Cultura

“La Calabria? Ricca, ma infeconda” | Calabria Informa

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23 marzo 2009 – di Romano Pitaro

”La Calabria? Ricca, ma infeconda”
Intervista a mons. Antonio Staglianò

Arrivederci o addio? Come salutare  don Tonino Staglianò? Teologo fine, dopo la partecipazione a decine di  conferenze in giro per il mondo, tornava a fare il  mestiere di parroco a   Le Castella di   Isola Capo Rizzuto. Dov’è nato 49 anni fa. La madre Angela,  casalinga, il padre, Gregorio, contadino.  In una delle realtà più difficili del Mezzogiorno.
Rettore dell’istituto teologico,  consulente della Cei per il progetto culturale,   don Tonino a   Nola  sarà  il    vescovo, scelto il 22 gennaio  da Benedetto XVI,   di una diocesi che comprende 212.000 persone.
Destino degli uomini di Chiesa è andar dove si vuole in alto. E   ubbidir tacendo.  Non è stato così per monsignor Bregantini  di colpo sottratto alla Calabria?  Stiate certi, tuttavia,  che di quel dissidio interiore (se ci fosse)  non se ne avrà rumore. Senz’altro  sarà cosi  per monsignor Staglianò.  Sulla cui testa,  a Crotone, il 19 marzo scorso, si sono poggiate le mani esperte  del cardinale  Ruini. Strenuo difensore del diritto alla vita, al punto  da invitare i cattolici, nel  2005,  a non recarsi alle urne, quando c’è stato il referendum per l’abolizione della legge sulla fecondazione assistita.
Se  Noto  può esultare per l’arrivo di questo  vescovo,   la Calabria non tanto.  Perché rinuncia a un intellettuale stimato,  la cui critica  ha sferzato   l’immobilismo atavico della regione. Credulità popolare e superstizione miracolistica compresa.

Arrivederci o addio?
Salutiamoci semplicemente. Il mondo è un villaggio globale. Le distanze non sono mai esagerate. Tanto più che la Sicilia ha tante affinità con la Calabria. E’ come la Calabria in proporzioni relativamente più grandi. C’è tanta attesa per il mio arrivo. Mi sento a casa. Quanto alla Calabria che amo, gli affetti restano e non mancherò di lavorare anche per il suo sviluppo pastorale: è la bellezza del mistero della Chiesa cattolica, che è una comunione di Chiese, le quali non sono “parti” di un tutto, ma piuttosto il “tutto in un luogo”.

Da un anno si sta occupando dell’organizzazione del V Convegno di tutte le chiese calabresi che si terrà a ottobre. Ora lascerà?
No. Quello del V Convegno ecclesiale non è mai stato un impegno come gli altri. Mi è stato chiesto  di continuare come “coordinatore centrale”. Ci sono tante persone, piene di creatività, che stanno già lavorando per la seconda fase. La Chiesa è comunione, cioè “nessuno è solo”. La Chiesa di Noto non soffrirà per il tempo che dedicherò a questo servizio.

La  prof. Carmela Vircillo Franklin, a capo dell’American Academy, ha detto che ogni volta che torna in Calabria e va in chiesa  non ne esce incoraggiata, “nè dalla fede dei fedeli né dalla mancata preparazione del clero”…
Antonio Rosmini – nel suo primo libro messo all’Indice, Delle cinque piaghe della Santa Chiesa – individuava nell’insufficiente istruzione del clero (tradotta da alcuni “ignoranza del clero”) la piaga della mano destra. E per chi come me non è mancino, è tutto dire. Noi lavoriamo ancora contro la piaga perché almeno non diventi cancrena: i risultati sono nella mani di Dio. Il problema però permane. Le trasformazioni culturali sono travolgenti.  Perciò i vescovi sono impegnati nella formazione permanente del clero e di tutto il popolo di Dio. La formazione permanente sarà decisiva per il futuro delle nostre comunità cristiane.”

Uno dei problemi su cui si è concentrato in Calabria  è stata la comunicazione in rapporto all’ individualismo e all’ omologazione dei giovani. Vuole fare il punto?
Le condizioni sociali in cui versano tanti giovani calabresi impediscono rapporti veri  e bloccano la comunicazione. La Chiesa si fa   interprete del disagio giovanile in particolare  a Crotone. Il consumo di alcool comincia ad interessare 7 su 10 dei nostri ragazzi, cosi come colpisce la facilità con cui i figli derubano i genitori di qualche prezioso ricordo per andarlo a cambiare subito e ricavare denaro Il mio Arcivescovo, Mons. Graziani, ha sottolineato che solo a Crotone sono propagandate almeno tre agenzie di questi “monti di pietà”; con un limite di accesso di 16 anni! Questi dati fanno pensare.  E’ urgente  stabilire con i giovani  una comunicazione capace di trasmettere valori. Non è possibile lasciarli soli. In realtà, le giovani generazioni diventano nel temperamento sempre più fragili, mentre si perde  il senso stesso dell’autorità e della tradizione. La vita si vive all’insegna dell’esperimento, dentro una fiumana di sentimenti e  di decisioni che non valgono nemmeno l’istante in cui sono prodotte: tutto scorre, e velocemente. La provvisorietà estrema è la condizione di tutti gli affetti e i legami, da quelli familiari e politici, da quelli religiosi e sociali. Tutti  devono interrogarsi sulla propria scarsa presa comunicativa.

Cosa fare secondo lei ?
I giovani consumano tutto nell’individualismo. Le parrocchie e la Chiesa in genere conoscono le difficoltà della comunicazione tra i giovani. Ciò che la blocca è la mancanza di un ambiente favorevole, mentre le antiche strutture, famiglia e  scuola, si sfaldano e perdono il loro ruolo di integrazione sociale, lasciando i giovani esposti  al bombardamento  della pubblicità commerciale che li rende incapaci di scelte vere nell’orizzonte di un consumismo in cui tutto è relativizzato. I sociologi parlano di un disorientamento dell’io per il quale il soggetto si disperde in una marea di scelte che non lo liberano, ma lo opprimono, senza poter avere il riferimento a basi stabili o a certezze che aiutino la persona a decidersi per scelte che valgano la fedeltà di una vita.

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Sono i rischi di un mondo in cui i processi di comunicazione sono sterilizzati…

L’organizzazione tecnologica forgia un mondo apparentemente dominato dalla razionalità, l’ordine degli affetti è lasciato a uno spontaneismo sregolato, nel quale ognuno fa da sé, con una forte tendenza al conformismo e alla omologazione.  E’ importante ricostruire la capacità di stare insieme tra i giovani e quindi esaltare la dimensione comunitaria della loro esistenza. Orientarli su progetti di vera amicizia, di legami di grande solidarietà. Qui la pastorale delle Chiese è interpellata. Un esempio lo traggo dalla mia esperienza a Le Castella:  per la festa religiosa patronale, i fuochi di artificio sono stati eliminati per non  sprecare il denaro. Si potrebbe proporre   di organizzare “progetti di solidarietà”. Mandare in zone “depresse” del mondo un gruppetto di nostri giovani a lavorare, servendo i più poveri: farebbero una grande esperienza umana, che li cambierebbe per tutta l vita in senso positivo e in più guadagnerebbero quel piccolo stipendio per il quale, almeno d’estate, si svendono al primo offerente. Non sarebbe bello? Si. E invece!

C’entrano anche i media in questa polverizzazione umana e sociale?
Certo, a forgiare questa nuova condizione umana hanno contribuito anche le accelerazioni del quotidiano vivere causate dalle innovazioni tecnologiche nel campo dei medi. Le reti di comunicazione ridefiniscono l’idea stessa della comunità, rompono i quadri di riferimento del passato, stabiliscono nuovi ritmi stessi all’esistenza, introducendo una dirompente destrutturazione del nucleo familiare. La famiglia (ma anche la parrocchia) ha difficoltà a definirsi  come luogo in cui si trasmettono contenuti. Tanto più che il successo dei new media sembra consacrare l‘atto dello scambio comunicativo (prevalentemente emozionale) con una abbondante indifferenza circa i contenuti trasmessi.

Che tipo di Calabria si lascia alle spalle?
Una terra ricca,  in termini di bellezza geografica e di risorse umane. C’è però  qualcosa che rende questa ricchezza infeconda in tutti i settori.  L’individuazione delle  cause è  spesso nascosta  con le scusanti della presenza del malaffare e della delinquenza mafiosa. Ma queste sono manifestazione di ben altra sofferenza. Con lo sguardo della fede, si deve dire che il problema è nel cuore dell’uomo, oggi oppresso da certa cultura del consumo e del mercato. Auspico che in Calabria si possa, a ogni livello, recuperare la dimensione sociale del vivere, che ci si impegni in processi di sviluppo comune. Le risorse ci sono, ma vanno messe insieme,  nella maniera più trasparente, se vogliamo che siano feconde.

Sorgente: Calabria Informa – ”La Calabria? Ricca, ma infeconda”

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