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Pirandello e quei rapporti con Vaticano, cremazione e fede | La Stampa

Pubblicato il 24/06/2017 – Ultima modifica il 24/06/2017 alle ore 12:23
MARCO RONCALLI – ROMA

Un ricordo a 150 anni dalla nascita dello scrittore

Ricordare Luigi Pirandello a centocinquant’anni dalla nascita, significa richiamare la storia di uno scrittore tutta vissuta tra l’infinito che c’è dentro di noi e le barriere della condizione materiale umana; la splendente favilla solitaria dentro gli uomini e fuori, solo buio; il desiderio di una libertà senza confini terrestri e il disprezzo completo per il corpo. «Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui», aveva scritto sul foglietto trovato il giorno della morte il 10 dicembre 1936. Ma passarono anni e peripezie degne della sua penna prima che fosse esaudito; prima che, come cenere, tornasse là, ad Agrigento, dov’era nato il 28 giugno 1867 nella contrada detta Caos da Stefano e Caterina Ricci Gramitto, rifugiatisi lì durante un’epidemia di colera.

Complici i mille eventi che accompagnano l’anniversario, torna in questi giorni insieme al dibattito sulla sua opera – specchio di un autore che arriva a sostenere l’impossibilità umana di discernere il vero dal falso – anche quello sulla sua religiosità che ha diviso la critica mai approdata a giudizi univoci, con l’immagine ora di un Pirandello laicissimo, agnostico, ateo, indifferente, ora religioso, credente, cattolico. Forse la verità è che ci troviamo innanzi a un vero erede della cultura giudeo-cristiana, portata dentro per larga parte della vita. Si pensi ai riferimenti e alle citazioni dalla Bibbia che costellano il corpus dei suoi testi, alle trasfigurazioni di passi della Scrittura che gli consentono di creare personaggi archetipi o dare dimensioni universali a episodi minori, come pure all’«attività creatrice dell’artista esercitata a vantaggio dell’individuo e dell’umanità, paragonata all’attività liberatrice e salvifica di Cristo», per dirla con Franco Zangrilli nel suo «Pirandello. Le maschere del “Vecchio Dio”» pubblicato dalle Edizioni Messaggero di Padova nel 2002. Così come abbiamo davanti un’opera dove la religione viene osservata attraverso le parole e le azioni dei suoi personaggi, nelle loro convinzioni, certezze, dubbi. Dove la religione non appare mai rifiutata in sé, ma nella condotta di chi non ne rispetta una pratica sincera, pur restando Pirandello lontano dalla condivisione di qualsiasi verità assoluta. E poi, sì, come aveva ben capito Umberto Artioli, c’è il Pirandello da interpellare in chiave allegorica, che affrontato in questo modo «mette in luce un senso ulteriore», facendoci capire che il vero motore dell’opera pirandelliana sta «nel contrasto tra i fantasmi dell’immaginario cristiano e lo “squallore” della modernità» (così nelle pagine di Pirandello allegorico, edito da Laterza nel 2001) . E c’è il rapporto con la Chiesa, che non passa solo attraverso i ritratti di tanti suoi uomini spesso avidi e ipocriti, ma pure uomini veri con cui Pirandello si è raffrontato e l’hano stimato. E ci sono persino episodi della sua vita dove è approdato in Vaticano per i motivi più disparati.

Così Elio Providenti, curatore dell’epistolario giovanile pirandelliano (pubblicato da Bulzoni), ha rintracciato lettere di Pirandello ai familiari, prova dei tentativi fatti nel 1918 per liberare il figlio ufficiale internato in Boemia e sofferente, con il coinvolgimento della Segreteria di Stato vaticana allora guidata dal cardinal Pietro Gasparri. ’«Sto tentando col Vaticano uno scambio ad personam, ma è molto difficile’», scriveva Pirandello al padre. Gasparri, che aveva ricevuto Pirandello promettendogli di sottoporre la questione a Benedetto XV, lo riconvocò in ottobre per dirgli che gli austriaci avevano chiesto uno «scambio oneroso» per la liberazione vista la fama del padre: tre generali nelle mani degli italiani. Uno scambio ritenuto «assurdo» che Pirandello rifiutò sapendo di interpretare anche il volere del figlio: «Le pratiche del Vaticano sono fallite. Ma speriamo ormai di riavere Stefano presto con l’armistizio».

Siamo nell’estate ’34 e Pirandello si trova ancora a che fare con il Vaticano. Gira voce che l’ormai celebre drammaturgo e romanziere sia per finire all’«Indice». Le minacce tuonanti dalle pagine di ’Civiltà Cattolica non fanno presagire nulla di buono. Lo scrittore rischia forse più per i ritratti dei preti e religiosi che non escono tanto bene dalle sue novelle (egoisti, avidi, ipocriti…) che per il suo nichilismo duro o il relativismo estremo. Così per scongiurare la cosa, Silvio D’Amico, presidente dell’Accademia di Arte drammatica, prega monsignor Giovanni Battista Montini, allora in Segreteria di Stato vaticana. Gli scrive il 15 giugno e viene subito tranquillizzato dal Prelato: «Non ho tardato ad occuparmi dell’oggetto della Sua lettera e La posso assicurare ch’essa è stata portata alla conoscenza, con i commenti del caso, ad autorevoli persone del Sant’ Offizio, e ho ragione di pensare ch’essa abbia portato loro con soddisfazione preziosi elementi di conoscenza e di riflessione…». Così i libri di Pirandello, grazie al futuro Paolo VI e a difensori «avveduti e pacati», non entrano tra quelli proibiti e il Vaticano evita di condannare chi pochi mesi dopo viene insignito del Nobel per la letteratura. Con soddisfazione dell’autore, dichiarata in più d’una intervista.

Ed è sempre in questo 1934 che Pirandello conosce il «prete romano» don Giuseppe De Luca, sorta di cappellano degli scrittori «in partibus infidelium», allora consulente della Morcelliana di Brescia, ma che già rincorre il suo sogno di un’editoria di erudizione oltre a una storia della pietà. L’incontro avviene a casa del drammaturgo a fine ottobre ’34. Se ne ha conferma da schegge epistolari e dalla testimonianza di don Massimo Alvaro, fratello dello scrittore Corrado: «Ricordo bene quella sera in casa di Luigi Pirandello a Roma, insieme a mio fratello, mio padre e Bontempelli. Venne l’autista dello scrittore siciliano a prenderci alla stazione. Don Giuseppe parlava, parlava e io mi chiedevo come mai un personaggio celebre come Pirandello non aprisse quasi mai bocca. Quello che teneva banco era proprio De Luca». E pochi giorni dopo, l’11 novembre, don Giuseppe, scrivendo al Fausto Minelli, l’editore della Morcelliana, lancia l’idea di un profilo per l’editrice cattolica dedicato al drammaturgo: «Su Pirandello perché non fare un medaglione?» e indica come autore D’Amico. «Ottima l’idea […], provati e sappimi dire» risponde Minelli il 14 novembre. La storia andrà avanti fra tentennamenti e rassicurazioni. «Caro Minelli […]; D’Amico interrogato e premuto si schermisce: per molte ragioni. Ma le ragioni che dice non sono le vere: anzi l’unica vera, cattolico, dovrebbe su Pirandello far riserve forti: ora Pirandello è suo grande elettore all’Accademia… (Resti a noi)…», così il 10 dicembre. Mentre a fine mese, il 28, torna a rassicurare l’editore: «Ha deciso Pirandello in persona a farsi “ritrarre” da D’Amico, il quale nicchia ma finirà per cedere», così De Luca il 28 dicembre che nel frattempo riceve una lettera significativa da Pirandello: «Sono lieto di essermi incontrato con lei […] Io ho una fede in Dio, non so se vera per lei prete, ma fermissima, alla quale ho dovuto obbedire, offrire dolorose rinunzie. E ho lottato sempre, non per me. La pace? Non posso fare a meno di desiderarla anch’io: ma poi non riesco ad accettarla, caro don De Luca! La bontà è un’altra cosa, e qui cerco di fare tutto quello che posso, sapendo tutto quello che si potrebbe fare se fosse dato di dimenticarsi di se stessi: e allora è niente!».

Poi una svolta. Il 24 ottobre ’35 è De Luca a impegnarsi in prima persona scrivendo a Minelli di un libro da fare con Pirandello a quattro mani, o con materiale nuovo da lui raccolto o trascritto. Ha già un titolo pretenzioso: «Colloqui con Pirandello, su Dio (“li raccoglierei, se è il caso io stesso”)…», gli scrive. E ancora è don Giuseppe che confida a Minelli il 3 novembre ’35: «Porterò Pirandello alla Sistina, e chiederò anche a lui che mi risponda a tre questionari che studierò con lui […]. Sto fissando il giorno […]». Da Roma il Prete rassicura l’amico bresciano e scrive che il progetto va avanti. Passa il tempo e Minelli incalza sugli attesi «Colloqui»: «Ma li scrivi poi?»: così il 14 luglio ’36 ; e ancora: «E al tuo Pirandello non ci pensi più?», così l’ 8 dicembre ’36. Pirandello muoredue giorni dopo e De Luca prega innanzi alla salma. Ricorderà: «Fui chiamato a casa Pirandello, appena furon certi che era spirato […] Rimasi due o tre ore, in casa, e fui dei primi; pregai coi figli Stefano e Fausto sulla salma, pregai sa solo e prego. Ma le ultime volontà che lei avrà conosciuto integralmente, erano atroci. Empedocle o un italiota prima di Socrate non sarebbe morto diversamente». Dei «Colloqui» non se ne fece più nulla; a Minelli che gli chiede di tornare su Pirandello don Giuseppe il 19 dicembre risponde: «Avrei dovuto parlare ancora, per scrivere i Colloqui […] e ora è morto», ma già quattro giorni prima gli ha confidato: «Ricordati che Pirandello s’è fatto cremare, ed è morto senza nessun segno cristiano».

Piuttosto sorgono parecchie difficoltà dalle disposizioni testamentarie ed è ancora Montini, amico di De Luca, a mediare sul problematico trasferimento delle ceneri dal Verano di Roma (dove restarono undici anni dal ’36 al ’47) ad Agrigento. Lo fa con suggerimenti a evitare polemiche nuove. Lo sappiamo anche grazie al ritrovamento di una lettera destinata al vescovo di Agrigento: che Enzo Lauretta a lungo energico presidente del «Centro nazionale di studi pirandelliani», fece conoscere già nel 1994. Una lettera datata 3 maggio ’39, alla vigilia della seconda guerra mondiale che farà rimandare tutto a dopo, nella quale si sottolinea il carattere non ostile al cattolicesimo dell’opera dello scrittore.

mons-giovanni-battista-peruzzoScrive Montini a monsignor Giovanni Battista Peruzzo: «È stato portato a conoscenza di questa Segreteria di Stato che, tra non molto, la città di Agrigento tributerà solenni onoranze funebri a Luigi Pirandello, e come non possano, senza scandalo dei fedeli, essere escluse, in tale circostanza, le cerimonie religiose. A Vostra Eccellenza è nota la vita e le opere letterarie del celebre scrittore, e come negli ultimi anni di sua esistenza il Pirandello siasi mostrato non avverso alla religione. […] D’altra parte il testamento risaliva anteriore di ben un trentennio al tempo delle sue mutate condizioni di spirito. Ciò posto, e qualora veramente cotesta buona popolazione riportasse scandalo dalla mancanza di qualsiasi suffragio cristiano in siffatte onoranze, V. E. potrà permettere, purché ridotta al minimo, la manifestazione religiosa. Questa poi dovrà essere subordinata all’assicurazione che le ceneri dello scrittore siano composte in una cassa funebre, come si usa per ogni salma, e che la notizia dell’avvenuta cremazione sia tenuta nascosta. Ella non mancherà inoltre di fare sapere a cotesti fedeli, nel modo più adatto allo scopo, che le condizioni spirituali del loro illustre concittadino, al tramonto della vita, non furono avverse alla Religione, ma piuttosto favorevoli….».

Sarebbero passati altri anni dall’applicazione di queste istruzioni. Siamo in un momento in cui l’etica pubblica non si discosta da quella ecclesiastica. L’assenza di una cerimonia religiosa, sarebbe stata recepita dalla popolazione come un’offesa: ma Montini è pure ben convinto dell’evoluzione del pensiero di Pirandello.

Da ricordare ancora – anni fa – la scoperta nella Biblioteca vaticana di una «Divina Commedia» chiosata da Pirandello (soprattutto sul «Paradiso») quand’era professore d’Italiano a Roma: un dono a Paolo VI degli eredi di Pirandello (si è detto sollecitato dal segretario don Macchi) come ringraziamento per tante attenzioni. Documento del legame fra il Papa del moderno e lo scrittore che aveva fede in un probabile «Oltre». Uno scrittore la cui religiosità, si è detto, continua a far riflettere. Anche ieri lo ha fatto, con un denso articolo, Roberto Righetto su L’Osservatore Romano, pur osservando che «sarebbe davvero eccessivo attribuire una spiritualità cristiana al grande drammaturgo» (come aveva fatto Pietro Mignosi in un libro del 1935 – «Il segreto di Pirandello» – ravvedendo negli scritti del grande siciliano una chiara «impalcatura religiosa», «un Dio vivo e vero, che è uomo perché Dio, e Dio perché uomo». «Il divario fra la Weltanschauung di Pirandello e la fede cristiana è stato invece evidenziato dalla quasi totalità della critica letteraria cattolica», continua Righetto in questo suo pezzo elencando Divo Barsotti («la religione di Pirandello è tutta qui: la solitudine infinita dell’uomo senza Dio»); Papini («Nel furor distruttivo trovava il suo estro creativo, nell’eracliteo fluire dell’essere il suo punto d’appoggio, nella disperazione una specie di severo conforto. Non fu dunque cristiano»); il gesuita Ferdinando Castelli (che inserì Pirandello nella categoria dei «cavalieri del nulla»); il filosofo Adriano Tilgher per il quale Pirandello era «forse lo scrittore più nettamente irreligioso d’Italia») e via dicendo, sino al cardinale Giovanni Colombo che nel libro «Aspetti religiosi nella letteratura contemporanea» del 1937 dedicò un intero capitolo all’opera dell’agrigentino definendolo «lo straziato poeta del soggettivismo e della relatività». Forse davvero il dramma «Lazzaro» rappresenta al meglio il suo credo: lotta al dogmatismo e riconoscimento al solo valore della carità. Come scrisse lui stesso: «Cristo è charitas, amore. Solo dall’amore che comprende, e sa tenere il giusto mezzo fra ordine e anarchia, fra forma e vita, è risolto il conflitto». L’elenco di quanti si sono misurati su «Pirandello e la fede» – per esempio nel grande convegno ad Agrigento – potrebbe continuare con Emanuele Severino e Pierangelo Sequeri, Carlo Sini e Giovanni Reale, Roberto Tessari ed Enrico dal Covolo. E negli atti di quell’incontro – pubblicati del 2000 dalle Edizioni del Centro nazionale Studi Pirandelliani, c’ è parecchio altro materiale su cui continuare a riflettere.

Chissà cosa ne pensa papa Francesco che quando insegnava Letteratura e Psicologia a 27 anni nel Collegio dell’Immacolata di Santa Fe, aveva fatto lavorare i suoi allievi su Pirandello in un allestimento dei «Sei personaggi in cerca d’autore» (e l’alunno che aveva interpretato il padre, Yayo Grassi, oggi continua a lavorare con successo per il teatro a Washington). Tre anni fa, il 14 gennaio, dopo la Messa di Santa Marta, alcuni membri della Facoltà teologica di Sicilia che gli avevano portato in dono il «Dizionario enciclopedico dei teologi e dei pensatori di Sicilia. Secc. XIX e XX», sei volumi curati da Francesco Armetta editi da Sciascia), si sono sentiti chiedere dal Pontefice «Ma Pirandello è stato inserito nel Dizionario?» (così riferiva il settimanale cattolico agrigentino L’Amico del popolo).

«Teologo» e «pensatore», Pirandello lo è stato esplorando le pieghe dell’animo umano e interrogandosi sempre intorno a quello che attende l’anima oltre gli «orli della vita». Ricordava ancora il compianto Enzo Lauretta che nei «Quaderni di Serafino Gubbio operatore» Pirandello riprende a domandarsi dove andremo dopo che il lanternino sarà spento, «dopo il giorno fumoso della nostra illusione» («L’umorismo») e si limita a chiedersi se non andremo verso altri «orrori» oppure non migreremo piuttosto «verso altre misteriose illusioni?» («Non si sa come»). E continuava: «Rimane l’angoscia della domanda, non c’è la fede che avrebbe trasformato il dolore nella gioia. Eppure quanta vitalità in quella favilla, in quel lanternino, in quella dura condanna alle materialità, alle terrestrità, in quella mitica corsa verso la tangenziale dell’evasione, verso la liberazione. In questa dialettica dell’Oltre è tutto il respiro possente e vitale dell’opera pirandelliana».

Sorgente: Pirandello e quei rapporti con Vaticano, cremazione e fede – La Stampa

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