Storia

Franco Montenegro, oggi cardinale | Gazzetta del Sud online

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VATICANO – 13/02/2015 (giovanna.chirri@ansa.it) (ANSA).

Franco Montenegro, oggi cardinale

Sabato alle 11, il messinese Franco Montenegro sarà nominato Cardinale da Papa Francesco. In tanti sono partiti dalla Sicilia per seguire la cerimonia a S. Pietro. Don Franco è un riferimento ad Agrigento e Lampedusa

card-francesco-montenegroDovremmo metterci tutti in ossequioso silenzio e pensare che questi erano uomini come noi e sono morti in una maniera indegna per un essere umano. Qui ci sono esseri umani che continuano a bussare alle porte perché continuano a chiedere di vivere e un’operazione
europea che si limiti soltanto a salvaguardare i confini credo che non otterrà grandi
risultati. Occorre fare delle scelte politiche coraggiose che rispettino la gente e che siano in
sintonia con le necessità del mondo d’oggi“.

Sono le parole di don Franco lunedì scorso, dopo l’ennesima strage di migranti morti nel braccio di mare tra la Sicilia e l’Africa, anzi, questa volta morti beffardamente quando già erano stati soccorsi. Una contabilità di morti che rinnova il dolore, i sensi di colpa, lo scarico di responsabilità tra Italia e Europa.

Don Franco, come lo chiamano tutti a Lampedusa, è mons. Francesco Montenegro, – nato a Messina nel ’46 – arcivescovo di Agrigento, e oggi, consegnandogli la berretta cardinalizia papa Francesco ha voluto sia premiare il suo impegno personale, che tenere desta l’attenzione sulla situazione degli immigrati. E’ una indicazione di priorità per la Chiesa italiana, e non solo. Indicazione chiara nel primo viaggio del ponticato, nel luglio 2013 a Lampedusa, e confermata anche dal secondo italiano che riceve la porpora oggi, nel secondo concistoro di papa Bergoglio: Edoardo Menichelli, vescovo di Ancona, che, in una bella intervista al Sir si racconta come pastore per i poveri che da ragazzo, rimasto orfano, ha fatto anche il pastore delle pecore a quattro zampe.

Montenegro e Menichelli saranno elettori in un eventuale conclave, ma tra le berrette “italiane” ci sarà oggi anche quella a mons. Luigi De Magistris, tra i pochi curiali a non ottenere la porpora a conclusione del suo servizio come pro penitenziere maggiore.

Mons. Franco Montenegro è prete dal 1969, subito parroco in periferia. Dal 1988 e’ stato anche delegato della Caritas di Messina e delegato regionale e nazionale della Caritas. Intanto insegnava religione e faceva il padre spirituale del seminario minore di Messina. Dal 2003 al 2008 è stato presidente della Caritas italiana.
Nella Cei, dal 2013 è presidente della Commissione per le migrazioni, e della Fondazione Migrantes. Mons. Edoardo Menichelli, vescovo di Ancona dal 2004, è nato a Serripola di San Severino Marche nel ’39, prete dal ’65, dopo alcuni incarichi come viceparroco, è approdato
in Vaticano nel ’68, prima come officiale presso la Segnatura apostolica, e poi come addetto di segreteria alla Congregazione per le chiese orientali, come segretario dell’allora prefetto, il cardinale Achille Silvestrini. In quegli stessi anni e’ stato cooperante presso in una parrocchia romana e collaboratore del consultorio familiare della facoltà di Medicina al Gemelli. Al sinodo sulla famiglia dello scorso autunno e’ stato relatore a uno dei circoli minori di lingua italiana. Il cardinale non elettore Luigi De Magistris è nato a Cagliari nel ’26, dove è stato ordinato prete nel ’52. Nel 2001 e’ stato nominato pro-penitenziere maggiore, incarico mantenuto fino al 2003. Alcuni osservatori attribuiscono la mancata porpora, all’epoca in cui rivestiva quell’importante incarico ecclesiale, alla ostilità attiratasi da alcuni settori della curia per il parere contrario che diede alla beatificazione del fondatore dell’Opus Dei, Jose Maria Escriva de Balaguer.

Sia Montenegro che Menichelli che De Magistris raccontano di aver appreso della creazione cardinalizia dal loro popolo, parrocchiani, suore, amici che hanno sentito il Papa annunciare anche i loro nomi nella lista letta il 4 gennaio scorso dalla finestra su piazza San Pietro, durante l’Angelus.
(giovanna.chirri@ansa.it) (ANSA).

Sorgente: Franco Montenegro, oggi cardinale – Gazzetta del Sud online

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Franco Montenegro è cardinale | Gazzetta del Sud online

VATICANO 14/02/2015 – (giovanna.chirri@ansa.it).(ANSA).

Franco Montenegro è cardinale

Il messinese “Don Franco” come lo chiamano a Lampedusa è diventato Cardinale. Ha ricevuto la berretta porpora da Papa Francesco

card-francesco-montenegroNon dignitari, ma “perni” nel “movimento” della Chiesa. Pastori dal grande “cuore”, capaci di “amare le piccole cose nell’orizzonte delle grandi“. Pastori ai quali, a contatto con il popolo, “non mancano le occasioni di arrabbiarsi”, ma che nei rapporti con i confratelli non sono giustificati se lo fanno. E, “se pure si può scusare un’arrabbiatura momentanea e subito sbollita, non altrettanto per il rancore. Dio ce ne scampi e liberi!”.

Parole determinate e affettuose da parte del Papa, abbraccio di pace tra i nuovi cardinali, strette di mano con quelli di precedente nomina. Si svolge così il secondo concistoro del pontificato per la creazione di nuovi cardinali. Come era stato per il primo, il 22 febbraio di un anno fa, è presente anche papa Ratzinger, che siede nel settore dell’ordine dei vescovi, e saluta il Papa sia all’ingresso in basilica che alla fine del rito.

I nuovi porporati sono 20, 15 elettori e 5 non elettori, ma non è presente l’anziano Jesus de Pimineto Rodriguez, che riceve le insegne cardinalizie in Colombia da un delegato papale. Ogni cardinale sfila davanti al Papa, si inginocchia, riceve da Francesco l’anello, lo zucchetto e la berretta, la pergamena e il titolo con cui viene incardinato nella Chiesa di Roma. Il Papa pronuncia le formule in latino, così la berretta è “biretum rubrum” e la formula per l’anello è “accipe anulum de manu Petri”. Gli abbracci sono ognuno nella lingua dei gesti e del cuore dei nuovi porporati, chi più espansivo, chi più intimidito.

Papa Francesco parla un po’ più a lungo con Pierre Nguyen Van Nhon di Hanoi e Alberto Suarez India di Morelia in Messico, intreccia una mezza conversazione con Daniel Sturla Berhouet di Montevideo, abbraccia con atteggiamento di incoraggiamento Francesco Montenegro di Agrigento. Lungo abbraccio anche per Arlindo Gomes Furtado, il primo cardinale nella storia di Capo Verde.

Quando nel gruppetto dei non elettori arriva Luigi De Magistris, che il 23 febbraio compirà 89 anni, e fa il confessore a Cagliari dopo aver servito in curia fino al 2003, il Papa gli si avvicina all’orecchio, e lui si protende verso il Papa, per meglio sentire.

Francesco consegna ad ognuno anche la bolla di creazione e assegna il nuovo titolo: ogni porporato avrà il titolo di una chiesa di Roma, giacché si è cardinali in quanto legati alla Chiesa di Roma, a quel primato della “carità”, senza il quale, ricorda anche oggi il Papa, non c’è Chiesa e non c’è missione. Al card. Bo di Rangoon, primo cardinale della storia della Birmania, tocca il titolo di Sant’Ippolito a Centocelle, nella periferia Est della città eterna. Sarà invece meno periferico a Roma, il più periferico dei nuovi porporati, il 53enne Mafi da Tonga (circa 30 ore di volo per arrivare a Roma) che sarà titolare di Santa Paola Romana alla Balduina.

La formula con la quale ogni cardinale giura fedeltà e obbedienza al Papa, piuttosto lunga e in latino, viene letta per tutti dal primo dei nuovi cardinali, il francese Dominique Mamberti, unico curiale nel gruppo delle neoberrette, al quale è spettato anche il saluto al Pontefice a inizio messa.

L’omelia del Papa è potente, intrecciata con l’Inno alla carità con cui san Paolo insegnava ai Corinti l’inutilità di tutto ciò che non è amore, e invitava alla magnanimità e benevolenza. “La magnanimità – riflette il Papa – è, in un certo senso, sinonimo di cattolicità: è saper amare senza confini, ma nello stesso tempo fedeli alle situazioni particolari e ai gesti concreti”, secondo quell’ideale di sant’Ignazio che il Papa ha spiegato nella sua intervista alla Civiltà cattolica. “Amare ciò che è grande – ripete oggi – senza trascurare ciò che è piccolo, amare le cose piccole nell’orizzonte delle cose grandi”, “saper amare con gesti benevoli”, cioè “con l’intenzione ferma e costante di volere il bene sempre e per tutti, anche per quelli che non ce ne vogliono”. In questo orizzonte Bergoglio pone le osservazioni più pragmatiche su come vivere il cardinalato, che è “dignità ma non onorificienza”, sul “rischio mortale dell’ira trattenuta, ‘covata’”, sul “forte senso di giustizia”, sul non essere autocentrati.
(giovanna.chirri@ansa.it).(ANSA).

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