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Prima di tutto l’uomo | L’Osservatore Romano

Nel decennale della morte del cardinale Mario Francesco Pompedda

di FRANCESCO MICCICHÈ*

Un sacerdote, chiamato a esercitare il ministero come giudice, ma incapace di umanità e vicinanza ai fedeli, svuoterebbe di significato evangelico il proprio servizio, rendendolo inefficace e formale, e si ridurrebbe a una maschera tragica, uno scarabocchio da cestinare. Ecco perché nel ricordare, a dieci anni dalla morte, la figura e la personalità del cardinale Mario Francesco Pompedda, insigne giurista e decano della Rota Romana, è importante sottolinearne i tratti caratteristici: una calda e trasparente umanità che, unità a una profonda umiltà, lo rendevano accogliente, comprensivo, partecipe delle gioie e delle sofferenze di quanti, ricorrendo a lui, beneficiavano della sua saggezza nell’affrontare i problemi e della sua capacità di indicare, alla luce della fede, un valore salvifico alle sofferenze. Tali tratti peculiari sono emersi anche nell’omaggio che lo Studium Romanae Rotae ha dedicato di recente all’antico direttore in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2016-2017. Alla presenza, tra gli altri, del sostituto della Segreteria di Stato, arcivescovo Angelo Becciu, e del cardinale Giuseppe Versaldi, sono intervenuti il decano della Rota Romana, Pio Vito Pinto, che ha parlato del cardinale Pompedda e dell’«Animo pastorale di un grande giurista e uomo di Chiesa contemporaneo», e il prelato uditore Giovanni Battista Defilippi che si è invece soffermato su «I germi della riforma di Papa Francesco nell’op erare di un maestro della giurisprudenza e del processo». La salus animarum suprema lex è stata — ha evidenziato monsignor Pinto — il motivo ispiratore di tutta la vita del porporato di Ozieri che, con carattere allo stesso tempo fermo e duttile, seppe sempre coniugare aspetti teorici e pratici, partendo dalle situazioni concrete della vita. La sua umanità fu, quindi, il canale attraverso il quale mediare la misericordia di Dio. La sua passione pastorale, ereditata dal Vaticano II, è stata il volto della sua testimonianza sacerdotale: uomo del suo tempo, ma con una marcia in più, seppe cogliere le istanze emergenti più profonde e farne tesoro mettendole al servizio dei fratelli con umiltà, sapienza e carità. Una vita spesa per gli altri, quella di Pompedda, nella quale la dedizione pastorale ha sempre accompagnato la passione per gli studi giuridici che, come ha documentato monsignor Defilippi, lo hanno portato a lungimiranti intuizioni canoniche, tanto da poter essere considerato un precursore dell’attuale riforma del processo matrimoniale canonico voluta da Papa Francesco. Nei due motuproprio — Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et misericors Iesus — si ritrovano infatti gli elementi portanti della dottrina canonistica elaborata da Pompedda. Innanzitutto la centralità del vescovo diocesano, iudex natus, chiamato a esercitare la paternità spirituale con giustizia e misericordia, facendosi compagno, amico, e caricandosi della croce che grava sulle spalle di quanti si trovano a vivere il disastro di un matrimonio fallito che ritengono in coscienza essere nullo. Al vescovo, coadiuvato dal tribunale diocesano, appartiene il discernimento nel quale deve essere guidato da una empatia non formale, ma sostanziale. Il giudice, cioè, deve avere fiducia verso l’uomo e la donna che a lui si rivolgono per avere quella pace del cuore che vicende strane della vita hanno loro tolto. Ne deriva che l’attenzione alle persone nella loro peculiare situazione esistenziale e psicologica deve essere puntuale e costante, altrimenti il giudice si trasforma in un aguzzino che sforna sentenze che hanno più il sapore del killeraggio piuttosto che della giustizia che libera e dona speranza. L’uomo con le sue fragilità, il suo mondo interiore, le sue paure e le sue speranze, la sua cultura deve stare sommamente a cuore al giudice. Infine, sempre il cardinale Pompedda aveva previsto l’eliminazione dell’obbligo di appello in caso di sentenza affermativa che dà respiro ai ricorrenti. Oggi le sue intuizioni giuridiche sono diventate norme per la Chiesa, chiamata a farsi madre tenera e misericordiosa dei propri figli.


*Vescovo emerito di Trapani

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Sorgente: L’Osservatore Romano, mercoledì 01 febbraio 2017, p. 7

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