Storia

Mons. Benedetto La Vecchia | canicattimia.it

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PERSONAGGI ILLUSTRI – Antonio La Vecchia e Diego Lodato

MONS. BENEDETTO LA VECCHIA

Francescano come padre Gioacchino La Lomia, ma appartenente ai minori osservanti, fu un altro eminente canicattinese, monsignor Benedetto La Vecchia, il quale, pur asceso alla dignità di arcivescovo, mantenne intatte, «mirabilissime fra le sue più ammirevoli doti», l’umiltà e la semplicità. Riposa egli ora nella cattedrale di Siracusa, sotto il pavimento della cappella Madonna della Neve, e sulla sua tomba un’epigrafe latina lo definisce «padre dei poveri». Non è questa, però, la sua tomba originaria: più fastosa essa sorgeva prima nella chiesa di San Giovanni alle Catacombe, dove il popolo di Siracusa per esaudire le ultime volontà di monsignor La Vecchia, che per più di vent’anni era stato suo arcivescovo, ne aveva effettuato la traslazione dal cimitero cittadino quattro anni dopo la morte, il 29 novembre 1900. Ma da questa chiesa, ormai fatiscente, furono costretti i siracusani a rimuoverne le ceneri il 6 marzo 1931 e a seppellirle assai modestamente sotto terra, in una tomba ignuda.
Francescano egli fu fino all’ultimo respiro, nonostante la dignità prelatizia, e amava più farsi chiamare fra Benedetto che monsignore.

mons-benedetto-la-vecchiaLa vocazione religiosa gli era sbocciata a contatto col convento canicattinese dello Spirito Santo, non lontano dal quale, in Via Mirandola 9, sorgeva la sua casa, una modesta dimora che lo aveva visto nascere i12 luglio 1813 da umili genitori, che vivevano del lavoro dei campi. Il suo nome era Rosario, ma al noviziato di Alcamo, indossato l’abito francescano lo cambiò in Benedetto, Quindi, dopo la professione religiosa, compì gli studi letterari e filosofici nei conventi di Villagrazia e Baida presso Palermo, dove si distinse talmente, che i superiori decisero di mandarlo per il corso di teologia a Napoli, nel monastero di Santa Maria La Nova, collegio di studi privilegiati, destinato ai più meritevoli. Quivi si rivelò ben presto «modello dei compagni nell’arringo scolastico e nell’osservanza della regola monastica», come scrive il suo biografo, il padre Agostino Gioia. Non poteva esserci migliore preparazione al sacerdozio, che gli venne conferito a Napoli il 20 maggio 1837. Passò poi a Roma a coronare i suoi studi con la laurea in filosofia e teologia, risultando agli esami il primo fra trenta candidati: e ciò gli valse la docenza in queste discipline nel prestigioso convento di Aracoeli, sede del Ministro Generale dell’Ordine.
Ma, se l’attività didattica gli occupava le ore del giorno, egli si sacrificava in quelle della notte per dedicarsi agli studi di fisica e matematica, emulo in ciò del suo concittadino e confratello padre Antonio Antinoro, che la scienza e la filosofia onorò con il suo alto magistero nell’Università di Palermo fino alla morte, che lo colse quarantottenne il 2 maggio 1856 nel convento della Gancia. Non mancò padre Benedetto La Vecchia anche di collaborare a grandi riviste, dibattendo tra l’ammirazione dei dotti, importanti questioni filosofiche e dispute teologiche; nè mancò di profondere il suo sapere in diverse opere dottrinali e scientifiche, quali la Dottrina serafica o Regola dei Frati Minori di San Francesco (Palermo 1854), le Istitutiones Theologiae Dogmaticae, Scholasticae et Moralis, methodo sistematica propositae (Palermo 1859), gli Elementi di Fisica Razionale Cristiana (Siracusa 1878), gli Elementi di Filosofia Fondamentale Cristiana (Siracusa 1879) e gli Elementi di Matematica (Siracusa 1880).
Otto anni circa trascorse a Roma fra Benedetto La Vecchia e poi, richiesto dai confratelli del Val di Ma zara, ritornò in Sicilia, nella natia a gestire da Guardiano il convento dello Spirito Santo e ad attendere alla predicazione, «nella quale – scrive il suo biografo – si dimostrò ferventissimo Apostolo che commosse sino alle lacrime».
Appena due anni dopo il suo ritorno in Sicilia, nel 1846, a soli trentaquattro anni, fu nominato Provinciale del Val di Mazara e si dovette trasferire a Palermo, nel convento della Gancia dove rimase fino al 1852, quando venne richiamato di nuovo a Roma per ricoprire l’alta carica di Definitore Generale dell’Ordine.
Scaduto il mandato, fra Benedetto, che, come scrive padre Agostino Gioia «pei suoi meriti sarebbe stato anche Generale dell’Ordine, se non fosse stato umile e modesto» tornò di nuovo a Palermo: e si trovava alla Gancia, quando il 4 aprile 1860, mercoledì santo, scoppiò l’insurrezione antiborbonica capeggiata da Francesco Riso. A subirne le conseguenze furono anche i monaci, i quali, benché estranei alla rivolta, vennero arrestati; e tra essi c’erano cinque canicattinesi: padre Benedetto La Vecchia, padre Bernardino Lo Brutto, padre Angelo, padre Michelangelo e il converso frate Francesco. Trentotto giorni rimasero in carcere finchè non vennero processati e assolti. A loro Garibaldi volle far visita, allorchè giunse a Palermo e parlò con fra Benedetto La Vecchia il quale alle sue domande rispose con tale franchezza, da meritarsi l’elogio del Generale per la sua sincerità”.
Alcuni anni dopo, nel 1866, in seguito alla legge di soppressione degli Ordini religiosi, fra Benedetto fu di nuovo vittima dell’iniquità e della sopraffazione: egli venne cacciato con la forza dalle autorità politiche dal convento della Gancia e confinato a Bologna. Non passavano inosservate, però, le sue virtù presso il Vaticano, sicché nel 1872 veniva innalzato alla dignità episcopale e assegnato prima alla diocesi di Noto e tre anni dopo all’archidiocesi di Siracusa. Ma il cuore del frate diventato monsignore restava fino al 6 marzo 1896, giorno della morte, tutto per i poveri e i sofferenti, per i quali si prodigò tanto, intervenendo senza sosta a lenirne il dolore e ad alleviarne la miseria, privandosi spesso degli oggetti e degli indumenti personali, quando non aveva denaro, e perfino delle lenzuola e delle coperte. Disse di lui Alfonso Tropia: «Bussò alla porta dei ricchi per attingere i mezzi della munificenza, entrò nei tuguri dei poveri per recare il soccorso, consolazione; in tutte le per esercitare, con grande umiltà, il suo ministero sacerdotale». A buon diritto, quindi, a Canìcattì è stata dedicata una via ed eretto il 4 luglio 1926 nella Villa comunale un monumento con busto di bronzo modellato dallo scultore Luigi Guacci da Lecce.

Sorgente: Mons. Benedetto La Vecchia

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