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Contro i ladri di speranza | La Stampa

Don-Massimo-Naro

Pubblicato il 12/01/2017 – Ultima modifica il 12/01/2017 alle ore 09:09
GIOVANNI CHIFARI

Foto LaPresse – Stefano Costantino 05/01/2017 Città del Vaticano (VAT) Cronaca Papa Francesco durante l’Udienza ai fedeli delle zone terremotate del Centro Italia in Aula Paolo VI, Città del Vaticano, Vaticano. Nella foto: Papa Francesco Photo LaPresse – Stefano Costantino 05/01/2017 Vatican City (VAT) News Pope Francis during the Audience to the faithful of the earthquake-stricken areas of Central Italy in Paul VI Hall in Vatican City, Vatican. In the pic: Pope Francis

Come la Chiesa resiste alle mafie. Lo studio del professor Massimo Naro, Contro i ladri di speranza*, inserito nella collana Lampi di Gemme delle edizioni dehoniane di Bologna, presenta in modo agile e incisivo un excursus ragionato sul magistero pontificio ed episcopale, individuato dall’autore come la «cifra sintetica della resistenza ecclesiale alle mafie nel Meridione d’Italia»don-massimo-naro

Il volume non perdendo di vista la «complessità del fenomeno mafioso» si fa carico d’interpretare la «complessità ecclesiale», mostrando la vacuità di quei luoghi comuni o di quelle facili schematizzazioni che vogliono la Chiesa rinchiusa in un silenzio compiacente o nell’indolenza. L’autore spiega bene che in realtà le cose non sono andate così. Anzi, se c’è una complessità da dirimere o se ci sono nodi da sciogliere, essi riguardano «la circolarità tra magistero, prassi pastorale e vissuto credente» che per Naro va incrementata e in un certo modo riorientata a quel «collante di un’unica, condivisa, ispirazione evangelica» (p. 18).

Il magistero, osserva il sacerdote nisseno, non va letto soltanto mediante «la pluralità di interventi e di pronunciamenti», ma anche a partire dal suo valore performativo, dal «timbro relazionale» di «gesti e di azioni» (p. 19), come quelli compiuti da papa Francesco nel suo viaggio a Lampedusa, come anche il parlare a braccio o «le aggiunte fuori testo».

In questa luce gli interventi magisteriali divengono «catechesi itineranti», che possiedono un «tenore contestuale», «un plusvalore», poiché, chiarisce Naro, «non sono rivolte da un centro a delle periferie» ma «sono espresse a partire da quelle periferie, dal di dentro di quei ben precisi e specifici contesti ecclesiali e sociali», e quindi risuonano «non come delle esortazioni destinate al Sud-Italia, bensì come degli appelli che si alzano dal Sud-Italia per interpellare l’intero Paese» (p. 21).

Naro coglie un aspetto forse fin qui non necessariamente attenzionato da giornalisti, in specie vaticanisti, e teologi,  e cioè la connessione esistente fra i pronunciamenti dei Papi e gli interventi dei vescovi. Il magistero episcopale, in materia di opposizione alle mafie, si è posto in questi anni come «l’eco prolungata» di quello dei papi, ma ancor più spesso ne ha costituito «la stessa premessa» (p. 29). Si registra dunque una circolarità tra «l’invito dei pontefici alla resistenza cristiana di fronte alle mafie e la dignitosa speranza di riscossa già custodita nei cuori dei loro interlocutori» (p. 32). Un esempio di sinodalità vissuta sul campo e non nelle dichiarazioni programmatiche, lettura di una visione sinfonica intraecclesiale che il testo trasmette.

Di grande interesse è anche l’analisi del “caso siciliano”. Naro spiega le ragioni di un effettivo e storicamente circoscritto «assordante silenzio della Chiesa», rileva un cambiamento di rotta con il Cardinal Ruffini che «rompe il silenzio» e tuttavia individua nei successivi abbondanti pronunciamenti, «di uomini di Chiesa e intellettuali cattolici», il vizio di fondo della mancanza di «un lessico peculiare ricco delle parole del vangelo e della tradizione cristiana» (p. 45) con il risultato che il discorso è apparso «più descrittivo che profetico». Il teologo inoltre prende le distanze da quegli autori che hanno indicato nel «fallimento dell’evangelizzazione nel Sud-Italia», nella «religiosità popolare» o nel «devozionismo», le cause dell’insorgere del fenomeno mafioso,  perché queste letture non hanno considerato le «risorse spirituali della pietà popolare», né la «storia di santità sociale fiorita tra Otto e Novecento» e neppure «il fenomeno del movimento cattolico, che ha disseminato una regione come la Sicilia di tanti “piccoli don Sturzo”» (p. 37). E allora la spiegazione più verosimile per il nostro autore è che la Chiesa «sia rimasta in silenzio perché si sentiva estranea e persino ostile al processo di unificazione, che con le leggi di soppressione gravi colpi aveva inferto al sistema ecclesiastico» (p. 41). Si è effettivamente registrato un antistatalismo dal quale la Chiesa siciliana «si desta e si smarca pubblicamente solo negli anni delle stragi e degli omicidi eccellenti, con dichiarazioni come quella che leggiamo finalmente in Educare alla legalità, nel 1991» (p. 42). Lessico peculiare che l’autore individua negli interventi magisteriali da Giovanni Paolo II a Francesco, ognuno secondo il suo stile. Per esempio tra le parole specifiche del linguaggio di Papa Francesco l’autore suggerisce: «asservimento al male, inferno, scomunica (intesa come rottura della comunione con Dio), idolatria del denaro, potere insanguinato, schiavitù, corruzione, responsabilità, compagnia di Cristo, mitezza, speranza, misericordia, adorazione e primato di Dio» (p. 47).

Il discorso cristiano sulle mafie non può rimanere dunque “solo sulla carta”, ma per Naro va tradotto «in un respiro pedagogico capace di far crescere generazioni nuove di credenti» (p. 50). Uno stile che proprio in Sicilia ha trovato una lucida e lungimirante applicazione nel breve ma intenso magistero episcopale a Monreale di Mons. Cataldo Naro, con un progetto educativo per adolescenti e giovani (p. 50).

La cultura mafiosa si vince dunque proponendo una nuova cultura, basata sul Vangelo, e sul piano tecnico, sottolinea l’autore, attraverso percorsi che individuino «una sistematica catechesi interattiva, il più possibile «pratica», per giungere a motivare e contagiare nuovi stili di vita, coerenti al vangelo», perché, come ha insegnato Padre Pino Puglisi «alla fin fine il silenzio da infrangere è quello dell’inerzia e del disimpegno, il linguaggio da parlare è quello dei fatti» (p. 52).

Profeti e martiri come don Puglisi hanno richiamato la centralità del Vangelo e in questa luce il ruolo decisivo della dignità umana, la stessa, che è stata approfondita al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze. L’analisi del teologo sistematico tratteggia bene il profilo di un umanesimo mediterraneo che può presentarsi come controproposta alla disumanità delle mafie, diffondendo il clima evangelico di «una fraternità senza riserve e parzialità» (p. 56), che, come disse Giovanni Paolo II ad Agrigento, è quella di essere «figli e figlie di Dio». Un tale umanesimo nasce dall’intreccio «fra il dirsi divino e la coscienza umana, fra la tenacia della fede e il vigore dell’ethos» (p. 58). E allora, passaggio cruciale, «scegliere l’uomo significa opporsi alle mafie» (p. 60). Naro spiega in che si tratta dell’opzione per «l’umano compiuto», «non ripiegato su di sé, non preoccupato solo di sé, ma aperto all’Altro e agli altri (p. 60).

Poi risale alle sorgenti di questo percorso, riandando al grido risuonato nella Valle dei Templi che ha aperto una strada. Come suggerisce anche la Scrittura, la Sapienza grida nelle strade e nelle piazze, voce che qualifica una resistenza cristiana che per sua natura è paradossale. Naro approfondisce le declinazioni della resistenza cristiana alla mafia, da Agrigento a Scampia, passando per la Piana di Sibari (p. 63) e delinea l’indole teologica e teologale di questa opposizione, attraverso un’intuizione che rielabora quanto offerto alle chiese dalla testimonianza dei martiri, e cioè che «la resistenza alle mafie è innanzitutto resa e consegna di sé a Dio» (p. 65).

L’appello alla conversione che la chiesa proclama, rileva Naro, «pur rivolto ai mafiosi, non può risultare credibile e perciò non può essere da loro recepito e accolto se non è testimonianza di conversione personale e comunitaria» (p. 65) e quindi «resistere alla mafia, anche in questo caso, vuol dire lottare innanzitutto contro i lati oscuri del diffuso sentire culturale «meridionale», contro il fatalismo, contro l’individualismo, contro il deficit di senso civico e comunitario, come l’ha chiamato Robert Putnam» (p. 68).

Si tratta di abbracciare «il cammino di resistenza segnalato da papa Bergoglio a Napoli» e quindi «scegliere la via della mitezza» (p. 70), espressione felice, quella del Pontefice, che riporta alla memoria delle chiese di Sicilia si il sorriso che don Puglisi rivolse al suo killer. Conclude Naro: «Il paradosso, tipico dell’esperienza cristiana, non può non appartenere anche alla resistenza ecclesiale di fronte alla  mafia. Essa è lotta, certamente, contro la disumanità delle mafie. Ma, nella misura in cui impegna a vivere la conversione e non soltanto a predicarla, è anche consegna di sé, disponibilità a offrirsi, ad arrendersi a Dio» (p. 70).

M. Naro, Contro il ladri di speranza. Come la Chiesa resiste alle mafie, EDB, Bologna 2016, euro 7,80.


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Descrizione
Dopo un lungo silenzio, alimentato da un sentimento di antistatalismo e da un ambiguo cristianesimo municipale impastoiato nelle parentele, la Chiesa ha iniziato ad affrontare il problema delle mafie solo negli anni delle stragi e degli omicidi eccellenti, come quelli di don Pino Puglisi, don Peppe Diana e Rosario Livatino. Tuttavia, il modo in cui l’ha fatto è stato condizionato dalla retorica «sicilianistica» e dall’appiattimento sul linguaggio tecnico dei magistrati, dei funzionari di Polizia e dei giornalisti. Ciò che è mancato è stato un lessico specifico, ricco delle parole del vangelo e della tradizione cristiana. E per questo, alla fine, il discorso è suonato più descrittivo che profetico. Oggi invece «serve un nuovo umanesimo mediterraneo alternativo alla disumanità mafiosa»

Sommario
I. Un problema ecclesiale.  II. Un magistero itinerante.  III. La necessità di un linguaggio peculiare.  IV. Un nuovo umanesimo mediterraneo.  V. La paradossale resistenza cristiana.

Note sull’autore
Massimo Naro è docente di Teologia sistematica nella Pontificia facoltà teologica di Sicilia (Palermo) e collabora a Ho Theológos, Filosofia e Teologia, Aisthema International Journal, Ricerche Teologiche, Laurentianum, Studium, Segno, Presbyteri, Rivista del Clero Italiano. Si occupa di tematiche connesse al rapporto fra la teologia e la spiritualità cristiana, la letteratura, l’arte, le religioni. Tra le sue pubblicazioni recenti: Sorprendersi dell’uomo. Domande radicali ed ermeneutica cristiana della letteratura (Cittadella 2012), La teologia delle religioni oltre l’istanza apologetica (Città Nuova 2013), Mi metto la mano sulla bocca. Echi sapienziali nella letteratura italiana contemporanea (Città Nuova 2014), Mario Sturzo educatore (Sciascia 2015).

Sorgente: Contro i ladri di speranza – La Stampa


Custonaci, si presenta il libro di Massimo Naro contro le mafie | tp24.it

18/05/2017 18:35:00

 

Venerdì 19 maggio alle 18, presso il Santuario Maria SS di Custonaci si presenta il libro di Massimo Naro “ Contro i ladri di speranza, come la Chiesa resiste alle mafie”

«Serve un nuovo umanesimo mediterraneo alternativo alla disumanità mafiosa».

Dopo un lungo silenzio, alimentato da un sentimento di antistatalismo e da un ambiguo cristianesimo municipale impastoiato nelle parentele, la Chiesa ha iniziato ad affrontare il problema delle mafie solo negli anni delle stragi e degli omicidi eccellenti, come quelli di don Pino Puglisi, don Peppe Diana e Rosario Livatino. Tuttavia, il modo in cui l’ha fatto è stato condizionato dalla retorica «sicilianistica» e dall’appiattimento sul linguaggio tecnico dei magistrati, dei funzionari di Polizia e dei giornalisti. Ciò che è mancato è stato un lessico specifico, ricco delle parole del vangelo e della tradizione cristiana. E per questo, alla fine, il discorso è suonato più descrittivo che profetico.

Don Massimo Naro è nato nel 1970, dal 1995 presbitero della diocesi di Caltanissetta, è direttore del Centro Studi Cammarata di San Cataldo dal 2004. Ha diretto la Scuola di formazione socio-politica della diocesi di Caltanissetta dal 1996 al 1998, periodo in cui è stato anche vice-rettore del Seminario Diocesano nisseno. In seguito è stato rettore del Seminario Diocesano di Caltanissetta, dal luglio 2003 all’ottobre 2009. Nella chiesa madrice di San Cataldo presta il suo servizio pastorale, complessivamente da più di tredici anni, come vicario parrocchiale. Ha studiato dapprima presso l’Istituto Teologico-Pastorale «Guttadauro» di Caltanissetta – affiliato alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia – e poi presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Dal 1998 al 2010 ha insegnato Teologia sistematica nella sede decentrata della Facoltà di Scienze della Formazione della LUMSA a Caltanissetta. Dal 1998 insegna Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo; insegna inoltre Teologia trinitaria e Escatologia presso l’Istituto Teologico-Pastorale «Guttadauro» di Caltanissetta. Collabora – come redattore o come autore – con riviste teologiche come Ho Theológos, Filosofia e Teologia, Aisthema International Journal, Ricerche Teologiche, Laurentianum, Studium, Segno, Presbyteri, Rivista del Clero Italiano e altre ancora. Si occupa di tematiche connesse al rapporto fra la teologia e la spiritualità cristiana, la letteratura, l’arte, le religioni. Molto numerose sono le sue pubblicazioni tra cui il testo Contro i ladri di speranza. Come la Chiesa resiste alle mafie (EDB 2016).

Sorgente: Custonaci, si presenta il libro di Massimo Naro contro le mafie


Marineo: al castello presentazione del libro di don Massimo Naro, “Contro i ladri di Speranza – Come la Chiesa resiste alle mafie” | Marineo Weblog

Posted by Giuseppe Taormina on 27 febbraio 2017

Sorgente: Marineo: al castello presentazione del libro di don Massimo Naro, “Contro i ladri di Speranza – Come la Chiesa resiste alle mafie” | Marineo Weblog


Teologia della resistenza alla mafia, in un libro ‘come la chiesa resiste alle mafie’ | BlogSicilia

27/10/2016 – di 

don-massimo-naroCome la Chiesa resiste alle mafie. Un libro dedicato ad un rapporto difficile da gestire fra religione e criminalità visto che i mafiosi, spesso, si presentano come i più ferventi religiosi

Per una fortunata coincidenza venerdì 21 ottobre giorno in cui la Chiesa palermitana ha ricordato la memoria religiosa del Beato Pino Puglisi, è uscito un agile volumetto del teologo don Massimo Naro, docente della facoltà teologica di Sicilia e presidente del Centro Studi Cammarata di San Cataldo (Cl), dal significativo titolo: ”Contro i ladri di speranza. Come la Chiesa resiste alle mafie” che può essere annoverato come una delle tante testimonianze di lotta alla mafia frutto del sacrificio del parroco di Brancaccio.

In sole 70 pagine il teologo sancataldese riesce ad andare bel oltre l’elencazione delle iniziative e dei documenti contro la mafia succedutisi nei 23 anni che ci separano dalla morte di Puglisi e a dare l’immagine di una Chiesa alla riscoperta del senso di quel martirio e dei frutti che esso ha generato e continua a generare.

Come affermò il compianto Arcivescovo di Monreale Cataldo Naro nel 2002 il martirio evidenzia “una carenza della Chiesa, un suo limite sul piano della testimonianza cristiana” ma al tempo stesso “rende anche evidente quello che già esiste”. Ed aggiunse: “Non ci può essere un martirio senza che ci sia un retroterra, un ambiente che lo esprime, una realtà che è stata capace di prestarsi a questo dono dello Spirito del Signore Risorto”.

Massimo Naro non si sottrae alla individuazione delle “carenze”, come le chiamò suo fratello, ma piuttosto che aggiungere altri punti alla lunga elencazione di mancanze e inadempienze che secondo tantissimi storici la Chiesa ha accumulato a partire almeno dall’Unità d’Italia, afferma con decisione che “la mafia è un problema che tocca effettivamente la Chiesa, la sua consistenza storica e la sua presenza sociale” facendone nei fatti “un problema ecclesiale”, come recita il primo capitolo.

Al termine carenze, o a quello che nel linguaggio usuale lo ha sostituito, “silenzi”, Naro preferisce sostituire quello di “linguaggio”, iniziando con lo smontare giudizi ormai consolidati sulla incapacità della Chiesa alla condanna del fenomeno mafioso. Così alla accusa di un presunto fallimento dell’evangelizzazione post unitaria del meridione contrappone una scarsa considerazione storiografica “della storia di santità ‘sociale’ fiorita tra Otto e Novecento” e del “fenomeno del movimento cattolico, citando non solo don Luigi Sturzo, ma anche una mirabile pagina della Evangelii gaudium (n.68), in cui si evidenzia l’importanza decisiva che riveste “una cultura segnata dalla fede, perché questa cultura evangelizzata, al di là dei suoi limiti, ha molte più risorse di una semplice somma di credenti posti dinanzi agli attacchi del secolarismo attuale”.

Quanto poi alla ricorrente obiezione secondo la quale questo silenzio della Chiesa sia frutto della ostilità maturata di fronte al processo di unificazione, Naro evidenzia che da questo “antistatalismo…la Chiesa si desta e si smarca pubblicamente solo negli anni delle stragi e degli omicidi eccellenti”, citando a tal proposito il documento della Commissione Ecclesiale Giustizia e Pace della CEI, del 1991, dal significativo titolo Educare alla legalità, al n. 10.
Molto interessante a tal proposito il suo affondo sul “cristianesimo municipale” quello “entro i cui ristretti confini il clero rimaneva impastoiato in parentele, anche in quelle scomode e negative, dalle quali era difficile prendere le distanze”. Dall’affronto di questo tema emerge quello del linguaggio già anticipato e molto caro al suo compianto fratello Cataldo. Ripercorrendone velocemente il pensiero afferma che con l’intervento di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, questo tema è divenuto patrimonio indiscusso e indiscutibile di tutta la Chiesa. “E’ proprio il grido di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi che inaugura un linguaggio peculiare ‘ecclesiale’, in cui assumono il giusto timbro … parole importanti come peccato, giudizio divino, giustizia, diritti di Dio, conversione, martirio, santità, a cui Benedetto XVI ha aggiunto fiducia in Dio e cura dell’altro, e papa Francesco aggiunge asservimento al male, inferno, scomunica (intesa come rottura della comunione con Dio) idolatria del denaro, potere insanguinato, schiavitù, corruzione, responsabilità, compagnia di Cristo, mitezza, speranza, misericordia, adorazione e primato di Dio”.

Questa impostazione così radicale della Chiesa costituisce una svolta rispetto al dibattito più tradizionale e consente di individuare nel magistero – che opportunamente definisce “itinerante” – lo strumento decisivo che le è proprio per affermare l’importanza di una lotta alla mafia che diviene così non una responsabilità civile, ma un impegno della testimonianza che deriva direttamente dalla fede in Gesù Cristo.

Non a caso definisce questo magistero come una “pluralità di interventi e di pronunciamenti (ma parlerei anche di gesti e di azioni) magari più spiccatamente colloquiali e meno esplicitamente dottrinali rispetto alle encicliche, ma che sono comunque sostenuti dalla medesima intenzione pastorale”. E aggiunge poi che al magistero pontificio va aggiunto quello “episcopale”, citando a tal proposito alcune autorevolissime espressioni di pastori meridionali e di Conferenze Episcopali regionali.

Per fugare ogni dubbio su una presunta impostazione teorica o meramente dialettica le pagine finali sono dedicate alla spiegazione di ciò che definisce “nuovo umanesimo mediterraneo”. “Scegliere l’umano – scrive Naro a pag. 56 – significa opporsi alle mafie. E questa opzione in favore dell’umano (dell’umano compiuto, potremmo aggiungere: l’umano cioè non piegato su di sé, non preoccupato solo di sé, ma aperto all’Altro e agli altri) serve a qualificare, da Agrigento in poi, la resistenza cristiana alle mafie”.

L’ultima tappa di questo breve e significativo cammino viene definita dall’autore “La paradossale resistenza cristiana”. Paradossale secondo la logica umana perché essa è “innanzitutto resa e consegna a Dio”. “L’appello alla conversione – spiega – pur rivolto ai mafiosi, non può risultare credibile e perciò non può essere da loro recepito e accolto se non è testimonianza di conversione personale e comunitaria”.

Il testo è arricchito, com’è nello stile dell’autore, da molte note e tante citazioni che rimandano il lettore ad un necessario approfondimento per andare alla radice sia del fenomeno mafioso, come atteggiamento e tentazione umana, sia alla radice della sua lotta, necessaria non appena per una migliore e più sana convivenza sociale, ma per affermare un nuovo umanesimo in grado di contrastare il male in ogni sua manifestazione e affermare un bene che sia per tutti gli uomini sempre.

Il libro sarà presentato questa sera alle ore 18 alla Libreria Paoline di via Vittorio Emanuele: introdurrà Fernanda Di Monte, giornalista e responsabile eventi della libreria Paoline. Interverranno: Salvatore Taormina, dirigente dell’Assessorato Regionale all’Economia, Giovanbattista Tona, magistrato presso il Tribunale di Caltanissetta. Modererà la giornalista Alessandra Turrisi. Le conclusioni saranno affidate a Pier Luigi Cabri, direttore delle Edizioni Dehoniane Bologna.

Sorgente: Teologia della resistenza alla mafia, in un libro ‘come la chiesa resiste alle mafie’ | BlogSicilia – Quotidiano di cronaca, politica e costume

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