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Il terremoto del Belice nel ricordo di don Saverio Catanzaro | AgenSIR

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filippo-passantino13 gennaio 2018 Filippo Passantino

100-don-Saverio-CatanzaroIl sacerdote, 82 anni a marzo, è testimone del terremoto che colpì, il 14 gennaio 1968, i paesi della Valle del Belìce. Di più, fu uno dei primi soccorritori e punto di riferimento per prefettura e forze dell’ordine nei giorni successivi alla devastazione che rase al suolo diversi paesi, tra la provincia di Trapani e Agrigento. Quel giorno don Catanzaro, parroco a Caltabellotta, si trovava a Menfi, suo paese d’origine nell’Agrigentino, colpito dal terremoto, per celebrare il battesimo di un nipote. Rimase lì anche nel pomeriggio e di sera

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Nella memoria conserva i momenti di panico e apprensione: i tentativi della gente di mettersi in salvo mentre gli edifici cominciavano a sbriciolarsi, i primi soccorsi che prestò al fianco dell’allora arcivescovo di Agrigento, mons. Giuseppe Petralia. Sono trascorsi cinquant’anni, ma don Saverio Catanzaro scorre gli orari delle scosse, contandole sulla punta delle dita, con mente lucida: 13.29, 14.22, 23.25. “Poi, la devastazione”. Il sacerdote, 82 anni a marzo, è testimone del terremoto che colpì, il 14 gennaio 1968, i paesi della Valle del Belìce. Di più, fu uno dei primi soccorritori e punto di riferimento per prefettura e forze dell’ordine nei giorni successivi alla devastazione che rase al suolo diversi paesi, tra la provincia di Trapani e Agrigento. Quel giorno don Catanzaro, parroco a Caltabellotta, si trovava a Menfi, suo paese d’origine nell’Agrigentino, colpito dal terremoto, per celebrare il battesimo di un nipote. Rimase lì anche nel pomeriggio e di sera. “Dopo le prime scosse, eravamo scappati tutti nelle campagne. Avevamo dormito nella mia Fiat 500 – racconta al Sir -. Alle 8 della mattina successiva una macchina si fermò di colpo vicino a me. A bordo c’erano due persone di Santa Margherita Belìce che mi avevano riconosciuto. Cominciarono a dirmi: ‘È caduta la chiesa madre, ci sono morti, danni al Palazzo Cutò. Allora ho capito che si trattava di qualcosa di grave. Così sono andato subito a Santa Margherita, dov’ero stato per tre anni aiutante parroco”. Da quel momento, l’inizio di un’esperienza che avrebbe cambiato la sua vita. E che non avrebbe più dimenticato. Domani sarà nello stesso luogo di allora, in cui lo incontriamo, nella parrocchia di Menfi, a celebrare Messa.

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La Chiesa in prima linea nei soccorsi. I ricordi di don Catanzaro riflettono l’impegno di una Chiesa subito all’opera per aiutare chi era riuscito a mettersi in salvo e nella ricerca dei dispersi.

“Con l’arciprete di Santa Margherita siamo andati in giro con un megafono per vedere se qualcuno aveva bisogno di aiuto. Erano in tanti, qualcuno voleva notizie dei parenti o qualcun altro degli amici. Della chiesa erano rimaste macerie. Intanto, cominciavano ad arrivare pompieri, carabinieri e l’esercito”.

mons-giuseppe-petraliaNella tarda mattinata arrivò anche mons. Petralia. “Mi disse di restare lì ed essere il punto di riferimento per gli aiuti che avrebbe mandato, di cercare un magazzino dove metterli. Così ho fatto”. Nella voce del sacerdote, pause e silenzi di chi sa che il tempo non ha sanato una ferita che si rinnova nel racconto. “Si costituirono dei gruppi, l’esercito montò le tende. Il prefetto mandò sei pullman dove dormire, nella notte tra il 15 e il 16 gennaio. Ci mandarono del pane, ma era poco per tutti. Lo distribuii nei pullman. Tante gente l’indomani mi chiedeva cibo e omogeneizzati. Da altre città vennero persone a cercare i parenti – ricorda commuovendosi -. Era straziante cercare, a volte non si sapeva neppure dove”.

mons-giuseppe-petraliaGli aiuti inviati dalle diocesi. La presenza di mons. Petralia è ricorrente nelle parole dell’anziano sacerdote. “Veniva ogni giorno a Santa Margherita. Poi mandò anche altre persone dalla curia con diversi aiuti. Dalla diocesi e dalla prefettura mandarono coperte, poi anche il pane. Perché i forni non funzionavano. Chiesi gli omogeneizzati, il giorno dopo ce li portarono”. Quindi, uno dei primi compiti fu quello del censimento delle persone nelle tendopoli. “Il prefetto mi diede l’incarico di seguire i 40 giovani dell’Unesco che lo avrebbero realizzato sia a Santa Margherita sia a Montevago. È stato importante perché ci ha aiutato quando sono venuti i familiari a cercare i parenti”. Poi, la costruzione delle prime baracche. “La prima serviva per celebrare la Messa e per riunirci per capire quali erano i bisogni. L’arcivescovo di Palermo, il cardinale Ruffini, mandò quattro assistenti sociali. Ci fu una convergenza di attenzioni e una grande solidarietà da parte di tanti”. Nel tempo si avvertì una nuova esigenza, quella dei farmaci. “La farmacia di Santa Margherita non si riusciva ad aprire perché la saracinesca si era piegata, a Montevago l’edificio era caduto”. Un altro problema da fronteggiare erano il freddo e le condizioni di salute degli anziani. “Diversi sono sopravvissuti al terremoto, ma sono morti per la broncopolmonite”.

Un dramma infinito. Una nuova forte scossa fece tremare la terra il 25 gennaio, alle 10.52. In quell’occasione Montevago fu il paese più colpito. Si contarono 98 morti e strutture letteralmente rase al suolo.

“L’arcivescovo aveva sentito che tutto era crollato. Così volle andare lì. Siamo arrivati a bordo della jeep dell’esercito, attraversando una strada di campagna e superando diverse case distrutte. Abbiamo trovato persone in mezzo alla strada che piangevano, cercavano amici e parenti sotto le macerie”.

Il primo impatto fu disarmante. “Abbiamo saputo che due suore erano sotto le macerie. La mamma del cappellano, don Giovanni Castronovo, era morta, la sorellina Crocetta si era ferita al piede, era stata sotto un masso per diverse ore, nella notte. L’abbiamo soccorsa con l’arcivescovo, che si è assunto il compito di chiamare i parenti di una signora morta e di portare con sé il cappellano sotto shock. Anche il parroco rimase sotto le macerie e si ruppe una gamba. Mons. Petralia mi chiese di trasferirmi lì”.

don-saverio-catanzaroIl sacerdote senza nome che “ha salvato solo la pisside”. Era stato immortalato in una fotografia pubblicata su “Famiglia Cristiana”, nel numero dell’11 febbraio 1968. Il sacerdote “senza nome” che “ha salvato solo la pisside” è proprio lui: don Saverio Catanzaro. Per la prima volta, dopo 50 anni, la stringe tra le mani. E ricorda quei momenti. “Stavo cercando le suore sotto le macerie. Mi accorsi che c’era un blocco enorme, era l’altare della chiesa del Carmine. I vigili del fuoco lo sollevarono. Si aprì il tabernacolo e caddero la pisside e le ostie sulle macerie. Qualcuno dei soccorritori mi chiese di fare la comunione. Poi, portai la pisside al sicuro, nel seminario francescano”. Una corsa rallentata dai flash dei fotografi. “I giornalisti mi chiedevano il nome, ma non l’ho voluto dire. In quel momento pensavo solo a mettere al sicuro le ostie”.

I volti dei terremotati. Crocetta, trasferita all’ospedale di Castelvetrano da Montevago, Giulia estratta dalle macerie di Palazzo Cutò, a Santa Margherita, dove ha perso sia il padre sia la sorella. E poi Enzo e Nicola, due ragazzi rimasti orfani, ospiti nell’auto-cappella donata a don Catanzaro, un pullman che permetteva di allestire un altare per le Messe celebrate per strada. Sono i nomi e i volti di alcuni dei ragazzi che hanno perso i loro familiari a causa del terremoto. “Persone oggi grandi con cui sono rimasto in contatto”. E proprio quell’auto-cappella ospitò il primo matrimonio nella Valle del Belìce dopo il terremoto, celebrato dal sacerdote. “Una coppia di Montevago si sarebbe dovuta sposare nei giorni successivi al sisma. Il matrimonio fu rinviato e poi celebrato grazie a questo mezzo che ci fu messo a disposizione”.

La ricerca dei dispersi. Il prefetto di Agrigento trovò in don Catanzaro una mano tesa anche per uno dei compiti più difficili: aiutare chi cercava i parenti a individuarli negli ospedali o a riconoscerli tra i cadaveri.

“Era straziante”, ricorda il sacerdote. “A Montevago tutti i cadaveri recuperati sono stati distesi e coperti da teli davanti all’entrata del cimitero. Il prefetto mi mandò le mascherine e gli spray per guidare i parenti nella ricerca dei dispersi tra i corpi di chi non ce l’aveva fatta”.

Dalle sue labbra riaffiora il nome di Margherita, una giovane donna. Il fratello era giunto da Torino per cercarla. “Non la riconosceva tra i cadaveri. Girammo diversi ospedali. Ma non era neppure lì. Si scoprì che era sepolta tra le macerie”.

La lenta ricostruzione. La ricostruzione nella Valle del Belìce cominciò nel 1978, dieci anni dopo il terremoto. Un tempo ampio durante il quale gli abitanti delle zone colpite hanno vissuto nelle baracche, mentre le demolizioni delle strutture rimaste in piedi si ripetevano con continuità. “Così sono state cancellate memorie meravigliose della nostra terra. Genio civile e sindaci hanno permesso la demolizione di numerose chiese. Si è verificato un proliferarsi di interessi di chi voleva abbattere per guadagnarci”. La legge per la ricostruzione è stata approvata nel 1977, mentre “si ripetevano le nostre marce”. “Una lentezza enorme. Anche lo Stato non era preparato ad affrontare questa situazione. Man mano la gente andava via. Anche i nostri studenti. Ho accompagnato alcuni bambini rimasti soli fino alla stazione di Palermo, dove li attendevano gli assistenti sociali ai quali li abbiamo affidati. Alcuni di loro sono ritornati, altri no”.

Source: Il terremoto del Belice nel ricordo di don Saverio Catanzaro | AgenSIR

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