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Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi | Mons. Antonio Staglianò

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Messaggio per il cammino di fede dei cattolici della Diocesi di Noto verso la Pentecoste

  Carissimi,

vi saluto di cuore tutti, insieme, come popolo di Dio, e ciascuno, come “persone”. Tutti in cammino per crescere nella fede in Gesù, vivendo, nella nostra umanità: guardiamo all’umanità bella e buona e vera del Maestro di Nazareth, il Signore che ci salva la vita, liberandola da ogni schiavitù vecchia e nuova.

L’incontro con Gesù libera
1. L’incontro con Gesù libera sempre, scioglie il male che è dentro di noi e fuori di noi, mentre chiede di stabilire tra noi, e con gli altri, nuove relazioni umane calde e generose, pacificanti e Certo, perché questa liberazione accada, è indispensabile conoscere Gesù, “via verità e vita”, perché si realizzi la promessa: “conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Gesù è la verità-in-persona. Qui, allora, non si può indulgere su discorsi teorici, men che meno su parole facilmente riconducibili a chiacchiere. In Gesù, la verità ha carne, perché l’amore vero, che egli porta, vive e soffre in un corpo umano, toccabile da tutti. Nei sacramenti della fede, tutti i cattolici possono far diventare quest’amore “proprio corpo”, “propria carne”.

“La pace è finita, fuori, andate a Messa”
2. Pertanto, resta fondamentale – per incontrare Gesù, la Verità che libera –, partecipare all’Eucarestia domenicale. Qui, Dio si lascia toccare e Qui avviene la “santa trasformazione”: i segni del lavoro dell’uomo (pane e vino) diventano corpo e sangue di Gesù, e l’amore eucaristico di Gesù diventa partecipato al nostro cuore, facendosi in qualche modo corpo nostro. “Fate questo in memoria di me”, non riguarda il gesto rituale (cioè, celebrare l’eucarestia), ma la vita eucaristica del cristiano. Nel suo intuito profetico, don Tonino Bello chiedeva al diacono di terminare la celebrazione eucaristica con questa frase: “la pace è finita, fuori andate a messa”. Di quanta conversione personale e comunitaria c’è bisogno, per iniziare a manifestare la missionarietà delle celebrazioni dei sacramenti della Chiesa cattolica! La preghiera sia sempre legata all’opera della carità e questo avvenga nella comunità e come comunità, per le strade del mondo.

Le ceneri sul capo, l’inizio di un cammino
3. La quaresima è “tempo propizio” (kairòs) di È come una palestra nella quale si va per praticare degli esercizi capaci di allenare i nostri muscoli, allo scopo di fare sforzi non ordinari, recuperando snellezza, velocità. Si tratta, qui, della palestra del cuore: è quel muscolo fondamentale che rende gustosa la nostra esistenza, perché la riempie di senso, attraverso la pratica dell’amore. Sarà un caso, ma “cuore fa rima con amore”. Tuttavia, parlando dell’amore come lo vuole Gesù – “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12) –, allora non si corre il pericolo di rendere flaccido l’amore. Questo amore è concreto, incarnato, operoso nella carità. Perciò, il cammino quaresimale comincia ricevendo le ceneri sul capo: tutti abbiamo bisogno di riconoscere di non essere all’altezza di questo amore. Chiediamo perdono e speriamo nella misericordia di Dio che è grande, immensa, unilaterale e incondizionata, solo in Gesù, crocifisso per amore.

Attraverso la cruna dell’ego…
4. L’educazione è una questione del cuore, ha detto don Bosco. Educare viene da e-ducere, letteralmente “portare fuori”. Se il nostro cuore è imbrigliato da risentimenti, da rancori, da invidie e gelosie, da sospetti e permalosità, da desideri di vendetta e progetti d’intrighi, dovremo, in questo cammino verso la Pentecoste togliere fuori il nostro “io” da questo imbroglio. Dovremo attraversare la “cruna dell’ego”, e trasformare anche le ferite in feritoie: aprire fessure, allargare gli orizzonti, avere occhi nuovi sul dolore e le sofferenze di tanti fratelli, quelli vicini e quelli lontani. Soprattutto penso a quelli che da lontano si avvicinano, attraversando deserti e rischiando la vita sul mare per giungere da noi, sulle nostre coste, nella speranza di uno sguardo amico, di un abbraccio accogliente.

…per un cuore di carne
5. Dopo tanti anni lo abbiamo capito per via di esperienza. La Quaresima può passare “senza che accada nulla di concreto, quanto alla mia conversione”. Da settimana in settimana, da domenica in domenica, anche la partecipazione ai riti e alle preghiere non mi trasforma, come se la grazia di Dio non fosse efficace. Eppure, con Gesù risorto, si è già realizzata la profezia della discesa dello Spirito che ci risuscita dai sepolcri dei nostri peccati, dalle tombe delle nostre miserie e toglie da noi il cuore id pietra, donandoci un cuore di carne (cfr. Ez 36,26). Il cristiano è un “rinato nello Spirito”, vive di una potenza di amore che è “onnipotente”, può veramente tutto, perché, anzitutto, l’amore di Dio è stato effuso nel suo cuore (cfr. At 2,33). Il suo cuore di carne pulsa col ritmo dello Spirito santo che lo abita. Perciò, sensibile allo Spirito, afferrato da Cristo, il cristiano ha occhi nuovi, limpidi, per guardare in faccia il male e annientarlo, per riconoscere il bene
e praticarlo.

Esercizi di cristianesimo
6. Il cristiano ora agisce “secondo lo Spirito” e la sua spiritualità non può essere mai disincarnata. Lo Spirito è, infatti, lo Spirito di Gesù, il Verbo nella carne che ha sofferto ed è morto per noi, mostrando soprattutto sulla croce la forma bella e umana dell’amore. Si ama così, se si vuole amare: stabilendo con l’altro una relazione di bene per la quale ci s’impegna a dare la vita. E allora? Capisco perché il cristianesimo va esercitato, praticato. Deve diventare pratica dell’amore, opera di misericordia spirituale e corporale. La Quaresima è dunque un tempo favorevole, palestra del cuore per “esercizi da compiere” e, così, allenare la vita all’amore di Gesù per tutti, in particolare per quelli che sono poveri e indifesi, non hanno voce in capitolo e sono emarginati e soli, vivono – come dicono alcuni teologi della liberazione – “nel rovescio della storia”.

Non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra
7. La fede del cristiano è operosa nella carità. Ha due nuclei incandescenti: la preghiera, per la quale incontra il Signore e lo ascolta, mentre si affida totalmente a Lui, ricevendo “corporalmente” la sua grazia; la carità con la quale dona testimonianza del cambiamento (metanoia, conversione) della sua vita, in gesti concreti di vicinanza e di prossimità ai fratelli, di condivisione e di solidarietà, nell’obbedienza a quanto ha sempre chiesto Gesù a tutti: “dai da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, vesti il nudo e vai a trovare il disperato” (Mt 25,31-46). Tutto questo, per altro, bisogna fare senza ostentazione, senza alcun vanto. Piuttosto nel nascondimento, perché “il Padre che vede nel segreto possa ricompensarti” (cfr. Mt 6,4). C’è scritto e tutti possono leggere e rileggere: “non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra” (Mt 6,3).

Attenzione al narcisismo dell’anima 
8. Chi fa il bene e si esibisce, ha già ottenuto la ricompensa nel “plauso della gente”, nell’ammirazione conseguente, e rischia di coltivare quella malattia diffusa in tutti (particolarmente presente in chi ritiene di non averla): il narcisismo dell’anima. Questa malattia trasforma tutto in una grande specchiera, perché dovunque si guardi si possa riconoscere la propria “bella” faccia. Anche questo appartiene al “cattolicesimo convenzionale” che ospita in sé forme sottili di spiritualità mascherata: quando la maschera è tolta (e prima o poi capita) si vede subito che non è Dio a essere adorato, ma sempre il proprio io. Qui, la Quaresima diventa palestra difficile da abitare, perché chiede un supplemento di sforzo per una snellezza più grande, che tenga conto di quanto fu scritto: “l’orgoglio dell’umiltà è la quinta essenza della superbia”. E, a proposito del nostro servizio ai poveri, resta attuale quell’espressione demistificante di Mazzolari: “far strada ai poveri senza farsi strada”. Il narcisismo pastorale è sempre incombente.

Oltre il cattolicesimo convenzionale, fede vuota di carità
9. Tuttavia, il tratto caratteristico del cattolicesimo convenzionale è quello di essere una religione “vuota di carità”: dunque – per dirla con le parole conosciute di San Giacomo –, una “fede morta”. Che cosa sia una fede “morta”, si può discutere. Se morta, non è una fede, sarà qualcosa d’altro: una religione senza fede? Una religione irreligiosa? Un cattolicesimo non cristiano? Si tratta, per quanto ci riguarda, di un cattolicesimo convenzionale che pur consente di praticare i riti sacri, le assemblee liturgiche, le feste religiose, le devozioni e le “tradizioni popolari” cattoliche, ma non converte i cuori delle persone all’amore, non fa incontrare Gesù nei sacramenti (oggi troppo spesso appaltati alla mentalità consumistica dell’ipermercato) e, dunque, non movimenta le persone e le comunità alla pratica dell’amore, in quella missionarietà interiore alla fede cristiana. La fede cristiana è missionaria per sua stessa natura e, per questo, Papa Francesco chiede di “uscire, andare, accompagnare, discernere, accogliere”. Là dove questa missionarietà è spenta, allora il cattolicesimo convenzionale si struttura, si organizza, si impianta e “mortifica la fede cristiana”. Il Cardinale Giacomo Biffi ha affermato: “il vero problema del pastore non sono, anzitutto, i credenti non praticanti, ma soprattutto i praticanti non credenti”. È vero? La Quaresima è tempo favorevole per meditare anche su questo. Facciamolo riflettendo sulle parole di Papa Francesco nel suo Messaggio per la Quaresima 2018: “L’amore si raffredda anche nelle nostre comunità: nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium ho cercato di descrivere i segni più evidenti di questa mancanza di amore. Essi sono: l’accidia egoista, il pessimismo sterile, la tentazione di isolarsi e di impegnarsi in continue guerre fratricide, la mentalità mondana che induce a occuparsi solo di ciò che è apparente, riducendo in tal modo l’ardore missionario”.

Il cattolicesimo cristiano è “fede che opera attraverso la carità”
10. “Credere e amare” diventa un binomio inscindibile. Due verbi che nel cattolicesimo cristiano stanno in un rapporto indissolubile. Infatti, il cristianesimo è fides quae per caritatem operatur, fede che opera attraverso la carità. L’opera della carità appartiene alla fede, perché senza le opere dell’amore cristiano la fede si spegne e il cristianesimo marcisce. Cantiamo spesso così: “dov’è carità e amore, li c’è Dio”. Si, perché Dio è amore trinitario e nello Spirito santo è amore-in-persona. E quali sono le opere dell’amore? Anche qui la Quaresima chiede di non barare. Si potrebbero, infatti, praticare opere d’amore solo in apparenza. Ad esempio, si potrebbe digiunare per fare una dieta che costa “un certo sacrificio”, ma non è “il sacrificio di soave odore” (Ef 5,2), da rendere a Dio con il proprio corpo. San Paolo lo dice con chiarezza: “solo la carità salva, ma tu potresti dare i tuoi averi ai poveri e non avere la carità; potresti dare il tuo corpo a bruciare e non aver la carità” (cfr. 1Cor 3,13). Cos’è allora la carità? Meditiamo, in Quaresima, su questa domanda. Se lo facciamo con larghezza di cuore, i nostri occhi si apriranno alla visione e conosceremo di più la verità e da questo sapere saremo salvati: “conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi” (Gv 8,32).

“Vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre”
11. Qual è il modo, dunque, per vincere il narcisismo dell’anima, andare oltre il cattolicesimo convenzionale e vivere la fede cristiana che opera attraverso la carità? C’è una “via” preziosa, nella quale tra l’altro abitiamo, senza nemmeno accorgercene, forse. La nominiamo così: la nostra amata Chiesa cattolica. Amare la Chiesa cattolica, viverla nel suo mistero, nella sua sacramentalità: questa è la via per risorgere davvero, per dare tempo, spazio e nuovi orizzonti al Risorto nella nostra esistenza. Tante cose si potrebbero dire su questo. Qui però mi preme porre l’accento sulla più importante: siamo comunione, siamo comunità, per cui la nostra fede personale o è, cattolicamente, comunitaria, o non è fede cristiana cattolica. Le opere della carità che siamo chiamati a fare secondo la regola del nascondimento (“non sappia la tua destra quella che fa la tua sinistra), nel giorno del Signore, la Domenica, si dovrebbero fare secondo l’altro criterio, comunitario e, perciò, cattolico: “vedano le vostre opere buone e rendano gloria la Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). Immaginiamo uno scenario del genere: “dopo” la celebrazione dell’eucarestia – in
stretto collegamento con quello che i cattolici cristiani hanno vissuto nell’incontro con il corpo e sangue di Cristo-, fuori dalla chiesa di mura, per le strade delle città, si travasa un movimento di amore corporeo che, con gesti precisi di carità o con le opere di misericordia corporale e spirituale-, inonda (come un fiume in piena) le “periferie esistenziali”, di cui tanto parla sin dall’inizio del suo pontificato l’amato papa Francesco. Splenderebbe, “fuori dalla chiesa di mura”, il segno bello della Chiesa cattolica, corpo dell’amore e tutti renderebbero gloria al Dio-amore dall’eterno. È un’immaginazione creativa. Si può fare? Non sarebbe male provarci in Quaresima, per acquisire un metodo missionario, capace di rendere innocuo il potere di anestesia del cattolicesimo convenzionale.

Vincere l’alienazione religiosa
12. Chi riceve l’anestesia diventa insensibile al dolore. Se l’anestesia è totale, il suo corpo è come se fosse in coma. La Chiesa cattolica è il corpo dell’amore di Dio, manifestatosi in Gesù. Non può risultare insensibile allo Spirito dell’amore. Eppure, nel tempo, non è mancato chi ha criticato la religione come alienazione. I grandi nomi sono conosciuti (Marx, Freud, Nietzsche). Esistono oggigiorno razionalisti atei che ripetono, aggiornandolo, il concetto, riferendosi proprio alla Chiesa cattolica (e questo è nuovo, perché i loro padri non hanno mai conosciuto il cattolicesimo sociale). I giovani cantano con gusto una canzonetta di Gabbani che ha vinto Sanremo qualche anno fa, intitolata Amen. In questa si dice che i cattolici si trovano in uno “stato comatoso”, perché, dopo aver celebrato, non fanno in sostanza niente: “astemi in coma etilico per l’infelicità, la Messa ormai è finita, figli andate in pace, cala il vento, nessun dissenso, di nuovo tutto tace”. Nessun coinvolgimento, di Domenica, per i problemi della gente, per la vita del territorio, per i drammi che gruppi interi soffrono: cala il vento dello Spirito e tutto tace. Cosa invece si afferma in chi pensa di risolvere tutto con una “preghiera”, dicendo “amen”? Il miracolismo: “e allora avanti popolo che spera nei miracoli, elaboriamo il lutto con un Amen, dimentichiamo tutto con un Amen”. Che pugno allo stomaco, che dolore, quando ho ascoltato per la prima volta questa canzonetta. È vero? In parte si, in parte no? Potremmo fare di più e non solo a Natale, anche in Quaresima, verso la Pentecoste?

I giovani sono abbandonati dalla Chiesa,
prima ancora che siano loro ad abbondonarla
13. Una Chiesa cattolica che con le sue pratiche religiose, con l’insieme della sua ritualità, con i cammini di educazione cristiana, con i propri catechismi e le proprie feste religiose, liturgiche e popolari, non riuscisse ad appassionare i giovani all’umanità bella e buona di Gesù, non li avrebbe già abbandonati prima ancora che, di fatto, siano i giovani a lasciarla, dopo la cresima (e anche prima)? L’educazione cristiana appassiona alla figura di Gesù. Tanti “non credenti” (che personalmente conosco) la guardano con ammirazione e vogliono seguirla come modello di vita, pur non avendo fede. La trasmissione della fede porta “all’incontro dei ragazzi con Gesù”? O questi, anche quando sono in Chiesa, sono “ragazzi fuori”? Quante belle domande potrebbero, in Quaresima, animare la voglia delle persone di incontrarsi non solo a pregare, ma a soffrire il pensare vie nuove per una “Chiesa in uscita”. È una fatica pensare, ma dobbiamo “ritornare a pensare” (Cataldo Naro). Tanto più che in questo cammino verso la Pentecoste, tutta la Chiesa cattolica è chiamata a “pensare” la questione giovanile, nella prospettiva del Sinodo dei Vescovi di Ottobre: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Per le parrocchie, un esercizio di cristianesimo sarà anche questo: organizzare e programmare la riflessione e il discernimento per dare, tutti, il nostro contributo al Sinodo. In ogni parrocchia e, in Diocesi, attraverso la pastorale giovanile, dovremo aiutare i cattolici cristiani ad appassionarsi all’evangelizzazione dei ragazzi e dei giovani, perché trovino in Gesù il loro modello di vita.

La Pop-Theology e il Documento preparatorio del Sinodo dei giovani
14. Un pensare capace di cernita – pertanto critico, profondo, intelligente, non negligente –, che sa penetrare a fondo per portare a decisioni rilevanti e impegnative per la vita, ecco cos’è il discernimento vocazionale. Il Documento preparatorio al Sinodo dei giovani registra con chiarezza il gap comunicativo, tra il linguaggio ecclesiale e quello dei giovani e sogna: “una Chiesa che sappia lasciare spazi al mondo giovanile e ai suoi linguaggi, apprezzandone e valorizzandone la creatività e i talenti”. Risorse educative sono lo sport e la musica, com’è ben scritto: “riconosciamo in particolare nello sport una risorsa educativa dalle grandi opportunità e nella musica e nelle altre espressioni artistiche un linguaggio espressivo privilegiato che accompagna il cammino di crescita dei giovani”. È questo il contesto per cogliere la dignità pastorale della Pop Theology. La pop-Theology non è per attirare le persone in Chiesa, ma per comunicare la verità del Vangelo di Gesù, che dovremmo contemplare nella sua umanità pro-esistente, cioè tutta dono per gli altri nell’amore. A Domenica In è stato presentato il libro Pop Theology per giovani. Autocritica del cattolicesimo convenzionale per un cristianesimo umano (Rubbettino 2018), e la presentatrice, la Parodi, insisteva: “attraverso l’uso delle canzonette e della musica pop i giovani potrebbero arrivare a Dio?”. In realtà, i giovani dovrebbero essere coinvolti dall’umanità bella e buona di Gesù, la quale soltanto li porterebbe al Dio vero, il Padre suo.

L’alienazione giovanile dentro la rete
15. L’alternativa è l’alienazione cui li costringe la società dell’ipermercato e che sta già avendo effetti devastanti nella loro vita: si pensi ai giochi della stupidità, quale Pokemon go, ai giochi da suicidio, quale Blue Whale, fino all’ultima tragica scelta degli Hikikimori (=in giapponese, “stare in disparte”) che indica quanti (specialmente ragazzi e giovani) decidono di non avere contatto diretto con il mondo esterno, rinchiudendosi nella propria camera da letto per lunghi periodi, fino a diversi anni. Questi hanno ovviamente a disposizione la tastiera e internet, i social network. D’altronde, anche senza queste forme radicali, è evidente il disagio sociale creato dal fatto che il “dispositivo tecnologico” sia ormai diventato, da strumento, soggetto e abbia ridotto la persona-soggetto che lo usa a oggetto robotico, non più libero. A Sanremo, quest’anno, Diodato e Roy Paci, con la canzone Adesso, volendo raccontare la vita di oggi, hanno così cantato: “Dici che torneremo a guardare il cielo, alzeremo la testa dai cellulari, fino a che gli occhi riusciranno a guardare e vedere quanto una luna ti può bastare? E dici che torneremo a parlare davvero, senza bisogno di una tastiera. E passeggiare per ore per strada, fino a nascondersi nella sera”. Queste canzoni “danno da pensare”. Nel frattempo registrano molto della condizione giovanile alienata di oggi. L’emergenza educativa interpella l’evangelizzazione della Chiesa cattolica, e urge un di più di fantasia creativa per trovare nuovi linguaggi e nuove vie per annunciare il vangelo di Gesù, “via, verità e vita”.

“La verità-in-persona- rende liberi per amare”:
verso la Seconda Lettera pastorale
16. Dopo la visita pastorale, insieme al consiglio episcopale, sto scrivendo la seconda Lettera pastorale che vi offrirò, spero presto, con questo titolo, già molto esplicativo: La Verità-in-persona rende liberi per amare. E col sottotitolo: “Camminare nella verità, con Gesù di Nazareth, per rigenerare cristianesimo sulle nostre strade”. Cosa ci accade quando si accoglie la verità di Dio? Cambia la nostra vita e cambiano i nostri rapporti! Nella mia visita pastorale ho colto tanto bene, radicato proprio nella verità di Dio. Questo voglio, anzitutto, sottolineare e questo vi chiedo sia sempre la prima cosa a cui fare attenzione, la prima cosa da far circolare e raccontare! Credo veramente importante pensare a come la verità diventa il nostro essere Chiesa, in cui ognuno si pensa insieme con gli altri e mai da solo: quanta fatica, ma anche quanta bellezza, c’è nel mistero grande della Chiesa e nella sua chiamata alla comunione. Per questo vorrei che riprendessimo insieme – potrebbero diventare l’attenzione della prossima Pentecoste – quanto il Sinodo diocesano ci ha detto (lo recepisco come consegna grande e autorevole) sulla comunione. Anzitutto nel bellissimo titolo della decisione 31 – “Vivere del dono ricevuto” – e nella  concretizzazione di alcuni passi che hanno il sapore della verità profonda nei verbi usati: valorizzare reciprocamente, fondare le relazioni nel rispetto delle differenze e dei doni, riconoscere e accogliere. Sono i verbi che rendono vera la comunione e che forse dobbiamo far precedere a tutto quanto diciamo o decidiamo sul piano più operativo delle comunità di parrocchie.

Con Papa Francesco:
non alla sua ombra, ma convintamente con lui
17. Come Chiesa diocesana siamo l’unica Chiesa cattolica perché, anzitutto, siamo in comunione con il vescovo di Roma, oggi Papa Francesco. Il suo Magistero vogliamo seguire. Ci interessa che i sacerdoti lo possano diffondere, attraverso la predicazione, la lettura personale e comunitaria dei suoi interventi pubblici, come quello ultimo sul cammino della prossima Quaresima. Alla domanda: che fare? Il Papa ripropone i “classici” della tradizione cristiana: 1. “Dedicando più tempo alla preghiera, permettiamo al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi… [2] L’esercizio dell’elemosina ci libera dall’avidità e ci aiuta a scoprire che l’altro è mio fratello: ciò che ho non è mai solo mio. Come vorrei che l’elemosina si tramutasse per tutti in un vero e proprio stile di vita! … [3] Il digiuno, infine, toglie forza alla nostra violenza, ci disarma, e costituisce un’importante occasione di crescita”. Stare all’ombra del Papa
vuol dire “citarlo” con lo scritto e con le parole. Diverso è stare convintamente con Lui: questo significa creativamente impegnarsi a realizzare quanto ci chiede nel nome di Gesù. Così, la sua voce raggiunge veramente tutti, anche i non credenti o i diversamente credenti: “Vorrei che la mia voce giungesse al di là dei confini della Chiesa Cattolica, per raggiungere tutti voi, uomini e donne di buona volontà, aperti all’ascolto di Dio. Se come noi siete afflitti dal dilagare dell’iniquità nel mondo, se vi preoccupa il gelo che paralizza i cuori e le azioni, se vedete venire meno il senso di comune umanità, unitevi a noi per invocare insieme Dio, per digiunare insieme e insieme a noi donare quanto potete per aiutare i fratelli!”.

Rinnovare dal profondo la nostra pastorale
18. Il cammino che Papa Francesco propone ai singoli e ovviamente rivolto alle comunità cristiane e alla nostra Chiesa Diventa allora un invito a rinnovare dal profondo la nostra pastorale. Allo scopo, vorrei che lavorassimo molto in questa Quaresima sul numero 11 dell’Evangelii Gaudium:

“Un annuncio rinnovato offre ai credenti, anche ai tiepidi o non praticanti, una nuova gioia nella fede e una fecondità evangelizzatrice. In realtà, il suo centro e la sua essenza è sempre lo stesso: il Dio che ha manifestato il suo immenso amore in Cristo morto e risorto. Egli rende i suoi fedeli sempre nuovi, quantunque siano anziani, riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,31). Cristo è il «Vangelo eterno» (Ap 14,6), ed è «lo stesso ieri e oggi e per sempre» (Eb 13,8), ma la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili. Egli è sempre giovane e fonte costante di novità. La Chiesa non cessa di stupirsi per «la profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio» (Rm 11,33). Diceva san Giovanni della Croce: «questo spessore di sapienza e scienza di Dio è tanto profondo e immenso, che, benché l’anima sappia di esso, sempre può entrare più addentro». O anche, come affermava sant’Ireneo: «[Cristo], nella sua venuta, ha portato con sé ogni novità». Egli sempre può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità, e anche se attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai. Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività di- vina. Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale. In realtà, ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre “nuova”.

Tutto da rilanciare per un cristianesimo vivo tra noi
19. Certo in diocesi, nella visita pastorale ma anche in genere, ho riscontrato una bella presenza di catechisti e di animatori liturgici, un fiorire di opere caritative e d’intel- ligente azione pedagogica della nostra Caritas, una cura viva della pastorale familiare e giovanile, uno sforzo di comunicazione che si condensa nel nostro periodico “La Vita diocesana” e nel sito; l’attivarsi della pastorale familiare e di tutti gli altri ambiti (pasto- rale sociale, ecumenismo, migranti) nella misura delle possibilità, ma anche con tanto impegno e servizi trasversali (penso a Policoro); presenze che sono un dono grande del Signore (la comunità missionaria intercongregazionale). Si aggiunge il mio sforzo di co- municare attraverso la pop-Theology con la sensibilità contemporanea e dei giovani in Tutto questo va rilanciato, ma, soprattutto, reso vero dalla comunione, da una comunione affettiva ed effettiva. Al tempo stesso, la comunione viene aiutata dalla mis- sione: quanto più condividiamo gioie e dolori della gente, tanto più avvertiamo che dob- biamo rafforzare quella comunione che ci permette di meglio corrispondere alle attese e donare il Vangelo nella sua forza.

Camminiamo non da soli, ma con i nostri santi e Maria scala al Paradiso
20. Non siamo soli nella Chiesa Abbiamo guide sicure in questo cammino. Sono i nostri santi. San Nicola, cui è dedicata la nostra splendida Cattedrale di Noto, la cui figura e il cui mistero dovremmo anche recuperare nella nostra devozione. Allego a questo messaggio una Preghiera a San Nicola. In questi giorni, poi, ricorre la grande festa a San Corrado Confalonieri, con la presenza del confratello vescovo di Piacenza, Gianni Ambrosio. Sia San Corrado ad accompagnarci in questo cammino quaresimale, verso la Pentecoste, insieme a Maria di Nazareth, che veneriamo sotto il dolce titolo di Scala al paradiso. Là, in paradiso, speriamo di ritrovarci tutti: dove la bellezza del cristianesimo splenderà nell’essere riconosciuti dal Padre, figli nel Figlio suo, perché, guardandoci in faccia, “sorriderà” dalla gioia di costatare che i cristiani assomigliano in tutto a Gesù.

Buon cammino quaresimale, verso la Pentecoste, vostro nel Signore

Noto, 18 Febbraio 2018
Prima Domenica di Quaresima

+don Tonino, vescovo


Appendice

Preghiera a san Nicola di Bari

Titolare della Basilica Cattedrale di Noto

Mirabile e grande esempio di pastore
Oh! San Nicola, Vescovo buono,
a te veniamo fiduciosi con tutto il cuore.

Ti preghiamo per la Chiesa cattolica,
popolo di credenti e battezzati,
per il nostro Vescovo e i presbiteri,
i diaconi e per tutti i consacrati,
assistili tu, nei pensieri e nelle azioni,
convertìti ogni giorno dall’amore,
annuncino il Vangelo con passione,
e siano veri profeti di misericordia,
autentici testimoni di comunione.

Come Gesù, il “buon Samaritano”,
Oh! san Nicola, a tutti tendi tu la mano,
in situazioni di dolore e di precarietà,
splende l’amore generoso nella tua bontà.
Ottienici di crescere in compassione,
per guarire le piaghe dell’indifferenza
e liberarci da meschine tentazioni.

L’amore è credibile, solo se testimoniato,
oh! San Nicola noi guardiamo a te,
nostro modello, a come tu hai amato,
in Oriente e Occidente
allargando gli spazi della carità
aiuta i cristiani a vincere le divisioni,
per vivere tutti uniti nella Verità.

E mentre crescono tra noi nuove povertà,
vinca il coraggio nostro sulle mediocrità,
guidaci tu, ti preghiamo, oh! buon pastore,
a edificare sempre la civiltà dell’Amore.

+Antonio Staglianò, vescovo di Noto

Source: Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi | Mons. Antonio Staglianò

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