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OMELIA DI S. E. R. CARD. PAOLO ROMEO (S. AGATA 2011) | cattedralecatania.it

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Omelia di S.E.R. Card. Paolo Romeo

FESTA DI S. AGATA
OMELIA DI S.E.R. CARD. PAOLO ROMEO
ARCIVESCOVO DI PALERMO
Cattedrale di Catania
5 febbraio 2011

Fratelli e Sorelle amati dal Signore ed a me carissimi,

È con rinnovata gioia che ho accolto, l’invito a presiedere la solenne celebrazione del pontificale in onore della vostra amata concittadina, sant’Agata. Mi è gradito esprimere il mio più sentito ringraziamento al vostro amato arcivescovo, il confratello nell’episcopato Salvatore Gristina, a cui mi lega un forte vincolo di amicizia e di comunione.

In Lui, abbraccio tutta la santa Chiesa di Dio che è in Catania e porgo il mio deferente saluto anche alle gentili Autorità che con la loro  presenza testimoniano come la festa di Sant’Agata è festa di tutta la Città.

Il mio pensiero va anche a quanti, impossibilitati ad essere qui con noi in Cattedrale, partecipano alla nostra celebrazione  grazie ai mezzi di comunicazione sociale. In special modo, desidero raggiungere con il ricordo nella preghiera, gli ammalati, le persone sole, gli anziani e quanti sperimentano situazioni di sofferenza ed emarginazione.

1. Celebrare la solennità liturgica di sant’Agata è, per la Chiesa universale, motivo per fare memoria della testimonianza di fede di una delle sette grandi sante donne martiri inserite da papa Gregorio Magno nel Canone della Messa.

Per Catania è motivo speciale, perché nella vostra concittadina voi tornate annualmente ad ammirare la bellezza di colei che brilla sui sentieri della vostra fede nel Signore Gesù Cristo, autentico riflesso della bellezza di Dio. Dal III secolo ad oggi, le principali vicende della storia di questa Chiesa e di questa città sono state impregnate del riferimento alla sua figura di vergine e martire, che, nonostante lo scorrere dei secoli, è valido modello per i nostri giorni. Per questo da diversi anni, la Chiesa catanese è saggiamente impegnata in un paziente e coraggioso recupero della sua più genuina testimonianza di fede, compendiata nel monogramma che campeggia sul prospetto della Cattedrale, come pure in cima all’obelisco posto sull’elefante in piazza Duomo: Mentem Sanctam Spontaneum Honorem Deo Et Patriae Liberationem (MSSHDEPL).

Agata è modello di vita cristiana per la purezza e la santità dei suoi propositi (Mentem Sanctam), per aver vissuto nella verità (in veritate ambulavit); per aver onorato Dio in modo libero, volontario e senza indugio (Spontaneum Honorem Deo); per la sua esclusiva devozione a Dio, per essersi mantenuta fedele a Gesù Cristo di fronte agli allettamenti – prima – e al martirio – poi – fino alla morte, nella certezza della vittoria della bontà – come il suo nome ci ricorda – sulla tirannia e la crudeltà.

Per questi motivi, lei ha acquisito il privilegio di impetrare da Dio grazie personali e  benefici per chi alla sua intercessione si affida, e di ottenere protezione per la città da calamità  naturali e da minacce dei nemici (Patriae Liberationem).

2. È, tuttavia, nell’accoglienza gioiosa e responsabile della Parola di Dio, proclamata in questa celebrazione, che ritroviamo le ragioni profonde della testimonianza data da sant’Agata come pure il fondamento della festa in suo onore.

La prima lettura, tratta dal secondo libro dei Maccabei (7, 1-2.3-14), fa riferimento alla persecuzione che si scatenò nei confronti di tutti coloro che «non accettavano di aderire alle usanze greche» introdotte in Giudea e a Gerusalemme, nel II secolo a. C., ad opera del re Antioco IV Epifane.

Ecco la testimonianza di fedeltà fino ad accettare la morte per sette fratelli e la loro madre, che il re e i suoi funzionari volevano  costringere a mangiare carne di suino, considerata impura dalle norme ebraiche. Questa famiglia è pronta a subire la condanna a morte, a dare testimonianza con la vita. Tutti accettano cioè di divenire martiri, pur di non venir meno all’osservanza delle norme attraverso le quali si manifestava la fede in Dio e la fedeltà  all’alleanza.

Nelle splendide parole pronunziate dai quattro fratelli, riportate nel testo che la liturgia  ci ha fatto proclamare, tutto parla di una fiducia sempre più grande: Dio salva chi a Lui è fedele, per questo i giusti preferiscono morire piuttosto che peccare (7,2), non hanno paura della morte perché Dio li risusciterà «a vita nuova ed eterna» (7,9), risorgeranno con i corpi restituiti alla loro integrità (7,11), mentre per i malvagi non ci sarà risurrezione per la vita (7,14).

Anche la giovane Agata è stata educata dalla comunità cristiana, presente a Catania a metà del III secolo, a questa certezza di fede, riassunta nella preghiera innalzata a Dio prima di morire: «Signore, tu mi hai creata e custodita fin dalla mia infanzia e nella giovinezza mi hai fatto agire con coraggio e fermezza. Hai tolto da me l’amore del mondo, hai preservato il mio corpo dal disonore, mi hai fatto vincere la ferocia brutale del carnefice, il ferro, il fuoco, le catene; mi hai donato fra i tormenti la virtù della pazienza. Ti prego, Signore, accogli ora il mio spirito. È tempo che io lasci questo mondo per giungere alla tua misericordia».

Di fronte alle crisi che travagliano oggi la  società abbiamo bisogno di comunità cristiane  che sappiano educare ad una coraggiosa testimonianza di fede, anche a costo della vita. Ciascuno di noi, in forza del Battesimo, è chiamato a vivere l’ultima beatitudine elencata  da Gesù nel vangelo di Matteo per rimanere fedele alla sua scelta di fede: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,11-12).

Anche in queste settimane molti cristiani, in diverse parti del mondo, hanno subito, e continuano a subire, persecuzione a causa della fede in Gesù Cristo. Il loro coraggio nel mantenersi fedeli al Signore non può lasciarci indifferenti.

Diversamente che in quelle parti del mondo, noi viviamo, è vero, in un contesto politico in cui a tutti è garantita la libertà di culto. Ma la fede cristiana che diciamo di professare, in  verità, non sempre è testimoniata con la nostra vita. Forse viviamo di gesti e momenti religiosi, cultuali e devozionali, più che di esclusivo riferimento nel nostro pensare e nel nostro agire al Vangelo di Gesù di Nazareth. A ben vedere ci accorgiamo di quanti accomodamenti, di quanti  compromessi accettiamo nel dirci cristiani e nel comportarci in modo difforme dal Vangelo. Non ci è chiesto di dare la vita fisica per Gesù, è vero, ma consideriamo davvero Gesù l’unico Signore Redentore e Messia della nostra vita?

Il martirio è fedeltà agli impegni assunti, è testimonianza di coerenza con ciò che diciamo di essere. Di quanti silenzi siamo invece complici noi cristiani, divenendo così responsabili dello sgretolarsi dei valori che ci hanno consegnato i nostri padri?

Penso ai silenzi di fronte alle diverse forme in cui si esprime l’ingiustizia sociale, l’arroganza del potere, la violenza che affiora nelle strade, nei rapporti sociali e financo nell’interno delle famiglie.

Penso al compromesso con una mentalità subdolamente illegale nel conseguire il proprio  interesse non importa se a danno di altri, non importa se con la prevaricazione sui deboli.

Penso alla nostra reale posizione nei confronti del valore dell’indissolubilità del matrimonio e della centralità della famiglia, come pure ad ogni forma di offesa alla dignità umana e soprattutto dei bambini e delle donne.

E, proprio oggi che si celebra anche la Giornata per la Vita, penso anche ai nostri pavidi silenzi di fronte ad una cultura di morte, che non accoglie la vita concepita, che non rispetta la vita dell’anziano da accudire o dell’ammalato che si spegne come una debole fiammella.

In questo modo, come possiamo pretendere di considerare credibile il nostro dirci cristiani? Come possono essere coerenti questi silenzi con i sacramenti che celebriamo, con la partecipazione alla Messa domenicale, con le feste religiose?

3. Il discepolo, ci ha ricordato il Vangelo, è chiamato a confessare Gesù nelle vicende quotidiane. Il silenzio equivale a rinnegarlo davanti agli uomini ma comporta farci rinnegare da lui davanti al Padre celeste (cf. Mt 10, 32-33).

Sant’Agata ci è modello anche in questo. Non si è vergognata di essere cristiana. Ha parlato! E ha parlato chiaro e forte senza infingimenti o timori, pur sapendo che avrebbe pagato con la sua vita, ma confidando nella parola del Vangelo che abbiamo ascoltato: «Non  abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (Mt 10,28).

L’evangelista Matteo riporta il discorso missionario di Gesù, che chiama e invia gli apostoli (cf. Mt 10,28-33). Li presenta come martiri, cioè testimoni credibili perché non hanno paura degli uomini, anche di coloro che potrebbero ucciderli nel «corpo». Nelle prove della vita non temono alcunché perché sono nelle mani di Dio. La loro vita è custodita dalla premura del Padre del Signore Gesù. Se nulla andrà perduto, né un passero di insignificante valore, né i sottili e fragili capelli del capo, a maggior ragione Dio non permetterà che i suoi discepoli vadano perduti per l’eternità.

Nei rischi della testimonianza di fede, il cristiano sente questa voce di Gesù che torna a garantirgli liberazione e vittoria: «Non abbiate timore» (Mt 10,31). Invito che alle nostre orecchie fa ancora risuonare l’appello appassionato di Giovanni Paolo II nel giorno di inizio del suo pontificato: «Non abbiate paura di accogliere il Cristo e di accettare la sua potestà. […] Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» (Omelia, 22 dicembre 1978).

Se la tentazione della sfiducia insidia la vita del cristiano, la fede gli dona la sicurezza che, a dispetto di ogni insuccesso, è una vita riuscita. In questa certezza risiede la serenità che hanno manifestato i santi, anche di fronte alle sofferenze e alla morte: «Ai vari e ripetuti allettamenti, Agata risponde: “La mia persona è saldamente legata a Cristo. Le vostre insinuazioni sono come vento e le vostre minacce come fiumi in piena. Per quanto imperversino  contro la mia casa, essa non potrà mai cadere,  fondata com’è sopra roccia ben solida”».

4. Nella seconda lettura che è stata proclamata (2Cor 6,4-10), Paolo alla comunità di Corinto scrive una sintesi del suo ministero  apostolico ed evidenzia il contrasto tra ciò che gli uomini dicono e fanno nei confronti dei cristiani, e quale sia invece la condizione che questi ultimi vivono grazie alla «potenza di Dio». Così, gli uomini accusano i cristiani di essere impostori, sconosciuti, moribondi, puniti, afflitti, poveri, nullatenenti. I cristiani, piuttosto, si presentano di fronte a tutti da uomini e donne veritieri, notissimi, viventi, rispettosi della vita, lieti, ricchi, che possiedono tutto. A questi atteggiamenti, alla certezza di non essere mai abbandonati da Dio, è urgente educare le giovani generazioni.

Alla fermezza nelle difficoltà si accompagnano altre virtù proprie dello stile di vita del cristiano: la purezza, la sapienza, la pazienza, la benevolenza, lo spirito di santità, l’amore sincero. Nella solennità odierna, mi pare che la vergine Agata possa riconsegnare alle giovani generazioni la virtù della purezza. Quanto è diventato difficile, anche per noi «ministri di Dio», parlare ai giovani di questa virtù!

È sempre più diffusa – e può insinuarsi a vari livelli – la convinzione che si possano  raggiungere aspirazioni brillanti e guadagni facili rendendo il proprio corpo merce di scambio per interessi economici e benefici sociali. In questo modo non solo viene soffocato l’ideale della bellezza, della trasparenza e dell’onestà nei giovani, ma si assiste ad un indecente tradimento del Vangelo, della vita e della speranza, che indignano la coscienza umana.

A voi giovani desidero dire oggi: imparate a mettervi alla scuola del Vangelo, a lasciarvi illuminare dal Signore Gesù, e scoprirete che l’amore è dono di sé fino a dare la vita per la persona amata. Agata, al di sopra di tutto, ha posto il suo amore per Gesù, ed è stata pronta a «sostenere per amore di Cristo molti supplizi». Ha scoperto che «la massima libertà e nobiltà sta qui: nel dimostrare di essere servi di Cristo».

La riscoperta della virtù della purezza non implica il divieto di qualcosa bensì apre alla scelta libera e gioiosa di prepararsi a donare in pienezza e totalità il proprio corpo all’interno di una stabile reciproca appartenenza di amore che è sigillata nel sacramento del Matrimonio. Ci si apre, così, ad un cammino di santità che, fondato nell’apertura vicendevole dell’uno verso l’altra, fa vivere di Dio, con Dio, per Dio.

Alle nuove generazioni, Sant’Agata si offre come modello possibile, imitabile di «misura alta e trascendente della vita». Riflettete sulla sua testimonianza, da lei imparate a «rispondere con generosità all’appello del Signore, perché solo così» potete «cogliere ciò che è essenziale per ciascuno» di voi (BENEDETTO XVI, Alla Conferenza Episcopale Italiana, 27 maggio 2010).

Fratelli e sorelle, Sostenuti dall’intercessione di San’Agata, non stanchiamoci di recepire con amore, e trasformare in gesti concreti nella nostra quotidianità, l’annunzio cristiano: «Gesù Cristo è la via, che conduce ciascuno alla piena realizzazione di sé secondo il disegno di Dio. È la verità, che rivela l’uomo a se stesso e ne guida  il cammino di crescita nella libertà. È la vita, perché in lui ogni uomo trova il senso ultimo del suo esistere e del suo operare: la piena comunione di amore con Dio nell’eternità» (CEI, Educare alla vita buona del vangelo, 19). Amen.

+ PAOLO CARD. ROMEO
Sorgente: FESTA DI S. AGATA 2011 OMELIA DI S.E.R. CARD. PAOLO ROMEO
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