Cronaca Magistero

I VESCOVI SICILIANI: «BASTA IPOCRISIA. IL FENOMENO MIGRATORIO NON È UN’EMERGENZA DI BREVE DURATA» | ilsettemezzo.com

Pubblicato: gio 17 Ott 2013 – Di Giacomo Belvedere

vescovi-di-sicilia«BASTA IPOCRISIA. IL FENOMENO MIGRATORIO NON È UN’EMERGENZA DI BREVE DURATA»«È ora di abbandonare l’ipocrisia di chi continua a pensare che il fenomeno migratorio sia un’emergenza che si auspica ancora di breve durata». Non usano le mezze misure del linguaggio diplomatico o di Curia i vescovi di Sicilia nel Messaggio che hanno voluto lanciare ai fedeli e agli uomini di buona volontà all’indomani della tragedia di Lampedusa. «Di fronte a tanti morti – si legge nel Messaggio – non ci siamo sottratti alla nostra responsabilità pastorale per rivolgere una parola accorata ai fedeli e alle persone di buona volontà». I pastori delle Chiese di Sicilia hanno parole di “gratitudine” e “ammirazione” per la gente di Lampedusa, «alla quale va la nostra gratitudine e la nostra ammirazione per l’instancabile apertura di cuore nei confronti di quanti hanno cercato approdo tra loro». La solidarietà del popolo lampedusano ha saputo mostrare «al mondo il valore e l’efficacia dei gesti semplici e significativi del quotidiano: la vicinanza, il soccorso, il pianto, la collera, la pazienza». Ma nello stesso tempo, denunciano i vescovi, si è dimostrata «l’inutilità controproducente di talune risposte istituzionali che non hanno contribuito a risolvere il problema, ma anzi hanno moltiplicato il numero delle vittime».

lampedusa-/2013LA FESTA E LA SCIAGURA – I vescovi delle 18 diocesi di Sicilia erano riuniti per la consueta sessione autunnale (10-12 Ottobre) della Cesi (la Conferenza Episcopale Siciliana) a Siracusa nel 60° anniversario della lacrimazione dell’immagine della Vergine Maria. Avrebbe dovuto essere un momento di celebrazione e festa. Per l’occasione, infatti, erano convenuti a Siracusa oltre 3.000 giovani per festeggiare insieme ai loro pastori la Giornata regionale della Gioventù (GRG). Un modo per consentire a chi non aveva potuto partecipare alla GMG a Rio nella scorsa estate, di rivivere quell’esperienza. Ma la crudele cronaca di questi giorni ha imposto un altro ordine del giorno. Il contrasto non avrebbe potuto essere più netto: da un lato la festa e la gioia, dall’altro la sciagura e il dolore. La catastrofe sconvolgente dei naufraghi nelle acque di Lampedusa ha richiamato alla memoria dei vescovi un episodio analogo narrato negli Atti degli apostoli: «In questa città è stato immediato riandare con la memoria all’apostolo Paolo, qui approdato da Malta e rimasto per tre giorni (cfr At 28,11-12), e rivivere con lui, attraverso il racconto del libro degli Atti degli Apostoli, la forte tensione drammatica delle sciagure in mare con gravissimi e ripetuti rischi per la vita». E condividendo con le migliaia di giovani un’esperienza di fraternità e di comunione, hanno voluto affidare proprio a loro «questo messaggio e questa consegna, certi che sapranno dare voce e cuore alla speranza», spronandoli con le parole dei Padri conciliari a 50 anni dal Vaticano II: «Costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!»

IL TESTO DEL MESSAGGIO

Messaggio dei Vescovi di Sicilia ai fedeli e agli uomini di buona volontà all’indomani della tragedia di Lampedusa

Riuniti per la consueta sessione autunnale a Siracusa nel 60° anniversario della lacrimazione della Beata Vergine Maria, noi, Vescovi di Sicilia, abbiamo trattato i temi concernenti la vita delle nostre Chiese. Da un lato, abbiamo avuto presente la catastrofe sconvolgente dei naufraghi nelle acque di Lampedusa e, dall’altro, i giovani che abbiamo incontrato in un’esperienza di fraternità e di comunione. In questa città è stato immediato riandare con la memoria all’apostolo Paolo, qui approdato da Malta e rimasto per tre giorni (cfr At 28,11-12), e rivivere con lui, attraverso il racconto del libro degli Atti degli Apostoli, la forte tensione drammatica delle sciagure in mare con gravissimi e ripetuti rischi per la vita. Ci siamo lasciati interrogare dalle migliaia di persone morte nel nostro mare Mediterraneo, provocati dai gesti e dalle parole di Papa Francesco nel corso della sua visita a Lampedusa dell’8 luglio scorso. Il Papa continua a riproporci l’interrogativo: “Dov’è tuo fratello?” e torna a metterci in guardia dalla “globalizzazione dell’indifferenza che ci rende tutti «innominati», responsabili senza nome e senza volto”. E di fronte a tanti morti non ci siamo sottratti alla nostra responsabilità pastorale per rivolgere una parola accorata ai fedeli e alle persone di buona volontà.

Questi morti, e le migliaia che negli anni sono stati travolti in queste acque, chiedono verità, giustizia e solidarietà. È ora di abbandonare l’ipocrisia di chi continua a pensare che il fenomeno migratorio sia un’emergenza che si auspica ancora di breve durata. La consapevolezza che spregiudicati criminali speculano sul dolore di persone in fuga dalle persecuzioni e dalle guerre non può far pagare a questi ultimi la malvagità dei mercanti di morte. Il grido di aiuto e la domanda di soccorso non possono lasciare freddi o indifferenti noi e quanti, per cultura e per sensibilità, sentiamo forte a partire dal Vangelo il senso dell’accoglienza e del dialogo.

La gente di Lampedusa, alla quale va la nostra gratitudine e la nostra ammirazione per l’instancabile apertura di cuore nei confronti di quanti hanno cercato approdo tra loro, ha mostrato al mondo il valore e l’efficacia dei gesti semplici e significativi del quotidiano: la vicinanza, il soccorso, il pianto, la collera, la pazienza. E nello stesso tempo ha dimostrato l’inutilità controproducente di talune risposte istituzionali che non hanno contribuito a risolvere il problema, ma anzi hanno moltiplicato il numero delle vittime.

Di fronte a tanto dolore, che sembra non aver fine, occorre cambiare atteggiamento a partire dalle nostre comunità e coinvolgendo quanti si sentono interrogati da questa sfida umanitaria. A tal proposito invitiamo a vivere il prossimo Avvento come tempo di fraternità e di condivisione nella luce del mistero dell’incarnazione. Solo facendoci prossimi ai nostri fratelli ultimi, infatti, potremo dare un senso alla celebrazione liturgica del Figlio di Dio fatto uomo. Sarà un’occasione propizia per approfondire la conoscenza del fenomeno migratorio, liberandosi da pregiudizi e luoghi comuni; per studiare forme possibili di aiuto e di solidarietà verso gli immigrati; per sollecitare interventi politici ai diversi livelli che contribuiscano ad affrontare realisticamente il problema e a elaborare soluzioni efficaci.

Gli innumerevoli morti (uomini, donne, bambini), che sono seppelliti nel Mediterraneo con la loro speranza di vita e di libertà, scuotono le nostre coscienze con il loro grido di giustizia. Che il nostro silenzio e la nostra inerzia non vanifichino il loro sacrificio.

Ai nostri giovani, per primi, abbiamo affidato questo messaggio e questa consegna, certi che sapranno dare voce e cuore alla speranza. A loro ci rivolgiamo con le parole dei padri conciliari nel cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II perché saranno loro a raccogliere il meglio dell’esempio e dell’insegnamento dei genitori e dei maestri per formare la società di domani: “Costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!”.

Siracusa, 12 ottobre 2013

I Vescovi delle Chiese di Sicilia

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