Storia

Mezzo secolo di silenzio | la Repubblica.it

Una cappella a Portella

GIUSEPPE CASARRUBEA11 ottobre 2003

La proposta di costruire una cappella a Portella della Ginestra ha aperto un dibattito che aiuta a fare chiarezza: rispetto alle cose già decise e a quelle che, nella confusione, rischierebbero di essere fatte male. Non credo che la questione sia verificare una contrapposizione politica o assumere la scelta del senatore Schifani come una provocazione. Magari perché qualcuno ha voluto fare i conti senza l’ oste, senza interpellare i familiari delle vittime. La questione è ben altra. Prendiamone atto: ancora una volta si è sollevato un caso destinato a sviare i nodi ineludibili di Portella. E su questi voglio richiamare l’ attenzione.
A 56 anni di distanza dalla strage che cambiò la storia e i caratteri della politica in Sicilia e in Italia, lo Stato non ha riconosciuto la qualità di caduti per la democrazia e per la libertà ai martiri di Portella e ai sindacalisti ammazzati negli assalti contro le Camere del Lavoro di quegli anni. Non una legge del Parlamento li ricorda, non un atto della magistratura ha reso loro giustizia. In qualche caso non si sono neanche istruiti o avviati i processi (a esempio per l’ uccisione di Accursio Miraglia e di Nicolò Azoti). Ancora a oggi per lo Stato quei morti e quelli di Portella sono accidentali, vittime della follia di un bandito, o di anonimi. Questo è il primo nodo, la prima questione. La seconda è più squisitamente di ordine storico. La Chiesa, infatti, in 56 anni non ha fatto un passo più avanzato rispetto allo Stato. Anzi non ha spiegato specifici comportamenti di prelati e semplici preti regolari che con i personaggi coinvolti in quella vicenda stragista ebbero un qualche rapporto. Per essere chiari la domanda che ci poniamo è se per caso la Chiesa siciliana e il Vaticano non abbiano, come lo Stato, da fare un mea culpa circa gli atteggiamenti tenuti per troppo lungo tempo rispetto alla strage di Portella. Lo Stato giocò allora un ruolo di contenimento e di omertosa complicità. Avrebbe potuto fare tutto e non fece nulla. Si limitò a trarre dai fatti i benefici che derivavano dal mantenere l’ Italia dentro le regole di Yalta. Il Vaticano fece di peggio. Ruppe la disponibilità di De Gasperi a continuare, con un quarto governo, le esperienze di unità nazionale antifascista; la Santa sede minacciò persino la nascita di un secondo partito cattolico, come possiamo leggere nelle carte dei servizi segreti Usa recentemente desecretate; trovò in prelati come il card-ernesto-ruffinicardinale Ernesto Ruffini e il vescovo di Monreale mons-ernesto-eugenio-filippiErnesto Eugenio Filippi le punte avanzate dello schieramento anticomunista siciliano. Il primo, giunto a Palermo giusto nel 1947 gestirà il ventennio successivo scontrandosi con la figura di Danilo Dolci, l’ altro, più strutturalmente legato al fascismo, nutriva contro la sinistra un’ avversione quasi genetica. Prelati come loro non hanno aiutato la comprensione di Portella. Meno ancora hanno contribuito a tale importante compito i Servizi segreti del Vaticano, oggi meno bui grazie alle carte americane. A esempio sappiamo che un monaco benedettino, Giuseppe Cornelio Biondi era stato arrestato nel ’45 mentre era in compagnia di una spia nazista. Messo in galera dall’ Intelligence americana lo troviamo a fare la spola tra i Servizi del Vaticano e gli Uffici dell’ Oss (ex Cia) per trovarcelo alla fine in Sicilia in rapporti di amicizia con Gaspare Pisciotta, il luogotenente del bandito Giuliano. Per tornare allora alla questione iniziale, il problema non è costruire o meno una cappella a Portella. è sapere quale memoria vogliamo conservare, quale giustizia è stata negata. E quale verità è possibile ancora recuperare. Non metto in dubbio la buona fede del senatore Schifani. Ma se egli vuole veramente rendere giustizia ai martiri di quel 1° maggio, si faccia promotore di una proposta di legge nazionale che consideri quei caduti le prime vittime innocenti di un terrorismo politico che ha segnato la storia della prima Repubblica.

Sorgente: Mezzo secolo di silenzio – la Repubblica.it

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