Storia

Monsignor Angelo Ficarra | canicattimia.it

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PERSONAGGI ILLUSTRI – Diego Lodato

MONS. ANGELO FICARRA

mons-angelo-ficarraAnche a monsignor Angelo Ficarra Canicattì ha intitolato una strada ed innalzato, all’imbocco di questa, all’Acquanova, un cippo con busto di bronzo, opera del canicattinese Luigi Lo Giudice. A lui, vescovo di Patti più di vent’anni, Canicattì, che gli diede i natali il 10 luglio 1885 e lo ebbe suo arciprete dal 1919 al 1933, ha voluto rendere onore e ne ha traslato anche, il 5 marzo 1967, le ceneri dal cimitero cittadino, in cui erano state inumate otto anni prima, alla Chiesa Madre, dove ora riposano in un degno sarcofago.
Aveva quasi settantaquattro anni monsignor Ficarra, quando il 1º giugno 1959 fu stroncato all’improvviso dalla morte a Canicatti, dove ormai da due anni conduceva vita privata, non più come vescovo di Patti, ma come arcivescovo “ad honorem” dell’antica mediorientale città di Leontopoli. Viveva, dunque, in solitudine, titolare di una lontana diocesi “in partibus infidelium”; ma aveva con sé la buona compagnia della coscienza «che l’uom fiancheggia/ sotto l’asbergo del sentirsi pura». Sulla sua bontà c’è anche questa testimonianza di Leonardo Sciascia: «Non avrei mai creduto che ad un certo punto della mia vita mi sarei trovato a raccontare la storia di un vescovo (siciliano e titolare di una diocesi in Sicilia) apologeticamente ed ex abundantia cordis: senza distacco, senza ironia, senza avversione. Ma sbaglierebbe chi, leggendo questo piccolo libro, lo giudicasse risultato di una mia evoluzione o involuzione (secondo la parte da cui lo si giudica). Si tratta semplicemente di questo: che l’avere per tanti anni inseguito i preti “cattivi” inevitabilmente mi ha portato ad imbattermi in un prete buono».
Un prete buono fu senza dubbio monsignor Ficarra, e anche dotto: e come buono e dotto lo esaltò padre Agostino Gioa nella dedica che gli fece delle sue Memorie storiche di Canicattì, quando il 13 luglio 1919 dal vescovo monsignor Lagumina venne chiamato a succedere all’arciprete Luigi La Lomia: «Allorché si sparse la consolante novella che il Signore si era degnato di concedere alla vedovata chiesa di Canicattì il novello Pastore nella Sua persona, tutti fecero meritamente plauso e resero grazie all’Altissimo, perché con tale elezione il Dio delle misericordie ad un Parroco buono e dotto dava a successore un altro per senno e per virtù non dissimile».
Nello stesso anno 1919 a monsignor Ficarra scriveva da Roma il cardinale Tedeschini per chiedergli la compilazione di un’Antologia Geronimiana, e gli diceva tra l’altro: «Nessuno meglio di Lei, che ha dato così eccellenti saggi di conoscere le opere del S. Dottore, può essere indicato come compilatore della accennata Antologia». Di San Girolamo monsignor Ficarra aveva affrontato lo studio fin dagli anni universitari con la tesi di laurea La posizione di San Girolamo nella storia della cultura. E non si trovò nessuno più degno di lui per parlare di San Girolamo sull’Enciclopedia italiana. Per i suoi meriti di studioso il cardinale Tedeschini lo avrebbe voluto a Roma per un alto incarico nella Curia vaticana, ma monsignor Lagumina pregava il porporato di lasciarglielo, perché non sapeva come sostituirlo a Canicattì.
Infaticabile era nella Città natia la sua attività di arciprete, intento a realizzare una gran mole di opere. Si devono a lui il Circolo cattolico, il Collegio delle Orsoline, la Casa parrocchiale della Matrice, l’Oratorio maschile “Domenico Savio”, l’istituzione delle Dame della Carità e il completamento della chiesa del Redentore. La stima che meritò durante l’arcipretura gli valse nel 1933 il conferimento del canonicato da parte di monsignor Giovan Battista Peruzzo, vescovo di Agrigento, e dovette allora lasciare Canicattì per il capoluogo di provincia, dove appena un anno dopo assumeva la carica di vicario generale della diocesi. Il 12 ottobre 1936 veniva nominato vescovo di Patti: e quivi, dopo la consacrazione episcopale ricevuta ad Agrigento il 22 novembre 1936, faceva il suo ingresso solenne il 3 gennaio 1937, accolto da un popolo esultante, tra una pioggia di fiori e di manifestini inneggianti.
Iniziava così nella diocesi pattense l’opera pastorale di monsignor Angelo Ficarra «riflessivo e ponderato in tutte le sue decisioni, inflessibile nell’attuare i suoi propositi, incapace di deflettere da quel che riteneva giusto ed opportuno». Instancabile nel suo apostolato e incurante dei disagi e dei sacrifici che ciò comportava, visitava le parrocchie soggette alla sua giurisdizione, pur con grave personale incomodo, raggiungendo anche in sella ad un asino luoghi non serviti allora da strade rotabili. A lui si devono ben cento vocazioni sacerdotali, venti nuove parrocchie e tutto il movimento associativo cattolico della diocesi di Patti.

mons-angelo-ficarraForse il più alto elogio di monsignor Ficarra è questo del vescovo Peruzzo: «In lui ammiro il più dotto dei sacerdoti e una delle figure più complete dell’Episcopato siculo. Arciprete di Canicattì e Vicario generale ad Agrigento, professore di lettere classiche al Liceo statale e di teologia in Seminario, l’ho visto sempre d’un tono, d’un valore superiore: umile, pio, costante, forte. Vescovo di Patti è stato padre e pastore zelante, ovunque amato, stimato, venerato per le sue eccellenti doti di mente e di cuore». E assai emblematiche sono queste parole, scritte a monsignor Ficarra il 21 giugno 1958 dal cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo, da cui affiora la critica di chi, come il cardinale Adeodato Piazza, prefetto della Sacra Congregazione Concistoriale, noto, direbbe il Manzoni, «per quel suo eroico star duro contro ogni ragionamento in contrario», diede ascolto a voci e accuse isolate: «Se la sua modestia e riservatezza hanno impedito ad alcuni, in passato, di apprezzarla come merita, i pregi di Vostra Eccellenza appaiono oggi più smaglianti che mai. Ella, studiosa com’è, sa che la storia è piena di esaltazioni immeritate e di grandi valori trascurati».
Giungevano tali encomi a monsignor Ficarra per il suo giubileo sacerdotale, ma non erano certo di occasione. Le lodi non si sarebbero affievolite con gli anni. Ad onta del petrarchesco «quanto è creato vince e cangia il tempo» (sestina 142), questo, non che scalfirne l’immagine, l’avrebbe resa anzi più radiosa. Intemerata sarebbe rimasta la sua figura: e lo si è visto quest’anno, quando, a circa cinque lustri dalla sua morte, a cinquant’anni dalla consacrazione episcopale e a un secolo dalla nascita, la Chiesa di Sicilia e il popolo di Canicattì ne hanno celebrato le ricorrenze commemorative. Il 16 aprile 1986 sono convenuti a Canicattì, per rendere il loro tributo di venerazione e di affetto alla memoria di monsignor Angelo Ficarra, il cardinale Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo e primate dell’Isola, e i vescovi Luigi Bommarito di Agrigento, Alfredo Garsia di Caltanissetta, Calogero Lauri cella di Siracusa, Angelo Rizzo di Ragusa, Carmelo Ferraro di Patti, Emanuele Romano di Trapani e Giuseppe Petralia, già ordinario della diocesi agrigentina. La commemorazione si è svolta prima in Piazza San Diego e poi nella gremitissima Chiesa Madre, dove è stato officiato un solenne pontificale, concelebrato da tutti i presuli e trasmesso in diretta dalla TRC, l’emittente radiotelevisiva canicattinese. L’indomani su L’Eco di Agrigento il vicario diocesano mons. Angelo Noto scriveva:
«Ieri Canicattì ha vissuto una delle sue più belle e storiche giornate: ha celebrato, infatti, uno dei suoi più gloriosi figli e non solo per la pienezza del sacerdozio, ma anche per l’altezza sovrana dell’intelligenza e, soprattutto, per il carisma della Santità».
Il sacerdozio monsignor Ficarra l’aveva ricevuto il 12 luglio 1908 nella città dei Templi, dopo aver compiuto con edificante pietas e austerità gli studi umanistici e religiosi nel seminario agrigentino, in cui aveva dato prova delle sue non comuni doti intellettive, riportando il massimo dei voti in tutte le discipline e in ogni anno scolastico. Il 27 giugno 1914 si era laureato in lettere classiche all’Università di Palermo, che aveva con dedizione frequentato, segnalandosi, a detta del professor Ussani, come “uno dei migliori alunni dell’Ateneo”. E la sua tesi, afferma l’arciprete Vincenzo Restivo, era tale da meritare «di essere dichiarata il migliore studio italiano del secolo XX». Ma a sottrarre monsignor Ficarra ai suoi studi e al ministero sacerdotale ecco il primo conflitto mondiale, che lo teneva impegnato per tre anni come assistente sanitario negli ospedali di campo; e in tale frangente egli non tralasciava di sfruttare con cura ogni ritaglio di tempo per dedicarsi all’apprendimento delle lingue.

Prima del conflitto era stato nominato parroco a Ribera, dove aveva fondato e diretto un giornale che aveva destato l’interesse di Napoleone Colaianni e di don Luigi Sturzo. E a Canicattì poi aveva preso accordi con Sacheli, suo fraterno amico, per scrivere insieme una serie di opuscoli su Sant’ Agostino; ma soltanto uno se n’era potuto pubblicare.

Sorgente: Monsignor Angelo Ficarra


 

PERSONAGGI ILLUSTRI

MONS. ANGELO FICARRA

Giuseppe Alfano

PROFILO DI MONS. ANGELO FICARRA

Sua Eccellenza Monsignor Angelo Ficarra aveva sin dal Liceo del Seminario ben assimilate 1’assioma scolastico «Nihil volitum nisi praecognitum – Niente si vuole se non si conosce», se ancora vice parroco a Ribera aveva raccolto in un manoscritto le sue esperienze sulle superstizioni in Sicilia, non per svelare abusi religiosi, ma per prepararsi ad estirparle imponendosi, come programma per il suo future apostolato, 1’istruzione religiosa col catechismo di Pio X.Arciprete di Canicattì dal 13 luglio 1919 ed unico par­roco nella sua città natale, una delle sue più grandi preoccupazioni è stata quella di organizzare, con 1’aiuto dei sacerdoti e di tante anime buone, il catechismo in forma di vera scuola negli oratori festivi, nelle parrocchie, in tutte le chiese: una statistica minuziosa ha dimostrato che c’erano 3300 alunni in 16 classi.Da vescovo di Patti, a distanza di poco più di un anno dal suo ingresso in diocesi, ha indetto il Congresso Catechistico in forma solenne, con oratori di vaglia, tra cui S. Ecc. Mons. Giovanni Battista Peruzzo, vescovo di Agrigento e il giovane avvocato Bernardo Mattarella, allora dirigente dell’Azione Cattolica regionale.Nella prima lettera pastorale indirizzata al clero e al popolo della città e diocesi ed edita in Agrigento, Tipografia Vescovile, 1936, così si esprime:«Se non vogliamo assolvere un lavoro serio e profondo per 1’incremento della cultura religiosa, per 1’educazione e la restaurazione di tutta la società, è necessario dedicarsi all’istruzione dei fanciulli e dei giovani della nuova generazione, che sorge e porta con se i destini dell’avvenire. La Chiesa ne ha fatto obbligo tassativo a tutti i parroci e ai sacerdoti, che ne siano richiesti, ai genitori e agli educatori cristiani. Dio non voglia che si possa ripetere anche per qualcuno di noi 1’accorato lamento del profeta Geremia: Parvuli petierunt panem et non erat qui frangeret eis».Noi crediamo mai di abbassarci col farci piccoli; diamo ai pargoli innocenti fiori aulenti e candidi che aprono la loro co­rolla alla rugiada celeste e al bacio del sole divino, quel posto di privilegio e di predilezione che hanno avuto nel cuore del Maestro, e consoliamoci spesso con la graziosa osservazione del cancelliere Gersone, che diceva: Quos Deus non damnavit ad inferos, damnavit ad pueros.Pensiamo che sulla base granitica del catechismo San Carlo Borromeo ha fondata la floridezza spirituale della sua vasta archidiocesi e apriamo il nostro cuore alla visione consolante di un avvenire migliore.Così speriamo che la religiosità del popolo nostro non poggi soltanto sulle consuetudini tradizionali, sulle basi instabili e fluttuanti del sentimento, ma fecondata dalla grazia e nutrita di pensieri cristiani, si consolidi sempre più nella pratica di tutte le virtù e sia in grado di resistere a tutte le tempeste».Sullo stesso argomento ritorna nella Lettera Pastorale della Quaresima 1950, Per l’awento del regno di Dio: Cap. I — II Regno di Dio e i Piccoli — a) II catechismo e la scienza piu importante, b) II catechismo e un segreto di vita per tutte le parrocchie, c) II catechismo e 1’aposto-lato piu santo e meritorio.La Lettera Pastorale del 1951, Educhiamo i fanciulli e i giovani e prepariamo l’avvenire, è tutta imperniata sull’istruzione religiosa: 1) II nostro ideale nel campo educati­ve, 2) Gli educatori, 3) Educhiamo in ogni parrocchia:a) Asili infantili, b) Scuola di catechismo, c) L’oratorio festivo, d) Associazioni di Gioventù Cattolica.Anche nella Lettera Pastorale del 1953, Le opere parrocchiali, il primo capitolo e dedicate al catechismo.II canto del cigno della sua opera evangelica e la Lettera Pastorale della Quaresima 1955, La scuola di Catecbismo. Se è vero quanto asseriva recentemente un sacerdote polacco in una intervista televisiva, cioeè che oggi la pastorale in Polonia è basata sul catechismo di Pio X, ce dato di constatare, senza timore di essere smentiti, che Mons. Ficarra è stato un precursore come Giovanni Battista, ma sempre «vox clamantis in deserto». II catechismo è il leit-motiv della sua vita sacerdotale prima, episcopale poi.Anche l’Azione Cattolica sempre leva sulla cultura religiosa, come testimonia una lettera della Presidenza della Gioventù Maschile, a lui indirizzata da Roma in data agosto 1940:
Eccellenza Reverendissima, e con particolare gioia che ci facciamo dovere di portare a conoscenza dell’Ecc. Vostra i brillanti risultati conseguiti nelle Gare nazionali di cultura religiosa e di canto sacro, promosse anche quest’anno dalla Presidenza Centrale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, da parte dei giovani della Diocesi affidata alle paterne cure dell’Ecc. Vostra: Primo premio alla sezione Effettivi dell’associazione parrocchiale S. Giovanni Bosco di S. Agata Militello, Gagliardetto alla sezione Aspiranti dell’associazione parrocchiale «G. Borsi» di S. Stefano di Camastra per la Gara di cultura religiosa.Siamo certi che questa notizia riuscirà di consolazione all’E. V., come tutto ciò che e frutto d’impegno, di costanza e spesso di sacrifici non lievi da parte dei giovani».
Il contenuto di questa lettera si è ripetuto ancora per molti anni, dopo i quali si è dovuto cedere il gagliardetto ad altre diocesi per il principio, sempre ricorrente, della rotazione.Eppure non ebbe il «baculus senectutis» (bastone della vecchiaia) che la liturgia assegna ai religiosi ultrasettantenni, nè la corona di cui la stessa liturgia parla o meglio non ebbe la corona che i pagani nelle feste panelleniche assegnavano al vincitore del pallone o del braccio, ma ebbe quella di cui S. Paolo parla nella lettera ai Corinti, non la corona per le vittorie del piede o della mano, ma la corona di gloria perchè il «bonus miles Christi» seppe sopportare il calvario e portare la croce nonostante la sua opera immensa di bene.Questa diuturna immolazione della sua vita, sopportata con cristiana rassegnazione, silenziosa e convinta, e il vero ed autentico titolo che lo tramanda e raccomanda alla storia. La sua vita fu fatta regola vivente, scandita su un ritmo di ordine mirabile e di lavoro intense; la sua povertà fu innalzata a ideale eroico di spogliamento e di distacco, senza, per questo, nulla di gretto e di angusto; la sua carità nascosta, segreta, silenziosa, in occasione della sua morte e esplosa nella riconoscenza dei poverelli assistiti, degli studenti sussidiati, delle vocazioni agevolate, di tutte le ferite lenite; 1’umiltà profonda gli faceva nascondere doni di natura e di grazia, di cui il Signore 1’aveva arricchito e gli faceva accettare dalla Sua mano divina con fortezza d’animo tutti gli avvenimenti della vita; la volontà fu tesa decisamente senza flessioni ed esitazioni verso tutte le forme di bene; 1’ansia per la salvezza delle anime gli ha fatto lasciare 1’insegnamento, per essere più vicino ad esse con il conforto della sua parola e della sua benedizione; lo slancio ap­passionato per le vocazioni lo portava a curare personalmente con una visione larga di uomini e di cose e con comprensione superiore di vita; la sua dottrina, che si era fatta luce, splendeva non attraverso le parole e le forme, ma in tutte le manifestazioni della sua personalità; la dolcezza in tutti i suoi atti di governo richiamava il «meminerint Episcopi se esse non percussores sed pastores* (dal Concilio di Trento).Aveva la consapevolezza del monito evangelico che il discepolo non è più del maestro e se il sacerdote e disce­polo di Gesù non può pretendere dal mondo un trattamento migliore di quello che il Maestro ebbe.«Vincitore e vittima davanti a Dio, vincitore proprio perchè è vittima: sacerdote e sacrificio, sacerdote proprio perchè sacrificio» (S. Agostino, Le confessioni).«Umile in tanta gloria» mai penso a far carriera universitaria o ecclesiastica. Nel maggio 1919 la supercommissione istituita per le celebrazioni centenarie di San Girolamo, tramite il presidente, cardinale Federico Tedeschini, gli fece pervenire una lettera con cui lo si invitava a comporre uri Antologia Geronimiana, «lire mille per le spese, la ricompensa morale verrà dopo». Non passarono molti mesi e 1’arciprete Angelo Ficarra fu richiesto dal Vaticano per andare a coprire la carica di Vice Segretario della Segreteria ai Principi e Mons. Lagumina, vescovo di Agrigento, senza far sapere nulla all’interessato, rispose: «Vi prego, lasciatemelo stare, perchè non saprei come sostituirlo». Intanto il professor Giri dell’Università «La Sapienza» di Roma faceva argomento per il 1920: «La figura e le opere di S. Girolamo».A distanza di circa 60 anni il professor Cipriani, docente di Sociologia della stessa Università, ha preso 1’iniziativa di pubblicare «neque amore et sine odio», «sine ira et studio » (inizio delle due opere maggiori di Tacito), un manoscritto inedito dell’allora sacerdote Ficarra, il quale spesso aveva manifestato il desiderio di pubblicarlo, dopo averlo sempre portato con se in qualunque spostamento. Le possibilità finanziarie non permisero all’autore di mandarlo alle stampe.Se è lecito «parvis componere magna» (Virgilio I Eglo-ga v. 23), nel 1914, anno della laurea del sacerdote Ficarra, moriva in miseria Charles Santers Roice, senza potere pubblicare per assoluta mancanza di mezzi finanziari nemmeno il suo trattato di logica (The Grand Logic) — ricco di tensioni per la verità — che avrebbe dato alla ricerca speculativa uno sviluppo diverse dai giochini intellettualistici, mascherati da sforzo di pensiero.Corsi e ricorsi storici di G. B. Vico o disegni misteriosi della Divina Provvidenza?Un incidente di percorso colse Ficarra nel cammino luminoso del suo apostolato, ma, non gli impedì di continuare la sua attività evangelica irrorata dalla preghiera sempre più fervente e dalla completa sottomissione alla volonta di Dio: «Non mea sed tua fiat voluntas». E visse sempre aspettando il trionfo della giustizia e della verità.Fu questo il periodo in cui si ebbe chiara la visione delle altezze spirituali raggiunte, perchè dimentico delle cose materiali, aspirava soltanto a quelle celesti: «Quae sursum sunt quaerite, quae sursum sunt sapite, non quae super terram» (S. Paolo, Ad Colossenses, Cap. Ill, v. 1-3).Promosso Arcivescovo di Leontopoli, antichissima Archidiocesi che non aveva più bisogno della catechesi, ufficialmente ebbe comunicata la notizia della sua promozione con ritardo da S. E. Mons. Bentivoglio, arcivescovo di Catania, pellegrino in Palestina per tutto il mese di agosto 1957.Non si scompose, non penso a eventuali festeggiamenti a Patti, dove non ritorno più «per non turbare (sono sue parole) 1’apostolato del successore» e visse ritirato in una umile casa, già da tempo presa in affitto dal fratello, medico in pensione.«Esule in patria», usciva una volta al giorno, alla stessa ora come Kant, per la celebrazione della Santa Messa, ripetendo per circa settecento giorni la stessa predica di San Francesco e Frate Masseo, di cui parlano I Fioretti dell’anonimo autore.«Bevve fino all’ultima goccia 1’amaro calice che il Signore gli offrì finchè Cristo Crocifisso non gli disse: «Sufficit. Hodie mecum eris in Paradise». Era il pomeriggio del 1 giugno 1959, festa di S. Angela Merice, fondatrice delle Orsoline, di cui ebbe sempre cura, proponendosi di ricondurle alla prima forma di vita semplice, fervorosa, apostolica.Prima ancora che Patti dedichi a S. Ecc. Mons. Ficarra un monumento di pietra o di bronzo in una piazza cittadina, egli ha ottenuto un monumento diverso, non previsto da un piano urbanistico, ma appunto per questo garantito persino dai pericoli dei terremoti e dei bombardamenti perchè fatto di pensieri e di affetti, costruito dal popolo nel fondo del proprio cuore.«Corrispondenza d’amorosi sensi», tra questo popolo e il pastore buono, che aveva scelto come stemma del suo episcopate due cuori e due fiamme, uniti nell’ineffabile motto: «Cor unum in Christo», offerta del proprio cuore e richiesta del cuore dei fedeli della diocesi pattese per fame un cuore solo nell’amore di Gesù Cristo.A lui si possono applicare le parole dell’Ecclesiastico: «Quasi sol refulgens, sic effulsit in templo Dei» (L, 7). L’arcivescovo Ficarra col suo atteggiamento soavemente austero, con la semplicità della sua parola evangelica, con quella unzione propria delle anime di Dio, col candore immacolato dei suoi costumi, anche oggi edifica, commuove, santifica. Egli è perennemente presente nella no­stalgia e nel ricordo di tutti, che, fatto cadere l’aggettivo dotto, lo chiamano il vescovo santo, cosi come i fiorentini ricordano Giorgio La Pira come il sindaco santo, dimenticando i suoi titoli accademici.La cittadinanza nel cuore degli altri è un privilegio divino. Questo vivere nel cuore degli altri, quest’arte di convincere senza stravincere è stato sempre il carisma che ha distinto la personalità dell’arcivescovo Ficarra. Lo so che ci può essere una gloria più rumorosa e gazzettiera di questa, ma nessuna che possa riuscire ad esserne più nobile e più pura.

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