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Don Giuseppe Rizzo, un prete fuori dalla sacrestia | Siciliainformazioni

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Da  REDAZIONE  – 27 maggio 2012

don-giuseppe-rizzoDon Giuseppe Rizzo, sacerdote di Alcamo del quale lo scorso 17 aprile ricorreva il centenario della morte, è una fra le figure più significative di quei preti sociali che, seguendo l’indirizzo indicato dall’enciclica Rerum novarum di Leone XIII, fra la fine dell’ottocento e i primi del novecento, pur tenendo salda la propria identità sacerdotale, si sono direttamente misurati con i gravissimi problemi della società siciliana, offrendo alla stessa soluzioni originali. La Sicilia di quegli anni è una terra sconfitta, ferita dalla spropositata repressione crispina che spazzò via la rivoluzionaria e innovativa esperienza del Movimento dei Fasci Siciliani dei Lavoratori; una terra preda delle prevaricazioni e dell’arroganza di ceti parassitari che godevano di ampie coperture governative e che non disdegnavano la complicità e perfino l’appoggio di organizzazioni mafiose. Rassegnazione e paura erano, dunque, i sentimenti che circolavano nei ceti subalterni.

I guai della Sicilia, riconosceva Vilfredo Pareto, hanno in gran parte origine dall’opera di leghe di uomini malvagi, che sono protetti e sostenuti dal governo.”

Il movimento socialista, le cui idee e le cui iniziative avevano cominciato a segnare la vita politica isolana offrendo speranze di riscatto, dopo la repressione dei Fasci era stato infatti costretto ad arretrare per sfuggire all’occhiuta attenzione dello Stato di polizia instaurato dal governo centrale. In questo clima soffocante, caratterizzato soprattutto dalla assenza di giustizia sociale, il Movimento cattolico fece i suoi primi passi nell’isola ritagliandosi uno spazio importante di azione sociale. Furono soprattutto alcuni sacerdoti che, legittimati dal grido “il prete fuori dalla sacrestia”, si fecero carico di entrare nel conflitto sociale e di denunciare, come fece il vescovo Giovanni Gerbino, che “nel capitale [si verificavano] non pochi abusi a danno del lavoro, come lo sarebbero stati le mercedi insufficienti e i contratti di fame, gli affitti esosi, che non possono essere pagati, le mezzadrie ingiuste, le abominevoli usure.”.

Quel Movimento cattolico, nato come acutamente sostiene Francesco Renda, anche per cercare di riguadagnare il proletariato alla Chiesa, divenne presto e per merito di sacerdoti come, appunto, don Giuseppe Rizzo, lo strumento sul quale mondo operaio e contadino avrebbero, in qualche misura, potuto contare per difendersi dalla prepotenza e dalle sopraffazioni dei padroni e dei mafiosi.

Il parroco – aveva affermato papa Leone XIII ricevendo Leon Harmel il promotore del cattolicesimo sociale francese – deve essere l’amico e il consigliere del popolo anche nei suoi interessi terreni” e per questo motivo “non deve limitarsi ad essere il ministro del culto o il guardiano della fede.

Un invito che, anche in Sicilia, fu prontamente raccolto e fatto proprio da un piccolo ma motivato drappello di cosiddetti preti sociali. Le iniziative da loro promosse, che andavano al di là della tradizionale attività caritativa, furono numerose e di notevole impatto sociale, ma il maggiore successo lo colsero con la creazione di istituzioni creditizie disponibili ad erogare soprattutto credito agrario. In quegli anni, proprio l’accesso al credito costituiva infatti il grande problema del contadino siciliano che, in assenza di istituzioni adeguate era costretto a ricorrere al cosiddetto soccorso – una forma arcaica di anticipazione che proprietari o gabelloti facevano ai contadini, assicurandosi interessi su base annua fino al 50% – o, nel caso estremo, e tuttavia piuttosto frequente, all’usura che, lo scriveva Sidney Sonnino, era “il roditore della società siciliana … che rende impossibile al contadino siciliano ogni risparmio, ogni miglioramento della sua sorte”.

La realizzazione di una rete di Casse rurali, che offrivano il piccolo credito agrario, infatti ebbe un impatto sociale notevole ridando fiducia e speranza al lavoratore liberato dalle grinfie degli strozzini. Anche don Rizzo, come già don Sturzo si fece promotore di istituzioni creditizie. Il suo capolavoro, fu la fondazione, nell’ottobre del 1902, della Cassa rurale “l’Assunta”, oggi  Banca di credito cooperativo “Don Rizzo, un’istituzione che avrebbe avuto un impatto sociale notevole e che sarebbe cresciuta nel tempo prolungando la sua storia fino ai nostri giorni.

Don Giuseppe Rizzo, la cui esperienza fu, in qualche modo, parallela a quella del prete di Calatino – fu amministratore comunale e prosindaco di Alcamo eletto a furor di popolo – spiegò inoltre il suo impegno per moralizzare la vita amministrativa locale, in quel tempo era in mano a notabili, sostenuti dalla mafia, che ne disponevano come “cosa privata”. Le sue iniziative, in qualche modo, rivoluzionarie, suscitarono spesso la reazione delle cricche locali che invidiose del favore popolare,  più volte, tentarono di metterlo in cattiva luce con i suoi superiori di curia e, servendosi di compiacenti funzionari governativi, riuscirono perfino a farlo arrestare con l’accusa, poi dimostratasi infondata, di essere stato fomentatore di disordini popolari che mettevano a repentaglio l’ordine pubblico.

don-giuseppe-rizzoLa figura di don Giuseppe Rizzo, morto ad appena 48 anni, ancor oggi, a cent’anni dalla morte, un riferimento forte ed un esempio da proporre a chi crede in una Sicilia diversa capace, al di là dei soliti piagnistei e delle tradizionali recriminazioni, di costruire un percorso autonomo di riscatto per costruire un futuro certo per le proprie genti.

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