Storia

E’ morto l’ex cardinale di Palermo. Pappalardo, quel grido in cattedrale | Nando dalla Chiesa – il blog

card-salvatore-pappalardo

11 dicembre 2006. 2006

card-salvatore-pappalardo(l’Unità, 11 dicembre 2006) – Un merito ebbe sopra ogni altro. Di avere dato dignità alla chiesa siciliana. Perché certo nessuna dignità poteva riconoscersi a chi, incaricato di predicare il vangelo in una terra di ingiustizie e di violenze, chiudeva gli occhi con complice prudenza di fronte alla prepotenza mafiosa. Era andata avanti, quella prudenza complice, per decenni. Fino a diventare un classico del giornalismo d’inchiesta e della letteratura sulla mafia: la foto di gruppo – tra sepolcro imbiancato e abbraccio sudaticcio – di uomo d’onore, onorevole e uomo di chiesa.

Una leggenda vera i funerali solenni assicurati ai boss, con processione compunta e salmodiante di tanti timorati di Dio dimentichi di ammazzamenti e ruberie. Una leggenda vera le chiese tirate su con i soldi del crimine, un’offerta volontaria del nostro fratello che ha dato lustro e tanto bene ha fatto a questo paese, moderna simonia che infestava le relazioni civili nelle comunità siciliane.
E il massimo esponente della chiesa palermitana, il cardinale Ruffini, che giurava che mai potesse esistere qualcosa chiamato mafia. E che se pur esisteva qualcosa di  così impropriamente chiamato, esso era comunque benefico presidio di democrazia, rigorosamente attestato sulla trincea dell’anticomunismo. La funzione più cristiana dell’uomo di chiesa consisté di massima, per tutto quel tempo, nel celebrare la messa di commiato per la vittima di turno e nel consolarne i familiari, purché non pensassero insanamente di chiedere giustizia.

Ci furono delle eccezioni, naturalmente. E anche la prudenza si vestì di mille sfumature secondo l’umanità di chi portava la tonaca, quant’è vero che si può essere don Abbondio in tanti modi. Negli anni settanta il mondo ecclesiastico iniziò però a mostrare le sue prime impazienze. Tra Concilio e Sessantotto si aprirono spazi nuovi, nuovi modi di essere uomini di chiesa nell’isola di Salvo Lima e di Giovanni Gioia. A quegli anni risalgono anche i primi sforzi di elaborazione intellettuale condotti dai religiosi siciliani (di allora un intervento su sottosviluppo e mafia di un gesuita che anni dopo sarebbe stato conosciuto in tutta Italia, Ennio Pintacuda). Parroci più giovani iniziarono a porsi interrogativi scomodi su quale dovesse essere il loro ruolo in una terra di sangue e di diritti negati. Davvero dovevano limitarsi a “curare le anime”, come reclamavano i perbenisti, o dovevano impegnarsi in un pubblico apostolato in difesa della dignità e dei diritti della persona?

Quei parroci trovarono un punto di riferimento in Salvatore Pappalardo vescovo di Palermo. Uomo prudente nel cambiamento, attento a non generare rotture, ma tutt’altro che complice. Anzi, assai deciso nello schierarsi accanto a chi, dall’interno delle istituzioni, cercava faticosamente di costruire in Sicilia il senso delle leggi e delle istituzioni. La sua azione, e l’idea che aveva della funzione della chiesa in Sicilia, divennero però un giorno dirompenti al di là della sua volontà. Sulla pura spinta dei fatti. Accadde quando il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa venne mandato a Palermo con l’incarico di coordinare la lotta alla mafia. Era l’aprile del 1982. Il Prefetto e il Cardinale si erano conosciuti circa dieci anni prima, quando l’allora colonnello dalla Chiesa guidava la Legione Carabinieri di Palermo. Ne era nato un rapporto di stima e di fiducia reciproca. Quando tornò a Palermo il nuovo prefetto capì subito che dalle autorità politiche locali non poteva aspettarsi un grande aiuto. Il sindaco, Nello Martellucci, e il presidente della Regione, Mario D’Acquisto, erano entrambi di stretta osservanza andreottiana, appartenenti a quella che egli stesso aveva indicato per iscritto al presidente del Consiglio Spadolini come la “famiglia politica più inquinata del luogo”.

Il prefetto si guardò intorno per cercare i suoi alleati. E guardò, tra gli altri, alla cattedrale, ai parroci, alla chiesa di base, ai gesuiti del liceo Gonzaga (quello in cui tenne il suo primo incontro con gli studenti), a padre Michele Stabile, ambasciatore del cardinale sui territori delle periferie. Per cento giorni infuriò un pubblico dibattito sull’opportunità di tenersi a Palermo il prefetto antimafia o disfarsene. La sera del 3 settembre il dibattito ebbe fine. Tali erano la colpa e la fretta di liberarsi dell’incomoda presenza che i funerali si tennero a San Domenico nemmeno diciotto ore dopo il delitto. E lì, mentre la gente di Palermo urlava la sua rabbia contro i politici e la sua disperazione per i destini della città, la voce del cardinale si levò forte e netta a rappresentarla tutta, quasi sostituendo lo Stato in ritirata.

Vale la pena riascoltare oggi quelle parole che cambiarono il ruolo della chiesa in Sicilia e ne riscattarono in parte il passato: “Si sta sviluppandoe ne siamo tutti costernati spettatori –  una catena di violenza e di vendette tanto più impressionanti perché, mentre così lente ed incerte appaiono le mosse e le decisioni di chi deve provvedere alla sicurezza e al bene di tutti, siano privati cittadini che funzionari ed autorità dello Stato medesimo, quanto mai decise invece, tempestive e scattanti sono le azioni di chi ha mente, volontà e braccio pronti per colpire”. La gente ristette muta a quelle parole, mentre i filmati di allora testimoniano lo stupore infastidito che si andava imprimendo sui volti delle prime file governative.

Sovviene e si può applicare, continuò Pappalardo recitando il passo più celebre di quell’omelia, una nota frase della letteratura latina, di Sallustio mi pare, nel De Bello Jugurtino: ‘Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur’; mentre a Roma si pensa sul da fare la città di Sagunto viene espugnata dai nemici! Povera la nostra Palermo! Come difenderla?.

I filmati mostrano a questo punto il senso di liberazione esplosivo della folla. Un applauso salvifico, un urlo di giustizia. Nulla poteva cambiare quel che era accaduto. Ma fu come se, grazie a quelle parole, i cittadini palermitani avessero finalmente trovato una guida morale, il senso di sé e del coraggio civile nel buio delle istituzioni, simboleggiato mezz’ora dopo dalla fuga di Spadolini verso le auto blu sotto una pioggia di monetine.

Da lì trasse slancio un apostolato diverso, che irritò diverse parrocchie palermitane, alcune delle quali giunsero a disdire l’abbonamento a Famiglia Cristiana, troppo schierata su posizioni antimafiose. Da lì l’appoggio alla lista civica di una “Città per l’uomo”, agli uomini del rinnovamento democristiano come Leoluca Orlando, la moltiplicazione di esperienze cattoliche di base, tra cui sarebbe poi giunta al sacrificio finale quella di padre Pino Puglisi nel quartiere del Brancaccio.

card-salvatore-pappalardoNé quello dei funerali a San Domenico fu l’unico momento cruciale in cui Pappalardo fu capace, nella sua prudenza, di parole e di gesti simbolici. Si ripeté, ad esempio, il 3 settembre dell’85, alla fiaccolata per il terzo anniversario del prefetto, che cadeva poche settimane dopo gli omicidi dei commissari Montana e Cassarà e dell’agente Antiochia e le infuocate polemiche che avevano coinvolto la polizia palermitana. Quando il corteo dei trentamila passò davanti alla cattedrale egli ne uscì e si mise alla testa dei “suoi” palermitani verso la questura ancora in lutto. Con lui se ne va un uomo che, pur nella sua veste religiosa, pur rappresentando la fede e non le leggi, ha contribuito a costruire la cultura civile degli italiani, a dare forza alle loro istituzioni.

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