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La diaconia verso i poveri: la testimonianza profetica di Fratel Biagio Conte | La Stampa

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giovanni-chifariPubblicato il 06/03/2016 – Ultima modifica il 06/03/2016 alle ore 13:07
GIOVANNI CHIFARI

L’arcivescovo di Palermo chiede alle parrocchie della diocesi una raccolta a sostegno dell’opera del missionario laico la cui figura viene tratteggiata dal teologo Chifari

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Biagio Conte

Quarta Domenica di Quaresima, Domenica Laetare, su indicazione di Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo, nelle Parrocchie di Palermo saranno raccolte delle offerte per la Missione “Speranza e Carità” di Biagio Conte. “Ho dato indirizzo ai miei presbiteri di devolvere la raccolta a sostegno della Missione di Biagio Conte, per riscattare i locali dell’ex Fonderia Basile, dove vengono accolti tanti poveri – spiega Mons. Lorefice – la somma sarà portata in busta durante l’offertorio della Messa crismale del prossimo Giovedì santo, al quale conferisco grande importanza, e quindi consegnata al missionario laico come segno di comunione che ci ricorda la concretezza della carità”.

Ma chi è Biagio Conte e in che modo la sua testimonianza può essere icona di una Chiesa povera per i poveri?
“I poveri li avrete sempre con voi” (cf. Mc 14,7; Gv 12,8). Le parole del Maestro, di Colui che ha svuotato se stesso (cf. Fil 2,8) per farsi servo e povero tra i poveri (cf. 2 Cor 8,9) e inizierà il suo ministero terreno fra gli hammei ha aretz “i poveri della terra”, delineano il profilo di una Chiesa, che come ha auspicato Papa Francesco, intende essere “povera per i poveri”.

In un tempo di maggiore consapevolezza della corresponsabilità dei laici al servizio e missione della Chiesa, non mancano le testimonianze profetiche che provocano le nostre coscienze e interpellano il livello della nostra conversione.

Fra costoro c’è fratel Biagio Conte, laico, che nel 1993 ha fondato a Palermo la missione “Speranza e Carità”. Una scelta frutto di un intenso cammino spirituale, che lo ha visto nel 1990, all’età di 27 anni, lasciare il lavoro dell’impresa edile di famiglia per dedicarsi a una vita eremitica nelle montagne siciliane. Un tempo di ricerca che ha trovato nella categoria del viaggio, del percorso, del cammino una sua chiave di lettura. Ed effettivamente Biagio si mette in viaggio, attraversa le campagne siciliane, varca lo Stretto e cammina, a piedi, come pellegrino verso Assisi. Presso la tomba del Poverello stigmatizzato, troverà luce e conforto, sostegno e orientamento. Al suo ritorno a Palermo, la volontà divina si manifesta in modo più evidente. Aveva percepito da un po’ di tempo la chiamata a fare della propria vita una missione, ma il Signore non gli chiedeva di partire verso paesi lontani, la sua diaconia e la sua missione dovevano rendersi presenti presso il popolo palermitano, in particolar modo verso quanti versavano in situazioni di marginalità. Ripartire dalle periferie, per farsi povero con i poveri. Tutto adesso è chiaro. Fratel Biagio, sceglierà di abitare con i clochard che stanziavano stabilmente presso la stazione centrale del capoluogo siculo, condividendo il loro disagio e la loro marginalizzazione. Ben presto si uniranno alcuni volontari. Iniziano le ronde notturne con il dono di pasti caldi a questi ultimi e diseredati. In seguito il grido profetico. Fratel Biagio difende i diritti dei poveri attraverso lo strumento dello sciopero ma anche formulando delle richieste al Comune che porteranno qualche anno dopo alla concessione di alcuni locali in Via Archirafi, dove sorgerà la missione che anche oggi ospita centinaia di poveri.

Il suo servizio si può definire come una diaconia della speranza, che solleva chi è nella polvere e rialza chi è oppresso e sfiduciato, ma anche della carità, poiché si presenta come aiuto concreto verso i poveri e gli ultimi.

I “poveri”: categoria teologica
I poveri con la loro oppressione e marginalizzazione, con lo scandalo umano e sociale che vivono e testimoniano, esercitano un’opera di risveglio della memoria, rafforzando la consapevolezza di un’identità cristiana ma anche di cittadini che, sulla scia del costante insegnamento di Papa Francesco, necessita di un salto di qualità. I poveri, sono strumenti della grazia divina e in un certo modo contribuiscono a quella fastidiosa opera di puntellamento delle coscienze, anche ecclesiali, a volte incapaci di legare insieme i valori percepiti con chiarezza nella fase del discernimento o a livello della dottrina, con la scelta dei comportamenti corrispondenti sul piano etico.

A riguardo scrive Léon Bloy, commentando un noto passaggio evangelico: «“Voi avrete sempre dei poveri fra di voi”. Dopo l’abisso di questa parola, nessun uomo ha mai potuto dire che cosa sia la povertà… Quando si interroga Dio, egli risponde che è proprio lui il Povero: “Ego sum pauper”» (Léon Bloy, La donna povera, II, 1).
L’unione con Dio, ci fa allora poveri. Essa si manifesta gradualmente attraverso la conversione, l’esser trovati umili (cf. Lc 1,48), la spoliazione e l’abbassamento (kenosi) che rendono la preghiera del discepolo, una preghiera povera: «La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata» (Sir 35,21). Ogni certezza e consolazione proveniente da una giustizia terrena, essendo paragonabile al valore quasi idolatrico di una ricchezza, e occupando ogni spazio nel cuore (cf. Mt 6,21), rallenta l’opera di conversione. A chi confidava nelle ricchezze, giustamente il profeta Amos può gridare: «Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!» (Am 6,1). Gli spensierati sono appunto i ricchi e i potenti che non considerano il grido dei poveri. Ma il povero in senso biblico, è bene ricordarlo, non è solo colui che non possiede niente, ma è anche chi non può confidare in una propria qualità personale, si direbbe oggi, una competenza certificata, e anche e soprattutto nell’aiuto dei potenti, di chi cioè con il suo intervento ti risolve la situazione. Quando si presentano tutti questi fattori, si blocca e s’ingessa l’agire di Dio che invece predilige quei processi di svuotamento attraverso i quali la grazia prende il posto dell’autosufficienza e della superbia.

Una Chiesa povera per i poveri, come auspica Papa Francesco, vive allora in una permanente spiritualità eucaristica. Guidata dalla sana e costante custodia della Parola, riesce a riconoscere il sacrificio di Cristo e lo vive come memoriale, trovando in questo mistero d’amore la sorgente della propria diaconia, imparando a dividere il pane con l’affamato, a introdurre in casa i miseri e senza tetto, vestire gli ignudi, senza trascurare nessuno (cf. Is 58,7). Un legame tra Parola, altare e servizio che, secondo le parole del Maestro, trova come paradigma ancora una volta i poveri:

«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).

L’oggi della missione (fonte sito www.pacepace.org)
La Missione “Speranza e Carità” fondata da Fratel Biagio Conte, oggi accoglie e assiste circa 800 persone grazie all’operato di tanti volontari, sacerdoti e laici; distribuisce circa 2.400 pasti al giorno; offre un’assistenza medica e farmaceutica per tutti i fratelli accolti e dei servizi docce e vestiario per i tanti poveri che ogni giorno si presentano. Esistono tre comunità: due destinate all’accoglienza maschile e una per l’accoglienza di donne singole o mamme con bambini. Le strutture in cui opera la Missione si trovano a Palermo, vicino alla Stazione centrale, sono state trovate in uno stato di grave incuria e degrado, e gli stessi fratelli accolti e i tanti volontari, gruppi e associazioni, con grande spirito di solidarietà hanno iniziato “una pietra dopo l’altra”, come insegna San Francesco, il restauro e la ricostruzione dei locali, trasformando dei ruderi, in case di accoglienza, pace e speranza.

Sorgente: La diaconia verso i poveri: la testimonianza profetica di Fratel Biagio Conte – La Stampa

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