marzo 2015.
[14] Papa Francesco, “Laudato si’”. Enciclica sulla cura della casa comune, Roma, 24 maggio 2015.
[15] Papa Francesco, “Misericordiae vultus”. Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Roma, 11 aprile 2015.

* scarica la lettera 2015-2016

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