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Uomini veri prendendosi cura degli altri | La Sicilia

Giotto-di-Bondone

19 gennaio 2015 – MASSIMO NARO

Si è concluso ieri a Cefalù il convegno regionale delle Chiese di Sicilia «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo» che prepara le grandi assise di Firenze

Si è concluso ieri a Cefalù il convegno regionale dei delegati che parteciperanno alle assise di Firenze della Chiesa italiana sul tema «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo». Sul tema pubblichiamo un contributo del teologo Massimo Naro, che è stato uno dei relatori del convegno di Cefalù.

La Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato l’11 ottobre 2013 un «Invito a Firenze » e, ancora, il novembre 2014 una «Traccia di riflessione », per richiamare l’attenzione delle Chiese d’Italia sul V Convegno ecclesiale nazionale che si svolgerà nel capoluogo toscano fra il 9 e il 13 novembre 2015 e che è intitolato: «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo».

Questo titolo intercetta tutta una serie di preoccupazioni pastorali, connesse alle più recenti metamorfosi antropologiche e culturali.

Per esempio: il modo di intendere e di vivere le relazioni affettive, sessuali e parentali, dentro situazioni “familiari” inedite, che poco sembrano avere in comune con l’esperienza “classica” dell’istituto familiare. Lo stesso Francesco interviene sempre più insistentemente su questi temi: si pensi al suo intervento del 17 novembre 2014, in Vaticano, alla «Conferenza Interreligiosa Humanum », sul tema della complementarietà tra uomo e donna, e al suo discorso all’Europarlamento di Strasburgo, del 25 novembre 2014, in cui ha rievocato lo «spirito umanistico
» che connota da sempre l’Europa e ha invitato tutti a conseguire un «umanesimo incentrato sul rispetto della dignità della persona».

Il tema di Firenze vorrebbe rappresentare, in tale prospettiva, la disponibilità a confrontarsi con visioni del mondo (e dell’essere umani) diverse da quelle ispirate dal vangelo nel solco della tradizione del cristianesimo ecclesiale.

E vorrebbe, inoltre, sintonizzarsi con l’interesse che anche non pochi rappresentanti della cultura laica hanno mostrato negli scorsi anni verso il problema di una ridefinizione dell’umanesimo e delle sue varie, persino disparate, possibilità oggi.

Non a caso nel «Cortile dei gentili» di Stoccolma del settembre 2012 gli interlocutori del card. Ravasi sono stati degli intellettuali non credenti che si sono dichiarati “umanisti secolari”. Questa denominazione segnala una netta distinzione rispetto agli umanesimi religiosamente motivati, ma non sancisce l’incomunicabilità con essi.

Per tentare un dialogo – critico, ma costruttivo – con gli “umanesimi secolari” che si propongono all’attenzione nell’odierno contesto, occorre innanzitutto rivisitare quella che viene comunemente chiamata la “svolta antropologica” verificatasi in epoca moderna. Considerando, appunto, la sua grande portata, ci si rende conto che in forza di essa sono accadute importanti metamorfosi che incidono non solo sul nostro vissuto di uomini e di donne nel tempo che stiamo attraversando, ma anche sulla nostra concezione dell’esser-umani.

Può risultare efficace, per schematizzare i cambiamenti che sono in gioco, ciò che già Romano Guardini annotava a tal proposito: nella nostra epoca a un trinomio fondamentale, che aveva avuto grande significato nelle epoche precedenti, si sostituisce un inedito trinomio, che non solo regola ormai la nostra vita quotidiana, ma anche trasforma la consapevolezza che abbiamo di noi. Il trinomio in questione è costituito da tre dimensioni in sé stesse positive, che tuttavia rischiano di confinare l’uomo entro i limiti dell’immanenza e dell’autoreferenzialità: l’io, la natura e la cultura. Questo trinomio – sulla scia della secolarizzazione – lascia nell’ombra un precedente trinomio, costituito da Dio, dalla creazione e dal culto, trinomio che era connotato da una spiccata propensione relazionale: se si sa e ci si ricorda che esiste Dio, il mondo viene compreso come posto in rapporto con Lui, quale sua creazione, e l’uomo nel mondo si concepisce come colui che del creato rende conto a Dio stesso, a Dio riconducendolo, a Dio offrendolo, per conto di Dio custodendolo.

In epoca moderna l’importantissima riscoperta del valore e del ruolo del soggetto umano per un verso ha reso l’uomo stesso consapevole di poter e di dover plasmare il mondo, studiandolo, scoprendone le leggi intrinseche, imparando sempre più e meglio a controllarne i ritmi e a neutralizzarne le forze immense, inventariandone le risorse per poterle utilizzare per il proprio benessere; per altro verso lo ha indotto a reputarsi esclusivamente un pezzo di mondo e, quindi, ad applicare a sé gli stessi criteri di studio e, in definitiva, le stesse mire utilitaristiche che contestualmente egli riversa sul mondo. Il mondo, in questa prospettiva, è pensato come un fatto naturale, nei cui confronti l’uomo fa valere le proprie prerogative intervenendo produttivamente su di esso, trasformandolo così in prodotto culturale.

Contestualmente, l’uomo contemporaneo si sa del tutto omogeneo e assimilato alla natura e perciò applica anche a se stesso il medesimo sforzo culturale che esercita nei confronti di ogni altra realtà naturale, scegliendo di diventare un prodotto culturale a sua volta. Lungo questo crinale l’uomo si è ammalato di autoreferenzialità, ha cioè divaricato la consapevolezza dell’autonomia dal senso della responsabilità. Ma senza un pieno e positivo senso dell’alterità rispetto a Dio e al mondo stesso egli non riesce a salvaguardare neppure il senso pieno e positivo della propria identità: e, così, rimane stretto fra natura e cultura, smarrendo la consapevolezza di essere più che un fatto naturale e più che un prodotto culturale. L’antidoto per tutto ciò si ritrova nel vissuto umano di Gesù, raccontato nei vangeli. Possiamo individuarlo nella “cura” o, più precisamente, nel “prendersi cura”. Lo sottolinea la traccia di riflessione pubblicata dalla Cei: se si leggono nell’originale greco i racconti evangelici delle guarigioni compiute dal Maestro di Nazareth per le strade di Palestina, ci si accorge che spesso la voce verbale usata per dire che Gesù guariva coloro che incontrava è «terapéuo », che significa letteralmente curare, prendersi cura. La cura, esercitata secondo lo stile di Gesù, è una coordinata imprescindibile dell’esser-uomo come lui. Essa significa custodire, prendersi in carico, toccare, fasciare, dedicare attenzione, entrare in relazione, superarsi nel senso più vero del termine.Don-Massimo-Naro

Sorgente: Uomini veri prendendosi cura degli altri | La Sicilia

Uomini veri prendendosi cura degli altri

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