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Il duomo di Monreale svelato da Gravina | la Repubblica.it

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23 maggio 2008 – SALVATORE FALZONE

Si fece aiutare da un manipolo di giovani disegnatori per riprodurre su carta le “meraviglie” normanne del duomo di Monreale. L’abate Domenico Benedetto Gravina, uno dei maggiori intellettuali della Sicilia borbonica, ricopiò l’intero complesso musivo della basilica cattedrale con tenace acribia e rigorosa competenza storico-artistica.

Il risultato fu una sorta di vero e proprio monumento editoriale, costruito con pazienza nel corso di dieci anni, dal 1859 al 1869, e uscito dalle rotative dello stabilimento tipografico palermitano di Francesco Lao, che collaborò per l’occasione con la litografia Richter di Napoli. Non solo. Dalla città partenopea sbarcarono a Palermo due esperti incisori per dare una mano al monaco siciliano: Konrad Grob e Georg Frauenfelder. Addirittura quest’ ultimo impiantò a Palermo una sua litografia per portare a termine l’ opera curata dallo studioso benedettino, e per questo firmò la stampa di quasi tutte le tavole cromolitografiche di cui l’ opera si compone.

La fatica dell’ abate constava di due grandi tomi: uno conteneva un lungo e circostanziato commento storico-teologico sull’architettura e sui mosaici della basilica cattedrale, l’altro le tavole. Novanta in tutto. Le stesse riprodotte ora in un maestoso volume intitolato “Il duomo di Monreale illustrato da D. B. Gravina“. Una pregiata ristampa dell’originale ottocentesco, dedicata alla memoria dell’arcivescovo di Monreale Cataldo Naro scomparso a 55 anni nel 2006, che l’aveva voluta e progettata di persona.

Il volume, pubblicato dalla nissena Lussografica di Salvatore Granata per celebrare il 75° anno di attività della stessa editrice, viene presentato oggi alle 19 nel Teatro Margherita di Caltanissetta. All’incontro, organizzato dal Centro Studi Cammarata, diretto da don Massimo Naro, docente di Teologia sistematica nella Facoltà Teologica di Palermo e rettore del Seminario nisseno, interverranno il cardinale Camillo Ruini, il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci, e il direttore della Libreria Editrice Vaticana don Giuseppe Costa.

«E’ chiaro – scrive Massimo Naro nella presentazione – che la leggibilità “scientifica” dei quadroni, “miniaturizzati” nelle tavole del Gravina, diminuisce notevolmente, in quanto inevitabilmente i particolari vengono sacrificati. Ragion per cui, guardando le tavole cromolitografiche, non si possono sviluppare riflessioni analoghe a quelle che gli studiosi contemporanei hanno potuto argomentare nelle introduzioni ai libri fotografici sui mosaici monrealesi pubblicati dalla seconda metà del Novecento in poi, riguardo, per esempio, alla datazione del complesso musivo, alla sua cangiante manifattura, ai suoi vari autori e ai diversi gruppi di artisti che pur utilizzando differenti idiomi stilistici operarono comunque simultaneamente nella decorazione della basilica, realizzata ad opera di artisti provenienti dalla Grecia, ma anche di maestranze siciliane e italiche oltre che arabe, fra il 1180 o poco prima e il 1190 o poco dopo, sotto il governo del re normanno Guglielmo II». «Di fatto – continua – le differenze stilistiche e le peculiarità “pittoriche” dei mosaici si appiattiscono e perciò si perdono di vista nella loro riproduzione e riduzione cromolitografica. Che, per come è realizzata dal Gravina, appare fedele non tanto alla fattura di ciascun singolo quadrone musivo, quanto alla disposizione e alla veduta generale dei cicli raffigurati dentro il duomo: i mosaici sono cioè ricopiati nelle tavole minuziosamente – quasi come in miniatura – secondo una criteriologia espositiva diacronica e sincronica insieme, dato che essi sono riportati sulla carta secondo la progressione cronologica dei racconti biblici per facilitarne la comprensione a chi tiene aperto davanti a sé il libro, ma anche secondo i loro reali tagli geometrici – riprodotti in scala – allo scopo di salvaguardare la coerenza che nel monumento monrealese c’ è tra architettura e decorazione». Ma «l’effetto che ne sortisce – aggiunge il curatore – è quello di una rigorosa fedeltà ai mosaici originali, supportata persino da qualche tocco di realismo “fotografico”, come le ombre accennate nel disegno di quelle zone del duomo che si trovano maggiormente esposte al variare della luce, in prossimità delle finestre. L’oro usato per la bronzatura delle tavole – conclude Naro – permette al lettore del libro di sperimentare la medesima meraviglia che prova chi entra nella basilica cattedrale: il fascio di luce che brilla attraverso le navate e lungo le pareti interamente coperte dai mosaici, realizzati tutti su fondo d’ oro, riverbera anche sulla carta, pagina dopo pagina, incoraggiando la stessa attitudine contemplativa che il visitatore e l’ orante sviluppano, per un verso o per un altro, stando e muovendosi tra gli spazi indorati del duomo monrealese».

Insomma, “guardare” questo libro è un po’ come “entrare” nella basilica cattedrale normanna. Così come vi entrò nel 1929 il grande teologo Romano Guardini, che in un diario registrò le sue sensazioni di visitatore del Nord. «La giornata – si legge in uno stralcio riportato nel volume – era piovosa. Quando arrivammo – era il giovedì santo – la messa solenne era già oltre la consacrazione. L’ arcivescovo per la benedizione degli olii sacri stava seduto su un posto elevato sotto l’arco trionfale del coro. L’ ampio spazio era affollato. Ovunque le persone stavano sedute sulle loro sedie, silenziose, e guardavano. Oro su tutte le pareti. Figure sopra figure, in tutte le volte e in tutte le arcate. Fuoriuscivano dallo sfondo aureo come da un cosmo. Dall’oro irrompevano ovunque colori che hanno in sé qualcosa di radioso. Tuttavia la luce era attutita. L’oro dormiva, e tutti i colori dormivano. Si vedevano che c’ erano e attendevano. Quando portarono gli olii sacri alla sagrestia – scrive ancora il teologo tedesco – mentre la processione, accompagnata dall’insistente melodia dell’antico inno, si snodava attraverso quella folla di figure del duomo, questo si rianimò. Le sue forme si mossero. Entrando in relazione con le persone che avanzavano con solennità, nello sfiorarsi delle vesti e dei colori alle pareti e nelle arcate, gli spazi si misero in movimento. Gli spazi vennero incontro alle orecchie tese in ascolto e agli occhi in contemplazione. La folla stava seduta e guardava. Tutti vivevano nello sguardo, tutti erano protesi a contemplare». E dopo avere riflettuto sui diversi modi di «partecipazione orante», Guardini dice che uno si realizza ascoltando, l’altro guardando. E conclude così: «Quello è buono, e noi del Nord non ne conosciamo altro. Ma abbiamo perso qualcosa che lì ancora c’era: la capacità di vivere-nello-sguardo, di stare nella visione».

Sorgente: Il duomo di Monreale svelato da Gravina – la Repubblica.it


Presentate le tavole del Gravina…. | TERRAMIA

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Venerdì 23 Maggio, nel tardo pomeriggio, presso il teatro “Margherita” in Caltanissetta, per festeggiare il 75° anniversario della fondazione dell’editrice nissena “LUSSOGRAFICA”, è stato presentato il volume contenente la ristampa delle tavole cromolitografiche dei mosaici del duomo normanno di Monreale, create, a metà del 1800, dall’abate Domenico Gravina. Ora dedicato alla memoria di mons-cataldo-naroMons. Cataldo Naro, Arcivescovo di Monreale, e, anche per questo, pubblicato nella collana “Scrinia” del centro studi “A. Cammarata”, fondato dall’allora  giovane prete Aldo Naro, 25 anni fa.

L’iniziativa della ristampa delle tavole del Gravina, nacque allorquando Mons. Naro, divenuto arcivescovo di Monreale, scoprì l’esistenza dei due volumi dell’abate benedettino ritraenti gli splendidi mosaici del duomo di Monreale e concordò, con l’editore Granata, la ristampa degli stessi. In corso d’opera avvenne l’improvvisa dipartita di Mons. Naro. L’editore non abbandonò il progetto di ristampa della sublime opera del Gravina che è stata portata a termine per rispettare un grande desiderio dell’amico Mons. Naro e per questo motivo a Lui dedicata e stampata presso il Centro Studi “Cammarata”.

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A presentare la preziosa ristampa sono intervenuti il Prof. Paolucci, direttore dei Musei Vaticani e il Cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma. A moderare l’incontro il direttore delle edizioni vaticane don Costa.

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Dinnanzi ad un folto pubblico di amici dell’editore Granata e di Mons. Naro, costituito da autorità religiose, civili, militari (tra cui l’Arcivescovo di Monreale Mons. Salvatore Di Cristina e il sindaco Toti Gullo) e da tanta gente comune, il mons-mario-russottoProf. Paolucci, già ministro dei beni culturali nel governo Dini, ha presentato, con la sua grande competenza, la grandezza teologica, artistica e catechetica dei mosaici di Monreale. Diecimila metri quadri di mosaici che attestano la straordinaria grandezza del messaggio cristiano e che fanno del duomo normanno una realtà internazionale, un esempio di fede di Guglielmo II e una mediazione del messaggio cristiano i cui valori, da 2000 anni, danno vita ad una infinità di opere d’arte, finalizzate alla testimonianza dell’evento salvifico e alla trasmissione dello stesso,lungo i secoli, da una generazione all’altra.

Oggi, in cui queste grandi realtà, sono primariamente oggetto di mete turistiche, come scriveva lo stesso Mons. Naro, urge il fatto di riportarle al centro dell’attenzione soprattutto per il loro grande valore teologico-catechetico e MISTAGOGICO. Cioè la contemplazione della Bellezza (mosaicale per Monreale), unitamente alla grande celebrazione liturgico-sacramentale della vita della Chiesa, consente ai fedeli di porre in essere una vera e autentica relazione con il mistero salvifico di Dio fattosi uomo.

mons-cataldo-naroTutto ciò fu colto dal grande teologo Romano Guardini, maestro di Papa Benedetto XVI, che visitò il duomo normanno nei giorni del triduo pasquale del 1929 e ne racconto nel suo “Viaggio in Sicilia”.

Lo visitò nei giorni della Settimana Santa: il giovedì durante la messa crismale e il sabato, durante la veglia che all’epoca si celebrava di mattina.
L’arcivescovo di Monreale, Cataldo Naro, ha ripreso quel racconto di Guardini dall’originale tedesco, l’ha tradotto e l’ha riproposto ai fedeli all’interno di una lettera pastorale dal titolo Amiamo la nostra Chiesa”, come a far da guida alle celebrazioni liturgiche d’oggi.
In quella pagina, il grande teologo tedesco scrisse tutto il suo stupore per la bellezza della basilica di Monreale e lo splendore dei suoi mosaici.
Ma, soprattutto, scrisse d’essere stato colpito dai fedeli che assistevano al rito, dal loro “vivere-nello-sguardo”, dalla “compenetrazione” tra questo popolo e le figure dei mosaici, che da esso prendevano vita e movimento.
“Gli sembrò – nota l’arcivescovo Naro nella lettera pastorale – che quel popolo sperimentasse un modo esemplare di celebrare la liturgia: con la visione”. La basilica di Monreale, capolavoro dell’arte normanna del XII secolo, ha le pareti interamente rivestite da mosaici a fondo d’oro con le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, gli angeli e i santi, i profeti e gli apostoli, i vescovi e i re, e il Cristo “Pantocrator”, reggitore di tutto, che dall’abside avvolge con la sua luce, il suo sguardo, la sua potenza il popolo cristiano.

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L’intervento del Cardinale Ruini, ha sottolineato, invece, la straordinaria personalità di Mons. Naro, fine storico, studioso del cattolicesimo popolare e di tutto quel movimento innovatore che scaturì dalla “Rerum Novarum”, di Leone XIII, che determinò, anche in Sicilia, una miriade di iniziative di carattere spirituale, culturale e caritativo-assistenziale. Anticipatore del Progetto culturale della Chiesa in Italia, grazie proprio alla fondazione del centro-studi “Cammarata” nel 1983. Inoltre, il Card. Ruini ha sottolineato la grande amicizia che nacque con Mons. Naro: un siciliano vero conoscitore della sua terra che gli ha dato la possibilità di conoscere tante cose della Sicilia e di superare tanti luoghi comuni e stereotipi che non rispecchiano la vera identità dei siciliani. Infine, l’alto prelato, ha tracciato un profilo spirituale di Mons. Naro, sacerdote e Vescovo secondo il cuore di Dio e ubbidiente alla Chiesa che ha amato e servito profondamente, nella diocesi nissena, nel grande lavoro svolto alla facoltà teologica di Sicilia, nel grande, autentico e innovativo contributo dato alla Chiesa italiana attraverso il progetto culturale ed altro e, soprattutto, nella realtà sponsale della diocesi monrealese affidata alla sua guida pastorale, dal 18 ottobre del 2002 sino al giorno della sua morte avvenuta il 29 Settembre del 2006. Ruini ha invitato ad accettare la morte – prematura ed inaspettata – del presule, come segno del progetto di Dio e lavorare per raccogliere i frutti copiosi del grande lavoro svolto da Mons. Naro.

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L’edizione Lussografica, nei suoi 75 anni di vita, ha dato un grande contributo allo sviluppo del territorio nisseno, ponendo in essere una grande mediazione tra le varie realtà presenti nel territorio e la loro anima, ossia la cultura.

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Per la circostanza, il pittore partinicese Prof. Gaetano Porcasi, persona estremamente sensibile a creare, con il suo estro pittorico, percorsi artistico culturali finalizzati al RICORDO delle vittime della mafia e non solo, ha dato vita a due opere pittoriche raffiguranti, rispettivamente, la processione della “Real Maestranza” di Caltanissetta e un ritratto, davvero commovente, di Mons. Naro che sono stati omaggiati al Prof. Paolucci e al Cardinale Ruini. Inoltre, il pittore Porcasi, sempre nella medesima circostanza, ha regalato due litografie, trattate ad olio, raffiguranti Giovanni Paolo II, al vescovo di Caltanissetta Mons. Mario Russotto e a Don Costa. Per ricordare la circostanza verrà realizzato anche un DVD per chi fosse interessato a vedere tutta la manifestazione.

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Antonio Paolucci: Il Duomo di Monreale nelle tavole di D.B.Gravina. | TERRAMIA

Posted on lunedì 25 agosto 2008 by maik07

Intervento del Prof. Paolucci alla presentazione del volume “I Mosaici del Duomo di Monreale nelle tavole di Domenico Gravina” dedicato alla memoria di Mons. Cataldo Naro nella ricorrenza del 75 dell’editrice Lussografica di CL
Caltanissetta, 23 maggio 2008

antonio-paolucciEminenza, Eccellenze, Sig.Sindaco, Signore e Signori,

il mio compito è quello di parlare di un libro e del monumento che quel libro illustra e dell’uomo, Cataldo Naro, che quel libro ha voluto e quel monumento ha servito,amato ed abitato nella qualità di Vescovo di Monreale: il Duomo di Monreale.

Del Duomo di Monreale io parlerò, questa sera, e di questo grande libro monumentale, esposto nell’ingresso e che avete visto tutti entrando in questo teatro nisseno.

Un libro di cui ormai esistono poche edizioni, rarissimo ormai e con un valore commerciale molto alto,parlo del libro originale, cioè la descrizione del Duomo di Monreale realizzata dall’abate Domenico Benedetto Gravina tra il 1859 e il 1869 con un corredo cromolitografico che era, per l’epoca, qualcosa di assolutamente sperimentale all’avanguardia.

Un capolavoro di tecnologia editoriale che oggi viene anche contestualmente presentato nell’edizione fac-similare prodotta da Salvatore Granata dell’editrice Lussografica: orgoglio imprenditoriale, editoriale di questa città, della Sicilia, ma anche della editoria nazionale.

Raramente ho visto una esecuzione di questa qualità.

Questo è il libro. La ristampa di questo testo fondante tutta la bibliografia sul duomo di Monreale.

Domenico Benedetto Gravina era un monaco benedettino, appartenente ad una delle più nobili famiglie siciliane, i Gravina, e produce il suo capolavoro in un tempo, tra il 1859 e il 1869, grandioso, bellissimo per certi aspetti, ma drammatico per certi altri: la fine dell’antico regime, della dinastia dei Borboni, dell’unità d’Italia, di Garibaldi in Sicilia, ma anche il tempo della demanializzazione dei beni della Chiesa, la soppressione degli ordini religiosi ecc.ecc. Quindi quest’uomo, vive in questo tempo, grandioso e drammatico, della storia nazionale.

Era un intellettuale poliedrico, curioso di tutto un po’ enciclopedista illuminista del ‘700 e un po’ già dentro lo spirito positivista dell’1800. Infatti si occupò,anche,di archeologia,scienze naturali,filosofia,storia,teologia,ma la sua passione,il suo capolavoro è il libro sul duomo di Monreale.Una testimonianza su questo capolavoro assoluto del medioevo siciliano e italiano.

Dicevo Cataldo Naro è il suo amore per il duomo di Monreale. E’ importante toccare la personalità di questo altro intellettuale del ‘900, dei nostri giorni, morto, purtroppo, troppo giovane. Io non l’ho conosciuto, ma l’ho conosciuto, indirettamente, tramite la lettura un libro prezioso – ecco a cosa servono i libri – di cui mi ha fatto omaggio il fratello, don Massimo, La speranza è paziente.

Un libro che raccoglie, discorsi occasionale, interviste, articoli di giornale, conferenze che Mons. Naro fece dal 2002 al 2006. In questo libro tra i tanti argomenti riportati, si parla delle grandi cattedrali delle chiese d’Italia e d’Europa ormai abitati più dai turisti che dai fedeli. Ormai più oggetto dei flash e delle spiegazioni turistiche che di preghiere e di liturgie. Proprio così scriveva Cataldo Naro. Parla anche del dramma, perché di dramma si tratta, dell’arte sacra oggi.

Il Cristianesimo, scrive Cataldo Naro, si è trasmesso, attraverso i secoli, per mezzo dell’arte. Se questo non funziona come farà il cristianesimo a trasmettersi oggi? Ebbene quest’uomo, ama la sua chiesa e il duomo di Monreale, aveva capito,con la sua acuta intelligenza,che la caratteristica del duomo di Monreale è, innanzitutto, la sua internazionalità. E ciò è assolutamente vero perché se c’è qualcosa che distingue, tra le regioni d’Italia, la Sicilia per la sua vocazione, in qualche modo, universale, e proprio l’internazionalità. Non ha caso la montagna in cui si identificano i siciliani, l’Etna, viene chiamata Mongibello, ossia la sintesi del latino mons e dall’arabo ghebel che significano entrambi monte. Perchè lo dico? Perché se nel nostro tempo c’è una regione che può far capire a tutti come è importante la contaminazione,il meticciato questa è proprio la Sicilia per averlo dimostrato in tutta la sua storia.

Così come avvenne per Agostino, un romano d’Africa, con sangue magrebino nelle vene, che arriva in Italia, a Milano, e incontra un romano di sangue tedesco, Ambrogio, che faceva il funzionario imperiale a Trevi, in Renania.

Questi due meticci si incontrano e Ambrogio battezza Agostino nell’anno di Cristo 393 della nostra era: e nasce l’Europa.

Cataldo Naro aveva capito che un altro tratto distintivo del duomo di Monreale è la sua pluralità culturale. Infatti chi lo conosce e lo ha visitato sa che quella è una chiesa latina con uno stile proprio del romanico d’occidente – come potrebbe essere il duomo di Modena – suddivisa in tre navate con colonne imperiali romane spoglie e questo è l’aspetto tipicamente occidentale, romanzo.

Un impianto così potrebbe essere in val padania o in Borgogna. Però se uno entra nel presbiterio e va verso l’abside entra in una dimensione liturgica e architettonica di tipo greco,ortodosso. Perché la parte absidale è molto ampia e separata dal resto dell’architettura e porta entro i suoi confini il diaconicon e la protesis: sono tipiche costruzioni architettoniche dell’aspetto ecclesiale ortodosso.

Il diaconicon che ospitava i diaconi per il servizio liturgico e la protesis che era una sorta di sagrestia di pronto impiego.

Però se uno si guarda intorno, guarda, ad es., il soffitto, la sua iperbole decorativa unitamente alla sua decorazione cromatica ci si sente in un luogo dal gusto morisco, arabo.

Infatti furono arabo-musulmane le maestranze che negli ultimi 30-40 anni del XII secolo,lavoravano all’ordine di maestranze, capomastri, ingegneri, architetti in parte bizantini in parte italiani o francesi – ancora la questione non ci è chiara del tutto – lavorarono nel duomo. Questo è l’aspetto sapiente della decorazione musiva straordinariamente ricca, ma tutta centrata sul tema della salvezza. La storia della salvezza che occupa questa la natura dei mosaici.

Un ettaro di mosaici, circa 10 mila metri quadri, una spesa immensa ha sostenuto il re, Guglielmo II, che volle questa chiesa come cappella palatina, come sua chiesa. Tra i mosaici ce n’è uno che non saprei come definire tra il divertente e l’imbarazzante.

Ad un certo momento si vede il re, l’autocrate Guglielmo II, in ginocchio di fronte alla Vergine con una scritta latina – lo stile dei mosaici è greco ma le scritte sono latine – rivolgendosi alla Madonna che le dice: pro cunctis ora, sed pro rege labora. Prega pure per tutti, ma ricordati di me che sono il Re!!

Una forma di fede ingenua e confidenziale. Crede veramente alla Madonna e sa che è la sua madre.

La cattedrale di Monreale prende forma in pochissimo tempo, in una mangiata di decenni, 30-40 anni non di più, in questo periodo straordinario della storia della Sicilia. Quando la Sicilia era,veramente, il cuore del mediterraneo. Nella Palermo di quegli anni si parlavano, indifferentemente, tre lingue: latino, greco e arabo. Una città straordinariamente internazionale. Era una specie di mito, di sogno per i mercanti d’oriente, per gli intellettuali arabi, per i latini che arrivavano nella bellissima Palermo. Vi arrivavano per nave,nella coca d’oro di allora,questo mare di verde lucente di smeraldo. Come è rimasta sino agli anni ’50 del secolo scorso. Dobbiamo andare a vedere i quadri di Antonello da Messina per capire com’era il lago verde smeraldo, lucente nel sole, della conca d’oro.

Una città internazionale,la Palermo del tempo,dove tutti gli intellettuali del mediterraneo avevano udienza perché i re normanni, Guglielmo II tra gli altri,ma dopo di lui anche Federico Hohenstaufen erano straordinariamente tolleranti. Tutti potevano venire in Sicilia ed avere occasioni di lavoro e di successo.

Chi sono gli artigiani, i maestri mosaicisti che lavorarono a Monreale? Certo sono stati molti e su questo non c’è dubbio. Per decenni hanno lavorato,decine,centinaia di specialisti. Debbo dire che il del dibattito sull’argomento è molto complesso. Ma posso assicurarvi che nella storia dell’arte moderna, dai tempi di Gravina in poi, tutti (Salvini, Moresca ecc ecc.) si sono confrontati con l’affascinante problema di Monreale. E tutti accettano il fattore della Koinè, cioè la lingua condivisa da tutte le varie botteghe che lavorano a Monreale era il greco. Lo stile è quello bizantino.

E’ probabile che Guglielmo II abbia chiamato degli iconografi e dei capi-bottega, progettisti provenienti, direttamente, da Costantinopoli. Poi hanno assunto maestranze locali con la procedura del lavoro di sub-appalto, come si usa ancora, a ditte locali. Forse, in parte, ancora musulmane e parzialmente cristianizzate. Tutte lavorano insieme, evidentemente con una disciplina molto severa, e con una efficienza invidiabile per costruire l’iconografia del duomo di Monreale che è, secondo me, l’esempio più perfetto, più didatticamente efficace tra tutti i sistemi iconografici che il medio-evo abbia prodotto.

Infatti se uno entra nel duomo di Monreale capisce tutto,è tutto spiegato. Come inizia la storia (la creazione dell’universo), la creazione dell’uomo, il peccato d’origine poi il diluvio ecc.ecc.

E’ la historia salutis, la storia della salvezza. Come siamo nati,chi siamo,verso dove andiamo.

E andando nel presbiterio, cuore del duomo poiché luogo della consacrazione e eucaristica, troviamo nell’abside le storie di Cristo, le storie principali della vita di Cristo. Il presbiterio e l’abside sono il luogo cristologico per eccellenza.

Secondo la tradizione ortodossa,nel diaconicon sono raffigurate le storie mosaicali dell’apostolo Pietro e nella protesis quelle dell’apostolo Paolo.

I due proto apostoli su cui si regge la gerarchia e la dottrina della Chiesa sono raffigurati in questi due luoghi del presbiterio. Tutto questo, storia sacra, tempo dell’attesa, profezie dagli abissi dei secoli, testimonianze dell’Antico Testamento, dottrina, gerarchia, il tutto sarebbe nulla se non si concludesse in quella idea, genialmente fuori scala, che è il Cristo.

Questo Cristo che domina l’abside, volutamente e genialmente fuori scala, al di la di ogni proporzione poiché tutta la historia salutis si conclude con Lui, l’alfa e l’omega, colui che era che è e che viene e che ritornerà e giudicare i vivi e i morti.

Dunque una catechesi attraverso le immagini sacre. Tutto ciò affascinava Mons. Naro e che anch’io condivido naturalmente.

Come storico dell’arte, però, sono particolarmente affascinato dall’aspetto stilistico dei mosaici con delle tensioni di naturalismo, d’espressionismo tipicamente romanze, occidentali. Poi ci sono delle scritte in latino che fanno capire come la lingua latina stia sfarinandosi, stia, in qualche modo, declinando in una lingua nuova. Nella scena del sacrificio di Isacco c’è una bella scritta in latino che dice: estendas manum tuam a puero, togli la mano da quel ragazzo. E’ già italiano.

Oppure alla fine del diluvio, si vede l’arca che si arena, il patriarca che è uscito e le bestie che escono una ad una e con la scritta: cessato diluvio che dice che la mutazione della lingua latina è già in atto e che la lingua della Chiesa stava sciogliendosi per diventare idioma romanzo.

E’ affascinante la storia musiva del duomo di Monreale perché ci fa capire cos’è l’arte ossia la storia che si fa figura. E la storia è contaminazione, mutazione è compromesso ed è accordo tra culture diverse. Il duomo di Monreale lo testimonia benissimo. Cataldo Naro lo aveva capito. Aveva capito anche, perché non c’è solo la chiesa, c’è quella parte straordinaria che è il chiostro di Monreale.

Nei capitelli del chiostro è presente lo stile romanico classico che viene dalla Francia, da Arles, e il chiostro in quest’epoca non è solo un posto dove si passeggia si sta all’ombra, è molto di più. E’ una specie d’enciclopedia, è speculum mundi è repertorio classico. Vi si possono trovare Ercole, i ciclopi; si possono trovare gli animali, il lupo, la volpe, l’aquila, il leone. Sono tutti animali simbolici, ognuno di loro significa qualcosa. Un grande mistico irlandese scrive: omnis mundi creatura sicut liber aut figura nobis set in simbulo. Ogni cosa di questo mondo, sia un libro o come una pittura ci viene data sotto forma di simbolo. E’, cioè, immagine di se stessa e figura di altre cose. Il leone, ad esempio – lo troviamo anche a Monreale nel chiostro – è figura del diavolo, liberaci dalla bocca del leone recita un inno medievale, ma contestualmente è anche figura di Cristo. Perchè? Perché c’era una leggenda scritta da Plinio il vecchio, nella Naturalis Historia, che poi il medio-evo credette come vera, secondo cui quando i leoncini nascono sono morti. Però, dice Plinio, arriva il leone papà e soffia su di loro e ritornano in vita. Così il leone diventa simbolo di Cristo che porta la salvezza e fa risuscitare. L’allodola che si alza verso il sole dal campo di grano e,quindi,diventa simbolo di Cristo poiché il campo di grano è segno eucaristico. La potenza della simbologia medievale!

Tutto questo per dirvi come una chiesa sia un libro che può parlare, affascinare, insegnare. E questo Mons. Naro l’aveva capito bene. Dunque è questo il motivo della ristampa di questo prezioso volume. Il meticciato ci salverà, lo pensava anche Mons. Cataldo Naro.


Il Prof. Antonio Paolucci è nato a Rimini (1939),residente a Firenze è allievo di uno dei massimi storici dell’arte del ‘900 Roberto Longhi e con lui si laurea in storia dell’arte nel 1964 all’università di Firenze.Nel 1969 entra nella carriera direttiva dei beni culturali e ricopre,successivamente, l’incarico di sovraintendente a Venezia e a Roma,quindi a Firenze quella di direttore dell’opificio delle pietre dure e di direttore generale per i beni culturali della Toscana. Dal gennaio del 1995 al maggio del 1996, Paolucci ricopre la carica di Ministro dei beni Culturali italiani del governo presieduto da Lamberto Dini. Il sisma del 1997, segna per Paolucci gli anni più difficili e più impegnativi della sua carriera a causa dei gravi danni subiti dalla basilica di San Francesco ad Assisi che costituiscono una perdita sofferta ad un così grande tesoro. Lo vedo impegnato a dirigere il cantiere di restauro ,nella qualità di commissario governativo, e vive l’esperienza come una realtà della quale si è sempre detto orgoglioso. Paolucci è vice presidente del consiglio superiore dei beni culturali e presidente del comitato scientifico per le mostre d’arte delle scuderie del Quirinale. Consulente del Sindaco di Firenze per i musei civici e accademico dei Lincei. Studioso,con molte pubblicazioni a riguardo, di parecchi artisti del ‘400 e del rinascimento, Piero della Francesca, Michelangelo, Antoniazzo Romano,Luca Signorelli, Benvenuto Cellini. E’ l’attuale direttore dei Musei Vaticani.

Sorgente: Antonio Paolucci:Il Duomo di Monreale nelle tavole di D.B.Gravina. | TERRAMIA

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