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Ricordo del vescovo mons. Alfredo Maria Garsìa | La Voce di Campofranco

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Un Vescovo pellegrino

Omelia del vescovo Mario Russotto alla veglia esequiale nella Cattedrale di Caltanissetta

Il discorso di commiato di mons. Cataldo Naro, Arcivescovo di Monreale


Un Vescovo pellegrino

Dacché aveva lasciato il governo della diocesi di Caltanissetta, mons. Garsia aveva visto rapidamente declinare le sue condizioni di salute; fino al compiersi canonico del suo mandato, aveva servito la diocesi nissena con solerzia ammirevole; basti dire che circa un anno fa rientrava in città da un’ennesima visita pastorale, e mentre era alla guida è stato colto da un colpo al cuore che ha incrinato di più la sua salute. Era solo alla guida, anziché con il segretario don Gaetano Canalella, che di solito lo accompagnava nei suoi viaggi.

In passato aveva già subito anche un delicato intervento alla carotide; da quel momento il Vescovo confidava con semplicità di cuore nei colloqui con i sacerdoti e seminaristi come si evolvevano le sue condizioni. Da uomo appassionato di scienze fisiche e naturali (bisogna dire che si era laureato in Scienze matematiche e fisiche nel 1959, presso l’Università di Catania) era capace di svolgere osservazioni lucide sul suo stato di salute.
Non si tirava indietro dinanzi alle fatiche di viaggiare! Mons. Garsia più volte si è recato all’estero per visitare gli emigrati siciliani; nel suo pensiero c’erano emigrati siciliani ed immigrati maghrebini, come pure circensi, fieranti, rom e sinti, marittimi… Le dizioni precise del fenomeno migratorio divulgava come segno di rispetto dell’uomo di qualunque etnia, popolo, nazione… ben sapendo fra l’altro, come nella sua stessa diocesi, aveva inciso l’emigrazione verso l’estero (peraltro aveva favorito un convegno di studi sul tema). Mons. Garsia, non a caso, è stato per lungo tempo presidente della Commissione episcopale per le migrazioni.

Il profilo del suo carattere si coglie in una non lontana discussione politica in cui lui, ch’era accusato da quotidiani noti a livello nazionale (capofila della polemica “la Repubblica”), aveva fatto delle osservazioni contro le misure antimmigratorie del senatore U. Bossi. Per temperamento riservato, i suoi interventi non avevano carattere aspro.

Nel corso della sua attività pastorale in diocesi, dalla primavera del 1974 al settembre 2003, ha svolto tre volte la visita pastorale delle parrocchie della diocesi; l’ultima, quando le sue condizioni fisiche non erano più favorevoli. Due sono stati i momenti più evidenti del suo zelo pastorale: la celebrazione del Sinodo diocesano e il Congresso eucaristico. Il primo è stato un tentativo di rinnovamento delle strutture e attività della diocesi, in linea con le trasformazioni realizzate nella Chiesa dopo il Concilio; il secondo evento è stato concepito per l’edificazione e la pietà popolare intorno al mistero Eucaristico.

Per il rinnovamento degli studi teologici dei chierici aveva creato l’Istituto teologico “Mons. G. Guttadauro” e favorito che alcuni sacerdoti completassero gli studi di specializzazione nelle Università Pontificie di Roma. Per i seminaristi nutriva una attenzione speciale, quasi pudica: ne è un segno quel rammarico, assai triste, che comunicava anzitutto ai seminaristi, allorché uno dei suoi sacerdoti (l’unico caso che si sia verificato sotto la sua direzione) aveva abbandonato il ministero.

Si potrebbe lamentare reciprocamente che né lui aveva stretto solidi legami di amicizia e paternità pastorale con tutti i suoi sacerdoti e viceversa né il clero era abbastanza stato docile e pronto a seguire in spirito di obbedienza le sue indicazioni di governo; tuttavia si può cogliere in lui quell’ideale di sacerdote fedele alla Chiesa nel servizio sincero e metodico.

Ora il suo cammino terreno si è concluso; i ricordi su di lui e le preghiere a suo favore valgono come sosta (“ora i miei piedi si fermano dinanzi alle tue porte, Gerusalemme…” si legge in un salmo) che il pellegrino – il Vescovo in primis come guida dei fedeli – compie prima di entrare per sempre nella Città eterna.

Don Salvatore Falzone


Omelia del vescovo Mario Russotto alla veglia esequiale nella Cattedrale di Caltanissetta

Figlioli carissimi,

l’amata Chiesa nissena è tutta significativamente raccolta nella nostra Cattedrale, vegliando in preghiera per il compianto Mons. Alfredo Maria Garsia, settimo Vescovo di Caltanissetta e mio immediato predecessore.
Il suo malfermo stato di salute non ha retto ad una ennesima sofferenza del suo corpo. E la sua morte ci ha colti tutti di sorpresa, risvegliando in ciascuno di noi amore, stima, affetto e devozione per un grande e venerato Pastore di questa diocesi, che egli ha amato, servito e guidato con dedizione paterna e illuminata saggezza.

In quasi trent’anni di ministero pastorale, Mons. Garsia è stato sempre presente da un paese all’altro della diocesi, interessandosi dei problemi di tutti:
sacerdoti, giovani, famiglie, operai, emarginati, sofferenti… A tutti ha donato la parola di conforto e di speranza che viene dal Signore. Nel suo testamento spirituale, scritto nel 1981 e confermato lo scorso anno, Mons. Garsia ha scritto: «Grazie per tutte le anime che si sono avvicinate a me, come sacerdote, per avere luce e grazia. Figli generati nel dolore e nella gioia, tutti amati nel Signore. Anche gli immemori e gli ingrati. Per tutti prego e a tutti chiedo di perdonare i miei difetti e le mie incomprensioni».

Apostolo dei migranti, li visitò più volte da un capo all’altro del mondo, suscitando attenzione ai loro problemi nelle autorità civili. Coniugando evangelizzazione e promozione umana, incoraggiò iniziative piccole e grandi per il bene della comunità ecclesiale e civile.
Attento al rinnovamento della Chiesa rilanciata dal Concilio Vaticano II, promosse il primo sinodo della diocesi, perché la Chiesa nissena si rinnovasse nella missione. Con tenacia e fermezza volle, e con successo ottenne, che il Papa Giovanni Paolo II visitasse la diocesi. E il passaggio del Successore di Pietro ha segnato un solco indelebile nel suo buon cuore di Pastore, nei cari sacerdoti e in tutto il nostro amato popolo.
Ed oggi, caro fratello Alfredo Maria, il popolo di Dio che con zelo hai guidato e servito è qui in raccoglimento orante e devoto. Nel tuo testamento spirituale hai voluto far seguire alla gratitudine anche il perdono, da tutti e verso tutti: «A tutti e a ciascuno chiedo perdono, qualora, con qualcuno dei miei atteggiamenti o delle mie parole li avessi scandalizzati. Perdono, a mia volta, quanti mi sono stati causa di dolore e di sofferenza. Sono consapevole di non aver nutrito rancore verso nessuno e di avere amato ugualmente anche quelli dai quali non mi sentivo accettato o che sapevo avermi ingiustamente accusato».

Certo, se l’episcopato è un grande immeritato dono di grazia, esso è anche una grande croce che solo nel Crocifisso Risorto trova consolazione e comprensione. D’altra parte, come scrisse la Beata Madre Teresa di Calcutta: «L’amore per essere amore ci deve costare… l’amore è amare fino a sentirne dolore… l’amore è amare e sentire lo stesso amore del Signore Gesù».

Caro fratello Alfredo Maria, il tuo cuore di Vescovo è stato sempre attraversato dal pensiero della morte. Tu stesso, dopo appena sette anni di ministero episcopale, così hai scritto nel tuo testamento spirituale: «Accetto fin da ora, in isconto dei miei peccati, la mia morte, come quando e dove Dio vorrà». Eri consapevole di quanto diceva S. Ignazio di Lodola: «Il cuore sceglie quando sceglie la tua gloria, nella tua volontà costruisce la storia». E la storia ci chiede di essere sempre pronti all’incontro con Colui dal quale veniamo e al quale siamo diretti; Egli ci dà appuntamento ad ogni angolo dell’esistenza, ad ogni vicolo della storia.

In fondo, la vita è una quotidiana memoria mortis, è far memoria delle nostre radici, della nostra

Il discorso di commiato di mons. Cataldo Naro, Arcivescovo di Monreale

Avevo chiesto a mons. Garsia di parlare al clero di Monreale il prossimo 29 giugno in occasione della ricorrenza del trentesimo dell’ordinazione presbiterale che egli mi conferì proprio in questa cattedrale. Ed egli aveva accettato con prontezza e con gioia cogliendo il significato d’affetto e di gratitudine che l’invito portava con sé. Ed ora invece mi tocca dargli l’ultimo saluto, per il desiderio che egli stesso ha espresso e per il mandato che mi dà il vescovo mons. Russotto. Lo faccio con semplicità ma anche con qualche trepidazione, perché non vorrei sovrappormi con le mie parole al ricordo che, in questo momento, ne sono sicuro, ciascuno dei presenti fa valere davanti al Signore e col quale appunto dà il saluto al vescovo che ha personalmente conosciuto.

1. Un ricordo corale ma diverso

È un ricordo che, perché personale, non può non essere diverso da quello degli altri. Ciascuno di noi ha avuto un suo rapporto con mons. Garsia, l’ha conosciuto in un modo tutto suo, per un lasso di tempo più o meno lungo, con una familiarità più o meno grande, con una profondità di comprensione inevitabilmente diversa.

La sorella Vera che l’ha accompagnato fin dai primi passi della sua esistenza è depositaria di un ricordo più lungo e più intimo e che comprende gli affetti familiari più saldi e più radicati.

Il segretario don Tanino porta oggi all’altare il ricordo di una assiduità di rapporto che è stata davvero unica.

Il vicario generale mons. Campione rivive la memoria di tanti anni di vicinanza quotidiana nel governo della diocesi.
E così ciascun sacerdote, giovane o anziano, da lui ordinato o da lui conosciuto al momento della sua venuta nella diocesi, ripercorre la vicenda del suo incontro con il pastore che ha guidato la nostra Chiesa per quasi trent’anni.

E così fanno i tanti laici – uomini e donne, giovani e meno giovani – che egli accostò e ai quali diede fiducia mostrando di attendersi da loro un contributo decisivo nel far crescere la Chiesa nissena secondo la lezione del Vaticano II, cioè con la partecipazione attiva di tutti i suoi membri e con l’assunzione di una corale responsabilità non solo per l’evangelizzazione ma anche per la promozione umana del territorio.
E così fanno anche i religiosi e le religiose che l’hanno accolto tante volte nelle loro case nelle occasioni più diverse avendo modo, così, di misurare la sua stima per la vita consacrata.

Portano il loro ricordo anche i sacerdoti e i laici di altre diocesi che hanno apprezzato il ministero del vescovo Garsia e in particolare i sacerdoti della Chiesa di Siracusa e della Chiesa di Ragusa (fino agli inizi degli anni cinquanta appartenenti ad una stessa diocesi) che conservano memoria di lui ancora seminarista e poi giovane sacerdote a Siracusa, studente universitario a Catania e poi, seppure per non lungo tempo, arciprete ad Augusta.
E un loro personalissimo ricordo di mons. Garsia hanno anche i vescovi che partecipano a questa celebrazione, dal cardinale De Giorgi che, giovane vescovo, ricordo anch’io, da lui invitato tenne un corso di esercizi al nostro clero, e dal cardinale Pappalardo che lo consacrò vescovo nella madrice di Augusta, al nunzio apostolico mons. Romeo col quale aveva intessuto da tempo un rapporto d’amicizia e al vescovo mons. Russotto che gli è succeduto da meno di un anno alla guida della Chiesa nissena.

Ma un ricordo di lui, diverso da quello degli altri, hanno pure i sacerdoti che l’hanno collaborato nella guida della Migrantes e l’hanno accompagnato o comunque sostenuto particolarmente in quel servizio di visita agli emigrati italiani, specialmente a quelli nisseni, nelle varie nazioni d’Europa e d’America che egli sentì come un suo dovere di vescovo fin dagli inizi del suo episcopato.

Tutti, dunque, abbiamo un ricordo di lui, col quale lo salutiamo nel momento del suo passaggio da questo mondo a Dio. È un ricordo che riviviamo nella fede, davanti a Dio, coscienti di quel mistero che è l’incontro definitivo dell’uomo con Dio nella morte, in cui la nostra esistenza terrena viene vagliata dal giudizio misericordioso del Cristo Salvatore e ogni traccia di fragilità e di infedeltà è bruciata nel fuoco del suo amore. Ed è un ricordo, come ho detto, diverso per ciascuno di noi ma che è della stessa persona. E che, perciò, può avere qualche tratto comune, può essere detto in qualche modo coralmente o, almeno, essere attraversato da uguali sentimenti.

2. Il sentimento della gratitudine

Penso che tre sentimenti possono oggi accomunare il nostro ricordo di lui davanti al Signore, specialmente di quanti siamo stati avvantaggiati dal suo ministero episcopale. Il primo è di gratitudine, il secondo di preghiera per lui e il terzo è di richiesta a lui affinché continui a ricordarsi di noi nella luce del Risorto e a pregare per la sua Chiesa.

Innanzitutto la gratitudine per i doni che il Cristo Buon Pastore ha continuato a fare alla Chiesa di Caltanissetta attraverso il suo ministero. Cominciando dal dono immenso dei sacramenti: quanti siamo stati da lui ordinati presbiteri o diaconi permanenti, quanti hanno ricevuto da lui la confermazione, tutti gli dobbiamo riconoscenza per essersi fatto canale della grazia del Cristo per noi, nostro instancabile servitore in nome del Signore. E il nostro stesso ministero presbiterale non è stato che una semplice collaborazione al suo sacerdozio apostolico per il servizio al popolo di Dio. E accanto ai sacramenti il dono della parola semplice e facile che era una sua caratteristica e che ha messo generosamente al servizio della sua missione apostolica nella sua tanta predicazione, nei suoi tanti interventi, nelle sue numerose visite pastorali. E ancora il dono delle sue notevoli capacità umane di apertura e di colloquio con le persone che il ministero gli faceva incontrare.

Certamente egli ha voluto dare e ottenere amicizia, essere considerato un amico dalle persone che l’hanno avvicinato. Non sempre vi è riuscito. Ma l’ha desiderato intensamente e sinceramente. Quando gli studiosi collaboratori del Centro Cammarata gli abbiamo donato, in occasione del 25° della sua ordinazione episcopale, un grosso volume di saggi in suo onore intitolandolo Amicitiae causa, egli gradì molto l’omaggio e ancor più la motivazione dell’omaggio e non nascose la commozione. E quando, in occasione della mia ordinazione episcopale, volle donarmi un pastorale vi fece incidere le parole Amicitiae causa, in evidente richiamo al gesto mio e degli altri amici di qualche anno prima. Sì, avrebbe voluto sempre dare e ricevere amicizia. Ma non sempre è stato possibile.

Ma di lui, mentre gli porgo l’ultimo saluto, vorrei ricordare un altro tratto della sua figura episcopale che a me è sempre piaciuto ed è il suo sentire con spontanea naturalezza il legame con i vescovi predecessori, il suo percepirsi, non con argomentazioni intellettuali ma con immediato sentimento, un anello nella catena della successione apostolica per la guida della Chiesa nissena. Ricordo, come fosse oggi, l’impressione che mi suscitò uno dei suoi primi scritti sul «Monitore diocesano» in cui raccontava di un suo muto e solitario colloquio davanti al grande ritratto del suo santo predecessore mons. Intreccialagli che si conserva in episcopio. È una lezione che mi ha aiutato nel sentire, a mia volta, da presbitero, quasi fisicamente, la continuità della tradizione pastorale e spirituale della Chiesa nissena e, poi, da vescovo, ad assumermi il compito della continuità della testimonianza episcopale nell’antica e gloriosa Chiesa che il Signore ha voluto affidarmi.

Ma qui, forse, vado troppo sul personale. Quel che voglio dire è che tutti abbiamo indubbiamente un nostro motivo per fare del nostro ricordo del vescovo Garsia una via di rendimento di grazie al Signore per il suo ministero attraverso cui è stato il Signore stesso a raggiungerci, a farci partecipi dei suoi doni.

3. La preghiera per lui

E, accanto alla gratitudine, il secondo sentimento che può accomunare i nostri ricordi di mons. Garsia è la preghiera per lui.
Diceva Sant’Agostino ai suoi fedeli: «Forse molti semplici cristiani giungono a Dio percorrendo una via più facile della nostra e camminando tanto più speditamente quanto minore è il peso di responsabilità che portano sulle spalle. Noi invece dovremo rendere conto a Dio prima di tutto della nostra vita, come cristiani, ma poi dovremo rispondere in modo particolare dell’esercizio del nostro ministero, come pastori». Da quando sono vescovo sento la verità di queste parole, ma nello stesso tempo sento di essere sostenuto dalla preghiera di tanti. Senza questo sostegno di intercessione un vescovo non potrebbe esercitare con qualche efficacia il suo ministero.

E quanto maggiormente questo sostegno si impone nel momento in cui il vescovo si presenta al giudizio di Dio! Noi tutti e tanti altri anche non presenti oggi accompagniamo con la preghiera il vescovo per il cui servizio variamente abbiamo motivo di ringraziare il Signore.
Come egli ha chiesto nel suo testamento spirituale, il Cristo buon pastore gli sia giudice benigno e gli dia il premio per le sue fatiche e, soprattutto, per l’amore che ha avuto alla sua Chiesa.

Come tutti sappiamo, mons. Garsia, forse come abitudine derivatagli dalla sua laurea in matematica e dal suo insegnamento nel seminario di Siracusa, usava i numeri, anche nel fare bilanci pastorali. Certo, in questo momento egli può presentare al Signore un bilancio apostolico che è pieno di cifre consistenti, cominciando dalle numerose ordinazioni presbiterali e dai tanti pellegrinaggi diocesani e tanti viaggi tra gli emigrati, e che comprende l’impegno straordinario che mise, durante tutta una prima fase del suo governo episcopale, per far calare nella diocesi la tematica della promozione umana connessa all’evangelizzazione e, in una seconda fase, per la preparazione, celebrazione e poi attuazione del sinodo diocesano e, poi ancora, per la buona riuscita di alcuni eventi memorabili nella storia della diocesi, tra cui primariamente la visita di Giovanni Paolo II nel 1993, o per l’avvio di alcune importanti iniziative, quali l’Istituto teologico Guttadauro o la casa del clero presso l’abbazia di Santo Spirito o la Fondazione Mazzone. E, certo, potremmo continuare nell’elencare le voci e i numeri di un cospicuo bilancio.

Il Signore premi tanta fatica ma consideri soprattutto la dedizione che le realizzazioni hanno comportato, l’amore di cui esse sono solamente segno. Tutto passa ma l’amore resta. E con l’amore la speranza e la fede, cioè quella conoscenza del Signore che, mentre siamo su questa terra, sperimentiamo tra le ombre e poi, dopo la nostra morte, nella visione dell’incontro faccia a faccia col Signore. Questa visione il Cristo Signore conceda al suo servitore.
Non potrò dimenticare la frase che mi disse consegnandomi il pastorale donatomi: «È il simbolo del governo del gregge di Cristo, ma serve anche per appoggiarvisi e riposare dalla fatica del ministero: te ne accorgerai». Sì, fare il vescovo affatica. Ma fa crescere nell’amore, spoglia gradualmente di se stessi e di ogni propria ambizione, impone una disponibilità crescente, richiede l’ascesi di un’attenzione delicata alle singole persone, affina i sentimenti e fa esercitare il perdono.

Ora per mons. Garsia è finita la fatica. Resta solo l’amore in cui è cresciuto proprio facendo il vescovo e in cui ora gode la visione di Dio. 4. Il ricordo che lui ha di noi

Il terzo sentimento che accomuna il ricordo che ciascuno di noi ha del vescovo Garsia è quello della richiesta a lui della preghiera per noi. Lo sappiamo: la morte non distrugge i vincoli che ci legano alla terra, nell’incontro definitivo col Signore risorto portiamo il nostro mondo, facciamo entrare nell’eternità la nostra storia. Giustamente osservò Kierkegaard nel suo Diario che la differenza tra paganesimo e cristianesimo si può misurare dalla frattura che il paganesimo poneva tra la vita futura e l’esistenza terrena e che è rappresentata dall’immagine delle anime che per raggiungere i campi Elisi avrebbero dovuto bere l’acqua del fiume Lete che faceva loro dimenticare la vita terrena. Al fondo c’era la convinzione che per godere della pace eterna è necessario l’oblio totale degli affanni di questa vita. Non così per il cristianesimo: il Cristo risorto porta la sua storia nella gloria del Padre, resta in eterno il Crocifisso. E lo stesso è per tutti coloro che sono una sola cosa con il Risorto: niente è dimenticato, tutto il bene è valorizzato, il male è giudicato e il peccato confessato è perdonato. Mons. Garsia porta con sé al Cristo risorto la Chiesa che gli fu affidata da servire, unisce a sé nella liturgia celeste tutti coloro che ha incontrato, quanti ha voluto bene ed anche quelli con i quali non è stata facile la comprensione. Nell’incontro definitivo con Dio si dissolvono i nostri limiti morali, si superano i condizionamenti dell’indole e resta solo l’amore. Su questo amore contiamo, sul legame del vescovo Garsia con ciascuno di noi facciamo affidamento, al suo ricordo ci raccomandiamo, la sua intercessione gli chiediamo.

In fondo basta solo che ci ricordiamo di lui per vivere del ricordo che egli ha di noi e, anzi, non può non avere di noi. Nella comunione col Signore risorto egli ora non può non amarci, non può non ricordarci, non può non sostenerci con la sua intercessione. Aveva ragione ancora Kierkegaard quando diceva che non è affatto vero che i morti hanno bisogno del nostro ricordo tanto che se li dimentichiamo li facciamo morire una seconda volta. Pensare così è da pagani. Per i cristiani è esattamente vero il contrario: siamo noi che per vivere abbiamo bisogno di ricordarci che i nostri morti sono presenti nella nostra vita, ci ricordano costantemente davanti al Signore, ci accompagnano con la loro preghiera. Il nostro saluto a mons. Garsia è di fatto impegno a coltivare il ricordo di lui per poter vivere del ricordo che egli continua ad avere di noi.

Sorgente: La Voce di Campofranco

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