Cultura

Staglianò: “Quando pensiamo di non potercela fare… guardiamo Maria” | ZENIT – Italiano

Maria di Nazaret da conoscere e amare | ZENIT – Italiano

mons-antonio-staglianòNel suo nuovo libro, edito da LEV, mons. Antonio Staglianò approfondisce teologia, devozione, poetica ed omiletica sulla Vergine Maria

27 OTTOBRE 2016

Il libro di mons. Antonio Staglianò dal titolo “Maria di Nazaret da conoscere e amare” edito dalla (LEV), fornisce molti spunti di riflessione e ci dà l’occasione di parlare con l’Autore per approfondire la struttura del volume e conoscere da vicino Maria, donna ebrea, primo tabernacolo e modello di umanità.

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Eccellenza, il libro da Lei scritto ed edito dalla LEV, dal titolo Maria di Nazaret da conoscere e amare è un manuale di mariologia per teologi ed addetti ai lavori o è un testo di carattere divulgativo?

Proprio di carattere divulgativo non è, anche se c’è tutta una seconda parte abbastanza corposa, dedicata alla poetica e all’omiletica, che intenterebbe rivolgersi sicuramente ad un pubblico molto più ampio. Mentre tutta la prima parte dedicata alla teologia (anche quella dedicata alla devozione) è di alta divulgazione scientifica. Però c’è da dire che molte pagine sono approcciabili da persone di media cultura.

Le considerazioni conciliari su Maria, quanto hanno influito nel Suo testo?

Bisogna considerare che la riflessione su Maria, prima del Concilio Vaticano II, apparteneva alla riflessione sull’uomo. Infatti, la mariologia era un capitolo dell’antropologia teologica che si interessava di mostrare chi era l’uomo risorto in Cristo. Alla fine indicava Maria come apice della creazione umana. Maria era la donna, cioè l’essere umano che costituiva, in Gesù, il modello dell’umanità piena, realizzata e perfetta. Il Concilio Vaticano II pone Maria dalla riflessione antropologica (capitolo VIII della Lumen gentium) a modello e tipo della Chiesa. Dopo il Concilio, la mariologia tende a sposarsi maggiormente con l’ecclesiologia, cioè con la riflessione sulla Chiesa e non più direttamente con la riflessione sull’uomo. Maria di Nazaret, nello stesso tempo, ha a che fare con l’uomo e con la Chiesa, che è sacramento dell’unità degli essere umani con Dio e perciò degli esseri umani tra di loro. Non dimentichiamoci che la Chiesa è nel mondo per rivelare l’unità di tutti gli esseri umani, nella misura in cui tutti gli esseri umani sono uniti con Dio. Direi che il mio testo è totalmente conciliare. La sua presunzione è quella di elaborare una mariologia ecumenica partendo dai dogmi cattolici (dell’Immacolata e dell’Assunzione, anche detti “dogmi moderni”) che, come è noto, sembrano essere proprio gli ostacoli principali al dialogo ecumenico. Il dialogo ecumenico su Maria vive su due assiomi: la Maria biblica ci unisce, mentre “le mariologie” ci dividono. Questo testo è stato configurato in maniera tale da interrogare, stuzzicare e mettere in crisi questo assioma, chiedendo: ma è proprio vero? Pone interrogativi di carattere epistemologico su Maria. Per esempio: la Maria biblica non è essa stessa una mariologia? Se le confessioni della nostra fede ci diversificano è chiaro che si differenziano anche nell’approccio alla lettura di Maria nel Testo Sacro. L’evangelista Luca, leggendo Maria come la offre nel Vangelo, non ci dà una sua mariologia? Ormai gli studi di teologia, a livello epistemologico, l’hanno accertato. Leggiamo biblicamente il dogma dell’Assunzione e dell’Immacolata, a partire da una possibile apertura di senso, iniziando dai dogmi, e lavoriamo sulla Maria biblica. In definitiva vorrei dire: vediamo se è possibile trovare unione proprio partendo dai dogmi e non prescindendo da essi, poi andiamo alla Maria biblica. Anche perché, se un cattolico legge la Maria biblica ha già la forma mentis dei dogmi. Non può prescindere da essi. Quindi: invece di prescindere lavoriamo proprio su di essi.

All’interno del libro ci sono dei testi poetici. Qual è il motivo per cui ha deciso di inserirli?

Perché questo è un testo teologico. Come disse Martin Heidegger “l’ultimo esito della filosofia è la poesia”. Si comprende che il filosofare è riflessione intensiva, raziocinio critico. La riflessione degli esseri umani non è solo quella del concetto. Tanto più la riflessione filosofica, razionale, critica, argomentativa, come quella teologica, che ha a che fare con Dio, non può essere ridotta ad un concetto. Noi comprendiamo che i temi teologici sono disponibili alla nostra riflessione critica ma non si può razionalizzare il mistero. Si può esplicare il mistero, ma non si può spiegare, nel senso di ridurlo ad un ragionamento sillogistico nella forma aristotelica. Si può, a limite, capire il ragionamento, ma capire Dio, conoscere Maria in Dio, significa entrare in una profondità di senso che riguarda la mia vita e tutta la storia, ma tutto questo non è esprimibile attraverso il concetto. Il rendere ragione della nostra fede nella forma critica della teologia è soltanto un percorso, non un fine. Sant’Agostino affermò che “noi non diciamo tanto per dire, ma per non essere condannati a tacere”. Il Vescovo d’Ippona dice tanto, ma è consapevole che, nonostante tutto, resta il mistero da adorare. Chiediamoci, a questo punto: qual è il registro linguistico umano che può aiutare anche la teologia a collocarsi innanzi al mistero in adorazione? È la poesia! Il registro poetico, in quanto non prescinde dalla razionalità, si pone in maniera sintetica come un’evocazione ed invocazione, come un dialogo. La teologia, attraverso la poesia, resta teologia pur essendo poesia.

Lei afferma che il mariologo calabrese, P. Stefano De Fiores, è costruttore della mariologia contemporanea. Successivamente riconosce al sacerdote monfortano la nascita del testo che noi oggi possiamo apprezzare. Ci spiega perché?

L’ho sempre guardato come un maestro e come un punto di riferimento. P. Stefano De Fiores non è stato uno “speculativo”. Non ha organizzato una mariologia speculativa. Ma con le sue ricerche, a tutto campo, attraverso la sua produzione, ha elaborato testi che sono il punto di riferimento per chiunque voglia scrivere di mariologia contemporanea. Avendo promosso, attraverso l’associazione internazionale di mariologia, dei congressi a grande impianto ecumenico, è stato, come teologo, conosciuto da tantissimi teologi a livello internazionale, che hanno trovato in lui un motore di ricerca che li ha spinti a pensare. Io stesso devo quest’opera a lui, a doppio titolo. Moltissimi materiali che qui sono convenuti sono frutto di mie relazioni ai diversi congressi internazionali organizzati da P. Stefano, ed ai quali spesso mi ha invitato. Ma ancor di più, questo libro ha in De Fiores l’autore perché fu sua l’idea di realizzarlo. Quando diventai Vescovo, mi venne a trovare dicendomi: “ricordo bene i tuoi interventi ai congressi, perché non pubblichi un volume?” ed io con molta amabilità risposi: “lo faccio volentieri se tu ritieni che siano cose che valgono, ma essendo ora Vescovo ho tempo limitato, se tu mi aiuti si farà” e lui lo fece, costruendo il testo ed indicandomi le parti mancanti e quindi da completare, per rendere l’opera organica come ora lo è. Quando improvvisamente morì, io affidai la cura a don Ignazio Petriglieri (mio vicario episcopale per la cultura) ma ormai eravamo agli sgoccioli.

Nel suo libro si nota come Lei sia rimasto particolarmente colpito da Nostra Signora di Guadalupe. Ci potrebbe aggiungere qualche particolare a tal proposito?

Nostra Signora di Guadalupe è un affronto al razionalismo contemporaneo. La presenza “fisica” di questa immagine, apparsa il 12 dicembre del 1531 ad un indio, Juan Diego (proclamato Santo da San Giovanni Paolo II nel 2002), è una sfida continua al razionalismo scientista contemporaneo! La domanda che questa immagine pone è la seguente: ma tu come spieghi, scientificamente, che io esisto? Considera che l’immagine di Guadalupe è studiata come la Sindone, con diversi approcci. La stessa tilma, costituita da fibre di agave, è rimasta intatta, senza polverizzarsi, nonostante siano passati circa 500 anni. Anzi, manifesta addirittura poteri di autorigenerazione (intorno al 1700 è caduto dell’acido lasciando delle tracce profonde che successivamente si sono diradate). La scienza del XXI secolo non riesce a dare una spiegazione. E come spieghi – questa è un’altra provocazione forte – che l’immagine, da tutti visibile, per lo scienziato risulta bianca al microscopio? Perché non rileva i pigmenti, pur presenti e visibili ad occhio nudo? I colori ci sono, li vedono tutti. A me quello che colpisce maggiormente è il suo volto meticcio. Nel 1531, a Guadalupe,la Madonna ha anticipato di circa un trentennio l’emergenza antropologica del messicano. Assume il volto di un popolo che ancora deve formarsi, nell’incontro futuro tra gli spagnoli e la gente del luogo. Un’altra realtà bellissima è la seguente: noi sappiamo che l’apparizione è avvenuta il 12 dicembre del 1531, e ne veniamo a conoscenza da un codice scritto cinquant’anni dopo l’evento. Oggi, grazie alla scienza, noi sappiamo con esattezza che l’apparizione impressa nella tilma (non disegnata da nessun uomo) è avvenuta alle ore 11:40. Mi chiederai: come si fa a saperlo? Ebbene, le stelle sono collocate sul manto della Madonna così come erano a Città del Messico il 12 dicembre del 1531 alle ore 11:40. Il tutto può essere ricostruito, grazie ad uno studio astronomico, con le mappature delle costellazioni nel cielo. Allora, lo scientismo che afferma “esiste solo ciò che vedi” nega allo stesso tempo ciò che si vede, cioè, Nostra Signora di Guadalupe. È un paradosso. Perché il telo si vede e si tocca (e non si disintegra), e nonostante tutto la scienza nega l’evidenza. Ecco che lo scientismo si contraddice.

Source: Maria di Nazaret da conoscere e amare – ZENIT – Italiano


Staglianò: “Quando pensiamo di non potercela fare… guardiamo Maria” | ZENIT – Italiano

Il vescovo di Noto approfondisce i contenuti del suo libro edito da LEV “Maria di Nazaret da conoscere e amare”

2 NOVEMBRE 2016  

Nella seconda parte dell’intervista a mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto, ZENIT ha voluto approfondire i contenuti del suo libro “Maria di Nazaret da conoscere e amare” (LEV) affinché si possa meglio apprezzare da vicino Maria e la sua piena umanità. [Per leggere la prima parte dell’intervista cliccare qui]

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Come dev’essere considerata la devozione popolare mariana?

La devozione popolare mariana si è costruita nel tempo, a partire da quel sensus fidelium ed anche da quell’istinto religioso che nel popolo di Dio esiste. Questo senso è un tratto caratteristico dell’espressione popolare della fede. La pietà popolare mariana si differenzia in base al territorio. Le tradizioni del luogo, infatti, caratterizzano l’espressione della pietà popolare. Se noi volessimo trovare nella pluralità della devozione popolare qualcosa che tutti accomuna, eccoci di fronte ai dogmi della fede cattolica, cioè le “verità di fede” che sono fissate, benché in un tempo “per sempre” ad affermare chi è il soggetto – in questo caso Maria di Nazaret – su cui le diverse forme della pietà popolare diventano manifestazioni di fede. Se noi non puntiamo sul dogma della fede, c’è il rischio che la persona di Maria venga idolatrata ed esaltata ma non amata. Cioè si perde la bellezza che essa esprimeva nella ferialità (come direbbe don Tonino Bello), la donna del grembiule, la donna che serve… quando attraverso le forme della religiosità popolare esaltiamo Maria, giustamente come “Regina degli Angeli e dei Santi”, che contenuto mettiamo in quel termine di “Regina”? quello dello Stabat Mater? (Maria ai piedi della croce), mettiamo il contenuto del suo essere immacolata, cioè preservata dal peccato originale e perciò più disponibile al dono ed all’amore crocifisso? La Donna che non è stata toccata dal peccato, vive senza esperienze di chiusura, di egoismo e di autoreferenzialità, di conseguenza è tutta disponibile al servizio di Dio e dei fratelli. Ecco, abbiamo bisogno dei dogmi della fede perché le tradizioni popolari possano essere doverosamente manifestazioni cattoliche che hanno al centro Maria di Nazaret. Ecco il perché questo titolo al libro, perché Maria è da “conoscere” e “amare”, affinché Essa ci porti a Gesù, vero centro della fede cattolica.

La mariologia non è certo secondaria per parlare di teologia e di Chiesa. Il discorso su Maria è necessariamente teologico. Ma spesso, a parlare di Maria, non sono i teologi ma i testimoni… ci potrebbe spiegare perché?

Tale affermazione vale per l’esperienza cristiana, in generale. Il testimone si manifesta nella forma concreta di un’opera, e cioè l’opera di una vita donata nell’amore. È un’epifania di chi è Maria e di chi è Gesù. Io posso conoscere e amare Maria attraverso lo studio di un libro di uno spirituale, che ha una forte devozione alla Madonna, pensiamo per esempio a San Luigi Grignon de Monfort, che parla della vera devozione a Maria, pensiamo alla lezione di San Francesco Antonio Fasani, il padre di Lucera, che è stato anche un grande “programmatore pastorale” attraverso Maria. Se leggi i testi e le preghiere dei grandi della devozione mariana come San Bonaventura, allora conosci Maria e la ami di più, attraverso lo studio che ti trasmette il sentimento, l’intuito ed il vissuto di tanti Santi. Però, immaginiamo che San Giovanni Paolo II non avesse scritto su Maria (solo immaginando, in quanto sappiamo che egli ha scritto tanto su Maria), ma da come ha vissuto e nell’aver visto che nel suo scudo di pontefice era presente il motto “Totus toos” (riferito a Maria), capiremmo che il suo cristocentrismo rispetta il motto “Ad Jesum per Mariam”. Il Papa ha mostrato in sé la forma cattolica per eccellenza, fondando il suo servizio d’amore e di vita nel ministero mariano.

L’essere “donna” di Maria, la sua umanità, la sua femminilità e maternità a volte viene sottaciuta. Maria era una donna ebrea. Quanto è importante tenerne conto nella riflessione teologica?

Questa insistenza sulla condizione umana di Maria mi meraviglia. Maria è stata solo un “essere umano”, una donna. Capisco quello che si vuole sottolineare per quell’effetto ottico che c’è, in quanto qualche “devozione da esaltazione” ha trasformato Maria in una semidea, ma Maria è stata pienamente donna nella ferialità. Don Tonino Bello mette in evidenza Maria come ebrea, come donna come madre, che coccola il suo figlio Gesù, che lo nutre e che lo educa. È stata pienamente donna anche nel momento in cui ha detto “Si”. È stata colta dalla vocazione di Dio per la generazione del Verbo, attraverso la sua carne, mentre era una donna ebrea, che voleva sposarsi ecc. Mette a disposizione la sua vita affinché il grande progetto d’amore di Dio si possa compiere ed il Messia possa nascere in Israele. Quando Maria è stata colta dalla vocazione sublime, con l’Angelo che va da Lei, non capiva quello che stava succedendo. L’ha semplicemente accolto senza troppa filosofia. Accogliendo anche il rischio della lapidazione (in quel tempo) ma fidandosi di Dio, Maria, va avanti e cresce meditando nel suo cuore quello che vede, anche sotto la croce, anche se addolorata. Maria è tipo di ogni essere umano ed è tipo della Chiesa che nella sequela del Figlio saprà donare la vita al mondo.

Potremmo affermare che il cristiano debba essere necessariamente anche mariano?

Il cristiano non può non essere mariano proprio perché cristiano. Che vuol dire essere cristiano? Vuol dire avere lo Spirito Santo ricevuto il giorno del Battesimo. Ma essere cristiano vuol dire che questa tua identità profonda, data dal fatto che lo Spirito abita in te, la vivi all’interno della comunità che è la Chiesa. Come la vivi? Nelle teorie fantasiose della tua immaginazione, o nelle vie lattee della tua riflessione teologica? No. La vivi nella tua carne! Cioè la vivi nella tua umanità. Perciò è necessaria Maria ad ogni cristiano. È nell’umanità che si manifesta l’essere cristiano, non altrove. Vedi se una persona è cristiana in come vive la sua umanità, in quale modello di umanità realizza ed incarna. Chi è che devi guardare per essere umano? A colui che ti ha donato lo Spirito Santo perché quello che hai dentro la tua carne è lo Spirito del Risorto. L’umanità di Gesù non è un concetto, non è un’idea. È l’umanità che Maria di Nazaret ha dato al Figlio. Maria è indispensabile all’evento cristiano semplicemente perché lo è stata fin dall’inizio. La carne di Gesù è la carne di Maria. Sia geneticamente che culturalmente e geograficamente. Voler seguire Gesù nella sua umanità senza Maria non si può. La Rivelazione cristiana è l’auto-comunicazione di Dio nella storia, come storia, è l’umano di Gesù che mi rivela il vero Dio e mi dice come io, da vero cristiano, guardando il vero volto di Dio, devo togliermi tutte le maschere per mostrare il mio vero volto di cristiano. Maria serve a togliere il mascheramento universale del cristianesimo che vuole dirsi cristiano perché religiosamente prega ma non si concepisce mariano perché non fa la volontà del Padre. Maria è il modello di colei che fa la volontà del Padre. Quando pensi che fare la volontà di Dio sia difficile guarda Maria! E quando guardi Maria, considera che Ella era pienamente umana, come te. Era sì preservata dal peccato originale, ma a te il peccato originale ti è stato tolto col Battesimo. Certamente siamo deboli, peccatori, limitati, ma anche a noi Dio ha dato lo Spirito Santo. Noi siamo cristiani ripieni di Spirito Santo, e nella forza di Dio possiamo raggiungere la statura alta dell’umanità di Cristo, perché siamo con Maria. E quando pensiamo di non potercela fare guardiamo a Lei dicendoGli: “Tu che hai obbedito alla parola di Dio, Tu che hai dato carne alla parola di Dio, il Tuo grembo che è esperto in umanità, allora, gesta anche me nel tuo grembo, perché io possa essere come il Figlio Tuo, umano com’è stato umano Gesù”. Attenzione, il mistero cristiano è essere umani come lo è stato Gesù. Dobbiamo cioè realizzare l’infinito compito che è iscritto nella nostra umanità.

Che ruolo hanno le apparizioni mariane nel processo di fede?

Le apparizioni mariane hanno un grande ruolo, soprattutto nei processi di secolarizzazione che i tempi moderni stanno patendo. Il rischio è di non avere più il senso e la percezione minimale del soprannaturale. In questo processo, a forte matrice scientista, gli esseri umani si stanno convincendo sempre più che è reale solo ciò che vedi, tocchi e misuri. È reale solo la quantità, ciò che mangi. Ma questo è falso, anche filosoficamente. In quanto è molto più reale ciò che non vedi ma con l’intuito capisci dell’altro. Anche se l’altro non riesce a comunicartelo. Io vedo la bontà delle apparizioni perché restituiscono il senso del soprannaturale. Precisiamo che le stesse non aggiungono nulla alla Rivelazione. Maria, che è madre, risveglia l’uomo dal sonno dogmatico della società dell’ipermercato, che pretende affermare: esiste solo la pura materia e non ti fidare di chi ti dice che esiste anche altro ma che tu non lo vedi. Il veggente, in questo caso, ha anche una funzione di mediazione, con la sua presenza afferma: non esiste solo ciò che vedi e tocchi, ma esiste una realtà più profonda che si può manifestare e ti può anche parlare. Questo, secondo me, è il senso dell’apparizione di Maria. Ovviamente dall’altro lato dobbiamo stare attenti ai messaggi di Maria. Io punterei sull’evento dell’apparire. Le apparizioni sono possibili!

Sorgente: Staglianò: “Quando pensiamo di non potercela fare… guardiamo Maria” – ZENIT – Italiano

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