Storia

I vescovi alle prese con i problemi sociali | Archivio Storico Eoliano

Riesplodono i conflitti sopìti

lipari-fumaroleVulcano con i suoi fenomeni geologici: le fumarole e il mare che bolle.

Potrebbe sembrare che quelli di mons. Castillo e mons. Ventimiglia siano due episcopati tranquilli, privi di conflitti, sia per mancanza di contenzioso, sia per capacità e prudenza dei presuli. Eppure nel periodo di mons. Castillo per quanto breve e fortemente caratterizzato dal terremoto, qualche problema di giurisdizione con i giurati si era pure presentato per la proibizione di “vendere le cose commestibili innanti alla chiesa cathedrali in tempo che si celebra la messa cantata” e soprattutto circa la competenza di dare permessi per raccogliere legna – jus lignandi – e pascolare – jus pascendi – nell’isola di Vulcano che il vescovo riteneva fosse sua giacché del vescovo era la potestà sull’isola mentre i giurati la rivendicavano asserendo che l’isola era nel dominio del re. Problemi che si erano sorti quando il 26 febbraio ed il 9 marzo del 1693 il vescovo aveva emesso gli editti. Così i giurati erano ricorsi al vicerè che li aveva affidati al Real Patrimonio. La sentenza di questo Tribunale del 3 novembre 1693 lodava il vescovo per avere difeso il “decoro divino” mentre per lo jus lignandi e jus pascendi affermava che non potevano regolarlo né il vescovo né i giurati ma che dovesse – a determinate condizioni – rimanere libero[1].

Al verdetto di Tribunale di Palermo mons. Castillo non replica non sappiamo se perché gliene fosse mancato il tempo o perché avesse ritenuto che non valeva la pena aprire un conflitto per una cosa di scarsa rilevanza.

Quanto a mons. Ventimiglia abbiamo visto come è lui steso a toglier l’occasione quando sorge un conflitto sull’industrializzazione di Vulcano.

Ma una vicenda insidiosa è quella provocata dall’arcivescovo di Messina mons. Giuseppe Migliaccio che ha l’obiettivo di mettere in cattiva luce mons. Ventimiglia alla corte di Spagna. Il Migliaccio scrive una lettera al re dove accusa il Ventimiglia di volersi abusivamente affrancare dalla suffraganeità a Messina e di essere un perturbatore della Regia Giurisdizione perché costringeva gli appellanti di Lipari a rivolgersi alla curia romana come se la diocesi di Lipari fosse esente dalla Giurisdizione di Messina e soggetta immediatamente alla S. Sede.

Questa lettera doveva essere del settembre del 1699 ma mons. Ventimiglia ne viene a conoscenza solo dopo la Pasqua del 1700 quando finalmente riesce ad andar a Palermo ad incontrare il viceré che gli aveva chiesto un colloquio già dall’autunno precedente. Non è difficile per il Ventimiglia discolparsi: l’arcivescovo di Messina non aveva mai convocato nessun sinodo al quale sarebbe dovuto intervenire il vescovo di Lipari e nessun liparese aveva mai fatto appello alla curia di Messina perché a Lipari tutti conoscevano la bolla di Urbano VIII che esentava la loro diocesi in perpetuo da ogni Giudice Metropolitano. E qui il vescovo ricordò la vicenda di mons. Arata, suo predecessore.

Questa vicenda si concludeva qui perché il vicerè rispondeva al re che “l’Arcivescovo senza ragione alcuna andava seminando zizzania tra il Papa e il Re, giacché spetta al Romano Pontefice dare leggi ai Metropolitani e ai Suffraganei, e far sottostare questi ultimi ed esimerli da qualsivoglia giurisdizione, come è avvenuto per la Chiesa di Lipari nei confronti di quella Messinese, mentre i diritti del Re, che sono di altra natura, restano salvi”.

Ventimiglia assicurava la S. Sede che la grave offesa arrecatagli l’avrebbe ignorata in nome della carità cristiana ma sarebbe stato bene che, per evitare in futuro questioni di questo genere magari con un diverso vicerè meno comprensivo, si intervenisse per chiarire la vicenda. Inoltre ogni anno alla vigilia dell’Assunta l’arcivescovo chiama all’appello il vescovo di Lipari e mancando questo, gli applica una multa. Si potrebbe chiedergli – suggerisce mons. Ventimiglia – sulla base di qual diritto egli si comporta in questo modo e, sulla base della sua risposta “si potrebbero adottare una volta per tutti gli opportuni rimedi[2]”.

Filippo V e la sua famiglia

Ben più grave è invece quanto accade nel 1709. Nel 1700 era morto il re di Spagna Carlo II d’Asburgo che non aveva eredi. Il trono se lo contesero il re di Francia Luigi XIV in favore del nipote Filippo e l’imperatore d’Austria Leopoldo I in nome del figlio Carlo. Il trono andò a Filippo che fu chiamato Filippo V ma scoppiò una guerra fra la Spagna da una parte e l’impero asburgico, l’Inghilterra, l’Olanda e il Piemonte di Vittorio Amedeo II dall’altra. Nel 1709 gli austro-inglesi avevano occupato il milanese, la Sardegna , il napoletano e la Calabria e puntavano alla Sicilia.

Il rigore verso gli amici dell’Austria

La Sicilia gravata da una pressione fiscale atroce e stremata dalla fame, fu invasa da soldataglie franco-spagnole con lo scopo di presidiare le piazzeforti temendo attacchi nemici. Anche Lipari ebbe le sue guarnigioni franco-spagnole che occuparono case e chiese al Castello, deturparono la Cattedrale e si comportavano con arroganza.

Il governo di Palermo era diventato estremamente diffidente e puniva con grande rigore tutti quelli su cui cadeva il sospetto che parteggiassero per l’Austria[3]. E siccome si sapevano i rapporti che il Ventimiglia manteneva con Vienna e probabilmente anche il fatto che nutriva simpatia per una amministrazione che promuoveva le riforme e lo sviluppo economico dei territori che gli erano soggetti, qualche nobile o borghese che, nella sua miopia, non aveva dimenticato la vicenda di Vulcano pensò che era venuto il momento di prendersi una rivincita. Partì quindi l’accusa che il vescovo trattava col generale delle forze austriache in Calabria. Così la sera del 10 settembre arrivò a Lipari una feluca con un capitano e venti soldati che alle tre della notte ( le 21 attuali) circondarono il Palazzo vescovile. Il capitano fece irruzione nel gabinetto del vescovo, gli intimò l’abbandono entro 24 ore dell’isola e del regno di Sicilia e sequestrò tutte le carte.

Mons. Ventimiglia non si scompose ma chiese solo il tempo per riuscire a procurarsi un po’ di quattrini per il viaggio visto che le sue casse erano a secco. Riuscì ad ottenere “sforzatamente” un prestito di onze cinquanta dal suo vicario e l’indomani mattina partì accompagnato solo da un sacerdote. Salendo a bordo del bastimento, si rivolse a chi era sulla banchina e lo guardava con compassione, sorridendo disse : “Amato mio gregge, addio. Questa ti sia l’ultima mia benedizione. Non ci vedremo più”. E così dicendo, benedisse tutti[4]. Morì a Roma il 17 dicembre del 1709, aveva sessantacinque anni.

La ricerca di un vescovo da battaglia

A Roma, nelle Congregazioni Pontificie ed in particolare in quelle dei Vescovi e dell’Immunità ecclesiastica, la politica del Ventimiglia era stata giudicata troppo tollerante ed arrendevole nei confronti delle gerarchie civili locali e nazionali, ben diversa da quella dei Vescovi di Catania e di Girgenti che non tolleravano alcuna interferenza dello Stato nelle cose ecclesiastiche ed erano pronti a sfoderare scomuniche o minacce di scomuniche.

Per questo, alla sua morte, si pensò di trovare un prelato erudito, energico, determinato e magari anche aggressivo da affiancare a questi vescovi, di modo che – da una posizione tutta speciale quale era appunto la Diocesi di Lipari immediatamente soggetta alla Sede Apostolica – potesse opporsi alla Corte di Palermo rivendicando l’autonomia ed i diritti della Chiesa. Per questo venne scelto Nicolò Maria Tedeschi, catanese, che si trovava proprio a Roma, priore del Monastero Cassinese di San Paolo fuori le mura, Cavaliere Gerosolimitano. Nicolò Maria Tedeschi era un nobile che era fuggito di casa per farsi benedettino, si laureò in teologia e insegnò a Catania fino a quando nel 1693 il suo monastero non fu distrutto da un terremoto. Promosso abate, fu destinato prima al Monastero di San Martino delle Scale a Palermo e poi a Roma dove oltre a fare l’abate ebbe ruoli di consultore del S. Uffizio e di teologo per la Congregazione dei riti, l’esame dei Vescovi, dell’Indice e delle Indulgenze.

Nominato vescovo il 10 marzo del 1710 con bolla di Clemente XI – e pare con la raccomandazione dello stesso Papa di non permettere alcun abuso da parte della Monarchia [6] – appena giunto a Lipari, come vedremo più avanti. cominciò subito a tener fede al mandato ricevuto.

La controversia liparitana

Sotto il nome di “controversia liparitana” va una vicenda apparentemente banale (la vendita di 800 grammi di ceci) che coinvolge tutta la Sicilia e la Santa Sede e mobilita tutte le più grandi potenze europee oltre a creare problemi a tanta genete, compreso esili e carceri. Una vicenda che dura circa dieci anni e che comunque si trascinerà, in qualche modo ancora nel secolo successivo. Ad essa quindi dedichiamo una parte specifica dell’Archivio.

Source: I vescovi alle prese con i problemi sociali | Archivio Storico Eoliano

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