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«Così la Chiesa aiuta i giovani a fare gli imprenditori al Sud» | Corriere della sera

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L’INTERVISTA
Milano, 3 giugno 2017 – 21:58 – di Salvo Fallica

Antonino Raspanti, vicepresidente Cei con la delega all’Italia meridionale: «Creare sviluppo è possibile»

«La legalità e l’etica sono la base, anzi l’essenza medesima di uno sviluppo economico e sociale sano e costruttivo. Questo vale per il Sud e per l’Italia intera. Il cattolicesimo è una religione che dà grande rilievo alla vita umana, alla dignità delle persone». Il vescovo Antonino Raspanti, neo vice presidente della Cei con delega al Sud, sintetizza così al Corriere della Sera la filosofia che lo ispira e che è profondamente legata al cattolicesimo sociale. La stessa filosofia che anima Papa Francesco. Raspanti è vescovo, teologo, filosofo, ex preside della Facoltà Teologica di Sicilia, collabora con il cardinal Ravasi al «Cortile dei Gentili», riesce ad unire in maniera originale gli studi teorici al mondo concreto. Nella diocesi di Acireale (Catania) ha elaborato un modello di sviluppo del territorio, creando le condizioni per la nascita di imprese che hanno fatto inserire nel mondo del lavoro giovani e meno giovani.

Qual è la genesi di questo impegno?

«Quando nel 2011 è iniziata la mia esperienza pastorale da vescovo di Acireale, faceva già sentire i suoi forti effetti la grave crisi economica internazionale. Noi aiutavamo già i ceti più deboli ma questa crisi ha colpito in maniera forte operai e piccola e media borghesia. Bisognava pensare ad un nuovo modello di sviluppo. Dopo qualche mese ho riunito 50-60 imprenditori dell’Acese e del Catanese — vi sono realtà di eccellenza qui come in altre realtà del Sud —, e ho lavorato per creare una sinergia. Ho chiesto ad alcuni di loro e anche a imprenditori e manager del Nord Italia e di New York di fare da mentori a giovani animati da buona volontà. Ho creato le condizioni affinché si creasse un contesto favorevole alla cultura d’impresa e del lavoro».

E i risultati sono arrivati?

«I risultati gradualmente stanno arrivando, sono nate imprese, cooperative ed anche start-up. Prevalentemente negli ambiti dell’agricoltura, del turismo — l’Etna è un grande traino —, dell’artigianato, dei servizi di assistenza sociale. Ma è nata anche una start-up tecnologica creata da giovani. Con l’associazione Costarelli ho fatto incontrare autorevoli protagonisti dell’economia e della cultura con i giovani. Così il territorio si è interfacciato con la dimensione nazionale e internazionale. Ho seguito il binomio coscienza e conoscenza. Ovviamente la Chiesa non si occupa di business, noi abbiamo aiutato imprenditori onesti e in difficoltà a trovare un dialogo positivo con le banche locali. Abbiamo puntato sulla cultura, la formazione e la creazione di una rete».

Prima accennava alle eccellenze del territorio, ma in Sicilia come nel Sud vi sono anche molte contraddizioni e negatività…

«Certo, e infatti sin da subito ho lanciato un messaggio forte decidendo con un decreto che nella Diocesi acese non sarebbero stati celebrati i funerali dei boss mafiosi che non avevano dato in vita segni di sincero pentimento. La mafia è antitetica al Vangelo, è una cultura di morte disumana, che va condannata e combattuta».

È noto il suo dialogo con i magistrati in prima linea. Prima con l’ex procuratore di Catania Salvi ed ora con l’attuale Zuccaro, alla guida di una Procura che indaga anche sulle connessioni fra potenti imprenditori e la mafia. Non tutti nella Chiesa mostrano il suo coraggio. Qual è il suo giudizio?

«Lo ha detto l’autorevole Alessandro Manzoni prima di me, i don Abbondio vi sono anche nella Chiesa. Ora è comprensibile avere paura, ed è giusto che la Chiesa non lasci soli i preti delle periferie. Ma la paura la si deve vincere, noi dobbiamo attuare la nostra missione evangelica con coraggio e coerenza. Bisogna lottare contro ogni fenomeno mafioso, partendo dagli inaccettabili ‘inchini’ ai boss durante le processioni religiose».

Salvo Fallica

Sorgente: Corriere della Sera


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Associazione Costarelli

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