Cultura

Presentazione del volume “L’altra resistenza” | Arcidiocesi di Monreale

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Cinisi, 9 maggio 2015

mons-michele-pennisiIntervento di Mons. Michele Pennisi

Arcivescovo di Monreale

mons-michele-pennisi PRESENTAZIONE DEL VOLUME “L’ALTRA RESISTENZA

Cinisi, 9 maggio 2015

Intervento

Sono lieto di partecipare alla presentazione di questo volume edito dalla edizioni Paoline: “L’altra resistenza. Storie di eroi antimafia e lotte sociali in Sicilia” del prof. Giuseppe Carlo Marino e del giornalista Pietro Scaglione, che ringrazio.

Il prof. Giuseppe Carlo Marino, analizza – in maniera «diacronico-sincronica» – tutte le varie forme dell’antimafia, da quella istituzionale a quella sociale, da quella giudiziaria a quella popolare, da quella laica a quella di matrice cristiana, inserendole nel loro contesto storico. Dal saggio emerge il legame fra mafia e potere politico ed economico e la critica della mistificazione di mafia ridotta a criminalità organizzata.

La seconda parte del volume, scritta dal giornalista Pietro Scaglione, descrive analiticamente un secolo di storia (dai Fasci Siciliani all’uccisione di padre Puglisi) e approfondisce il tema del movimento antimafia, delle lotte contadine e delle lotte sociali, valorizzando il ruolo del mondo cattolico, ricordando i sacerdoti e i sindacalisti (uccisi e dimenticati), ma anche le vittime della repressione.

La pubblicazione del volume è impreziosita dalla prefazione di don Ciotti ed è dedicato a papa Francesco, affinché, come si augura lo stesso don Ciotti, l’esempio del pontefice, così chiaro e netto, possa sgombrare il campo da quei silenzi e quelle ambiguità caratterizzanti in passato l’atteggiamento di una parte di chiesa nei riguardi delle mafie.

Nel mio intervento vorrei soffermarmi brevemente sul contributo del Movimento cattolico, che si opponeva allo Stato liberal-massonico nel contrasto alla mafia, a cui però poi segue un secondo periodo in cui si sarebbe affievolito fino ad un quasi totale esaurimento l’impegno contro la mafia, per arrivare ad un terzo periodo nel quale, anche per l’impulso di san Giovanni Paolo II ed ora di papa Francesco l’episcopato siciliano avrebbe caratterizzato l’opposizione alla mafia a partire da categorie evangeliche. Tra le figure del mondo cattolico di quest’ultimo periodo vanno citati Piersanti Mattarella, Rosario Livatino e il beato don Pino Puglisi.

Tutte e due gli autori citano quanto nel 1877 scriveva la “Sicilia cattolica” organo ufficiale della arcidiocesi di Palermo: “per giungere ad alcunché di positivo bisogna tagliar corto con i rispetti umani, bisogna non transigere con la mafia” (18 marzo 1877). E parlava della “magia in guanti gialli” (quelli che oggi noi chiamiamo “colletti bianchi”). Sarebbe interessante continuare la ricerca nei vari periodici cattolici dell’epoca.

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A titolo esemplificativo voglio citare l’atteggiamento di don Luigi Sturzo nei confronti della mafia, che mi da l’opportunità di accennare a come il fenomeno mafioso è stato interpretato dal prete calatino nelle varie fasi del suo sviluppo nel secolo scorso.

L’impegno di don Luigi Sturzo per contrastare il fenomeno mafioso inizia prima del suo impegno amministrativo di consigliere comunale, di consigliere provinciale e di pro-sindaco come un impegno educativo attraverso la stampa e il teatro popolare.

L’impostazione critica di Sturzo contro la presenza della criminalità mafiosa e delle sue connivenze con i mondi dell’economia, dell’amministrazione e della politica emerge, in un articolo pubblicato il 21 gennaio 1900 sul periodico da lui diretto “La Croce di Costantino” intitolato “Mafia”, in occasione del caso Notarbartolo. Scrive: “chi ha seguito con attenzione il processo, vedrà come quest’ultimo è un effetto della mafia, che stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica; di quella mafia che oggi serve per domani essere servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche a Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini, creduti fior d’onestà, ad atti disonoranti e violenti Oramai il dubbio, la diffidenza, la tristezza, l’abbandono invade l’animo dei buoni, e si conclude per disperare. Finché vi era una magistratura da potervisi fidare, incorrotta, cosciente dei propri doveri, superiore a qualsiasi influenza politica, potevasi sperare,poco sì ma qualche cosa di buono. Ora nessuna speranza brilla nel cuore degli italiani”. E aggiunge: “gli alti papaveri commettono all’ombra concussioni, furti omicidi; e quando si è arrivati con l’acqua al collo, si tenta il salvataggio. I giornali son pieni di fatterelli e fattacci della mafia siciliana e specialmente dell’on. Palizzolo; son lunghe narrazioni di imbrogli e sopraffazioni durati da un trentennio e più; con l’appoggio di tutti i governi e i ministeri. E’ la rivelazione spaventevole dell’inquinamento morale dell’Italia, sono le piaghe cancrenose della nostra patria, la immoralità trionfante nel governo”.

Il tono è quello dell’intransigentismo cattolico ma il tema della moralizzazione della vita pubblica rimase la principale battaglia che Sturzo  intraprese fino alla morte.

A proposito di questo testo Gabriele De Rosa parla di “lucidità e di “preveggenza” nel descrivere il complesso mondo della mafia.

Quest’analisi lucida e spietata della mafia egli la porta in scena un mese dopo il 23 febbraio 1900 con un dramma in cinque atti rappresentato nel Teatro Silvio Pellico di Caltagirone intitolato “La mafia” nel quale, senza mezzi termini, si fa riferimento al processo Notarbartolo, è continuato fino alla morte dello statista.

Da questo dramma si possono ricavare alcune manifestazioni del fenomeno mafioso il cui scopo è il lucro e il cui mezzo principale è il ricatto. In esso si inserisce il potere politico che chiedendo alla mafia dei servizi li ricompensa attraverso favori e atti illeciti. La regola indispensabile per questo complesso intreccio di interessi è l’omertà che lega inevitabilmente i vari livelli di potere istituzionale, politico,economico, tra cui la mafia finisce per assumere un ruolo di mediazione e di controllo complessivo della situazione. Tutto questo non lascia spazio di recupero morale e di ribellione alla logica mafiosa tranne in qualche eroe solitario come nel dramma citato il cav. Ambrosetti che muore assassinato. Nel dramma c’è la denunzia di Sturzo che aveva lo scopo di educare il popolo per formane la coscienza ad una cultura della legalità e della moralità, che risultavano assenti o sopite.

Su questo dramma Leonardo Sciascia scrive che a Sturzo “bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino.”

Quando Sturzo divenne amministratore locale il tema da letterario divenne esistenziale per gli scontri che egli ebbe con la mafia presente anche nel catanese attraverso i gabellotti, i caprai, i campieri e i politici che usavano metodi violenti per condizionare il voto dei cittadini come nel nisseno l’on. Pasqualino Vassallo. Basta leggere i carteggi che egli scambiava con i consiglieri cattolici dei vari comuni.

Nel periodo fascista in occasione delle elezioni politiche del 6 aprile 1924 egli parlò di “una pagina scandalosa… per l’illegalismo più sfacciata, per la truffa elettorale, per il trucco elevato a sistema, per la delinquenza fatta signora a padrona della Sicilia”. Ed esemplificava:” La mafia di Partinico e di Carini, ieri al servizio di un Orlando democratico, oggi è al servizio di un Orlando fascista… L’on. Carnazza, quando da liberale moderato combatteva De Felice, provò cosa volesse dire quella coalizioni di bassi fondi del caprarismo della sua provincia, detta la squadra del baltico. Oggi, elevato al rango di vice re fascista della Sicilia sa usare… delle squadre del baltico e della mafia organizzata con maggiore raffinatezza di quanta non ne ebbe il suo volgare ex competiorre”. (Per il Rinascimento del Mezzogiorno, 16 aprile 1924).

A proposito dell’operazione antimafia del prefetto Mori scrisse che egli “epurò la mafia nel modo più fascistamente pubblicitario…Tutto il mondo seppe che quel che né i Borboni di Napoli, né i governi liberali di Roma avevano saputo fare in un secolo, Mussolini fece in un anno o pocomeno… Mussolini si accorse che i mafiosi siciliani facevano del vento di fronda al sopraggiungere di una mafia in grande quale il fascismo. Molti furono fascistizzati, gli altri mandati in galera”. (Rennel of Rood e la Sicilia, in “Il Mondo, novembre 1943).

Questo Sturzo lo scrive dall’esilio americano nel novembre 1943 in un articolo in cui criticava alcuni comandanti anglo-americani che favorivano in Sicilia il peggio della classe dirigente fatta di latifondisti ed agrari con simpatie separatiste e intessevano relazioni pericolose con l’alta mafia.

Don Luigi Sturzo fu uno dei pochi politici che denunciarono senza timori l’esistenza di una mafia criminale e non come innocuo costume isolano e nelle vesti di sociologo comprese le cause più profonde del fenomeno e le sue tendenze all’urbanizzazione.

Scrisse nel 1949 parlando della mafia: «È di moda, lo scrive la stampa comunista e lo ripete quella indipendente, dire che la mafia in Sicilia sia fenomeno di povertà e di condizioni economiche arretrate. A farlo apposta la mafia fiorisce nella Conca d’oro, tra Palermo-Villagrazia-Monreale e si estende in zone prospere quali quelle di Carini e di Partinico. Infatti, cosa andrebbero a fare i mafiosi se non potessero estendere il loro potere e i loro intrighi nella distribuzione delle acque irrigue, nella vendita dei giardini, negli affari di armenti e di greggi, nei mercati dì carne, nei traffici dei porti, negli appalti di grosse opere pubbliche e private, nelle anticamere delle prefetture e dei municipi? Forse, costoro, non hanno mai visto mafiosi siciliani a Roma, e andare e venire dai ministeri?”.

Don Luigi Sturzo, alla fine degli anni ’50 osservava che il fenomeno mafioso “ si è trasferito dalle campagne alle città, dalle case dei latifondi a quelle degli uomini politici, dai mercatini locali a gli enti pararegionali e parastatali”.

Basti pensare alle sue preoccupazioni sull’operazione Milazzo: “povera Sicilia mia, povera Italia: ora la mafia diventerà più crudele, e dalla Sicilia risalirà l’intera penisola per risalire forse oltre le Alpi” (pag. 265).

Luigi Sturzo condusse la sua battaglia per la moralizzazione della vita pubblica della quale faceva parte la denunzia della cultura mafiosa nelle vesti del sacerdote, del sociologo e del leader politico, per diffondere e praticare i principi cristiani in seno alla società.

Sturzo sostiene che per combattere le varie mafie si tratta di comprendere come non innanzitutto e solo come problema di sottosviluppo economico , ma come un problema culturale, morale e religioso. La mafia potrà essere sconfitta attraverso un profondo cambiamento di mentalità che porti a non idolatrare il denaro e la violenza e a ritrovare il nesso indispensabile che deve legare morale e politica.

Uno degli insegnamenti di Sturzo, valido ed attuale oggi in un momento di caduta di valori etici comunemente condivisi, è che la soluzione della questione meridionale, come questione nazionale, è innanzitutto una soluzione etica, che si serve dell’economia e della politica come importanti e necessari strumenti, ma che trova il suo fulcro in una collaborazione tra Stato ed energie umane, economiche e sociali dei meridionali, cementate da una comune tensione morale e religiosa basata su un’antropologia sociale ispirata ai valori cristiani e ai principi della sussidiarietà, della solidarietà e del bene comune propugnati dalla dottrina sociale della Chiesa.

Ma Sturzo non è stato isolato. Sarebbe interessante approfondire l’apporto a questo tema da parte dei tanti preti sociali vissuti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del novecento e nella pubblicistica cattolica.

Voglio aggiungerne la testimonianza di don Giulio Virga un sacerdote impegnato nel sociale di San Giuseppe Jato che davanti al giudice Triolo il 12 aprile 1926 dichiarava: “Intendo riferirmi alle violenze e prepotenze esplicate dai componenti ed affiliati della maffia che anche in questi comuni, come altrove ha cercato, con imposizioni minacce, rapine, omicidi e danneggiamenti fare allontanare i contadini dalla terre allo scopo evidente di impossessarsi a breve scadenza delle terre, sia prendendole in gabella sia acquistandole definitivamente. Ho sempre combattuto apertamente la delinquenza ovvero la maffia che ho sempre considerato la rovina di questi paesi…. Infinite furono le violenze e le prepotenze esercitate nelle campagne degli onesti e pacifici cittadini, che tutti i delitti più gravi, specialmente di sangue, sono stati consumati dalla maffia che era sicura  di rimanere impunita per le aderenze e protezioni che vantava anche da parte di personalità politiche…” (Gioacchino Nania, San Giuseppe e la mafia, Firenze 2000).

mons-michele-pennisiCon la mia presenza oggi voglio riaffermare la radicale incompatibilità tra mafia e vita cristiana e il  conseguente rifiuto di ogni compromissione della comunità ecclesiale col fenomeno mafioso.

La Chiesa non può tornare indietro su questa via. Tanto più che questo cammino storico è stato suggellato dalla splendida testimonianza del martirio del beato don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia solo perché fedele al suo ministero.

La memoria di questo martirio come quella di altri sacerdoti uccisi dalla mafia nel primo ventennio del secolo scorso (don Filippo Forti ucciso a San Cataldo nel 1910, don Giorgio Gennaro ucciso nel 1916 a Ciaculli, don Costantino Stella parroco di Resuttana ucciso nel 1919, Don Stefano Caronia arciprete di Gibellina ucciso nel 1920 e Don Gaetano Millunzi di Monreale ucciso il 13 settembre 1920),  è impegnativa per la Chiesa siciliana e per la Chiesa tutta.

Il loro “martirio” non va disgiunto e isolato da quello di numerosi altri uomini rappresentanti delle istituzioni tra cui magistrati , appartenenti alle forze dell’ordine, giornalisti, persone comune che sono state definiti “martiri della giustizia” da Pio la Torre a Rocco Chinnici, da Alberto della Chiesa a Boris Giuliano, da Piersanti Mattarella a Mario Francese, da Cesare Terranova a Pietro Scaglione, da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, da Placido Rizzotto a Peppino Impastato.

E’ compito della Chiesa sia aiutare a prendere consapevolezza che tutti, anche i cristiani, possono rischiare con il silenzio e l’indifferenza di alimentare l’ humus dove alligna e facilmente cresce la mafia, sia indurre al superamento dell’attuale situazione attraverso la conversione  al  Vangelo, capace di creare una cultura antimafia fondata sulla consapevolezza che il bene comune è frutto dell’apporto responsabile di tutti e di ciascuno.

La lotta alla mafia passa, anche se non si esaurisce, attraverso un rinnovato impegno educativo e pastorale che porti ad un cambiamento della mentalità e dei comportamenti concreti, ad una profonda “conversione” personale e comunitaria.

La Chiesa sente di avere una sua responsabilità per la formazione di una diffusa coscienza civile di rifiuto del costume e della mentalità mafiosi e si impegna nell’opera educativa e formativa dei suoi fedeli e, più in generale, di quanti, anche non credenti, vengono a contatto con le strutture educative da essa condotte o animate. Essa non si sente estranea all’impegno, che è di tutta la società siciliana, di liberazione dalla triste piaga della mafia.

Alla comunità cristiana si richiedono dei gesti originali che interpellino cattolici e laici ad interrogarsi sulle modalità di una prevenzione dei reati collegati col fenomeno mafioso impegnandosi per la diffusione di una cultura della legalità e all’educazione a concepire il potere come servizio al bene comune e ad un uso modigerato del denaro che non ne faccia l’idolo a cui sacrificare tutto.

Source: Presentazione del volume “L’altra resistenza” | webdiocesi.chiesacattolica.it

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