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Monsignor Giorgio Demetrio Gallaro – Cattolici orientali, fratelli nella fede | Credere

Home – N. 8 -2016

In Italia ci sono tre comunità italo-albanesi di rito bizantino. «Condividiamo la stessa fede, solo i riti sono diversi». Ne parliamo con il vescovo di Piana degli albanesi, in Sicilia

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«L’incontro tra papa Francesco e il patriarca Kirill, il primo tra un successore di Pietro e il patriarca ortodosso di Mosca, suscita interesse e speranze sia in campo politico sia in campo religioso, in particolare per le relazioni ecumeniche tra le Chiese cristiane. Si spera potrà avere un effetto benefico sulla situazione dei cattolici e degli ortodossi e le loro relazioni reciproche».

Monsignor Giorgio Demetrio Gallaro è vescovo di Piana degli italo-albanesi dell’Italia insulare, eparchia o diocesi di rito bizantino cattolico che costituisce un ponte ideale tra Roma e il mondo ortodosso. È quindi un osservatore privilegiato di questo storico incontro, che avviene fra l’altro in un continente che il vescovo conosce bene. Prima della nomina, infatti, apparteneva al clero dell’eparchia di Newton dei greco-melkiti, negli Stati Uniti, dove ha vissuto fino allo scorso anno. Originario della Sicilia, è nato a Pozzallo nel 1948, dall’età di vent’anni si è trasferito negli Usa. Possiede un dottorato in Diritto canonico orientale e la licenza in Teologia ecumenica. Il ritorno in Sicilia, a fine marzo 2015, è stato una sorpresa prima di tutto per lui.

Lei è vescovo di una diocesi cattolica di rito bizantino. Quali sono le differenze principali con la tradizione latina?

«Nella Chiesa, una santa cattolica e apostolica, c’è una pluralità di Chiese orientali, identificata nei riti che hanno origine dalle tradizioni alessandrina, antiochena, armena, caldea e bizantina o costantinopolitana. Di fatto si tratta di una ventina di Chiese, integrate nelle cinque grandi tradizioni dell’Oriente cristiano. Sostanzialmente le Chiese orientali differiscono dalla Chiesa latina non per la fede, ma per le modalità di vivere la fede. Una chiara definizione di rito viene dal concilio Vaticano II e dal Codice dei canoni delle Chiese orientali: “Il rito è il patrimonio liturgico, teologico, spirituale e disciplinare, distinto per cultura e circostanze storiche di popoli, che si esprime in un modo di vivere la fede che è proprio di ciascuna Chiesa sui iuris (di diritto proprio)”. Secondo il decreto del Vaticano II sulle Chiese orientali cattoliche, la loro presenza all’interno della Chiesa cattolica “non solo non nuoce alla sua unità, ma anzi, la manifesta”; la loro presenza nella “pienezza” della Chiesa cattolica accomuna tutte le Chiese orientali alla maggioritaria Chiesa sui iuris latina”».

Quali le caratteristiche dell’anno liturgico bizantino rispetto a quello latino?

«Nello svolgersi dell’anno liturgico bizantino, alcune domeniche vengono iconologizzate – così afferma qualche studioso – e cioè vengono identificate con il titolo, che in genere è desunto dall’episodio descritto nel Vangelo; questo significa l’introduzione nel mistero divino attraverso la contemplazione dell’icona-immagine delle opere meravigliose di Dio annunciate dalla parola evangelica. La tradizione liturgica bizantina melkita della mia precedente eparchia di Newton è la medesima dell’eparchia di Piana, con qualche piccola variante, pertanto l’annuncio della morte e risurrezione di Cristo non può che essere identico nella sua bellezza liturgica, mentre avrà una ricchezza di valori diversi se riferiti alle varianti delle origini storiche, linguistiche, melurgiche, delle tradizioni popolari e culturali».

In questa situazione di minoranza il vostro dialogo si sviluppa all’interno della Chiesa cattolica e poi con le altre Chiese. In che modo?

«Tale minoranza, insieme a tutti gli italo-albanesi, propone una ricchezza di elementi spirituali, liturgici e culturali nel dialogo con la tradizione delle popolazioni latine circostanti e una naturale tendenza al dialogo ecumenico con il mondo ortodosso, mai rinnegato e sempre amato. Come ci ricorda papa Francesco bisogna costruire ponti passo dopo passo, fino ad arrivare a stringere la mano a chi sta dall’altra parte. I ponti aiutano a edificare l’unità».

La vostra tradizione vi rende più vicini alle Chiese ortodosse. Su quali binari scorre il dialogo?

«Basta ricordare come, grazie all’impulso determinante della mia eparchia, nel 1970 si ebbe a realizzare la “Crociera della Fraternità”, allorché, con il beneplacito di tutti i vescovi di Sicilia, una numerosa rappresentanza di vescovi, di clero e di laici dell’isola, guidati dal cardinale di Palermo, Francesco Carpino, e dal vescovo di Piana degli albanesi, Giuseppe Perniciaro, si recò in visita alla Chiesa ortodossa di Grecia, al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e alla Chiesa di Creta allo scopo di “riaccendere gli stretti legami di sangue e di fede, che nel passato hanno unito la Sicilia alla Grecia”. Nel 1973 una nutrita delegazione ufficiale del Sinodo della Chiesa ortodossa di Grecia restituì la visita alle Chiese di Sicilia. Seguiremo con attenzione e pregheremo per il prossimo Sinodo che le Chiese ortodosse celebreranno a giugno, a Creta, anche per i riflessi che potrà avere nelle nostre Chiese. Il dialogo dell’amore, dell’accoglienza reciproca, della collaborazione caritativa verso i bisogni emergenti non dovrà mai venir meno, anche quando si addiverrà all’unità delle Chiese. Questo non solo nei rapporti con gli ortodossi, ma con tutte le Chiese cristiane e anche con le altre religioni».

A livello di parrocchie, che tipo di esperienza ecumenica fate?

«A livello di popolo vi è coscienza dell’identità etnica e come comunità parrocchiale esiste il senso di appartenenza alla tradizione bizantina, ma la sensibilità al dialogo ecumenico non è sempre e ovunque affermata. Significativamente, tra la fine del 2004 e l’inizio del 2005, è stato celebrato il secondo Sinodo inter-eparchiale fra l’eparchia di Piana, l’eparchia di Lungro e il monastero esarchico di Santa Maria di Grottaferrata, allo scopo di rinvigorire la comunione della Chiesa di tradizione bizantina in Italia. Un auspicio di questo Sinodo è stato, fra l’altro, quello di istituire dei centri di accoglienza ecumenica, specialmente in quei luoghi in cui la storia ha registrato la presenza dei fratelli ortodossi, così da favorire un dialogo permanente sui tesori della comune spiritualità. Un segno ecumenico ammirevole sia di fronte alla Chiesa cattolica che alla Chiesa ortodossa».

 

LA PAROLA CHIAVE EPARCHIA

L’eparchia corrisponde alla diocesi: è l’organizzazione territoriale della Chiesa cattolica italo-albanese di rito bizantino. L’eparchia di Piana dei greci, poi detta Piana degli albanesi, è nata nel 1937 e comprende le comunità di Palazzo Adriano, Piana, Mezzojuso, Contessa Entellina, Santa Cristina Gela e Palermo. All’interno dei Comuni albanesi sono sorte anche alcune parrocchie latine, anch’esse governate dal vescovo di Piana. Un’altra eparchia bizantina italo-albanese è quella di Lungro (Cosenza), istituita nel 1919. A Grottaferrata, in provincia di Roma, esiste invece dal 1004 il monastero italo-bizantino di Santa Maria in cui hanno soggiornato anche monaci delle eparchie di Lungro e di Piana.

Testo di Vittoria Prisciandaro

Sorgente: Cattolici orientali, fratelli nella fede – Credere

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