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Un grido nella storia | L’Osservatore Romano

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lunedì-martedì 7-8 maggio 2018 pagina 6

di VINCENZO BERTOLONE

Venticinque anni fa la denuncia di Giovanni Paolo II contro la mafia aprì la strada a un cambiamento di rotta

Un grido che ha attraversato il tempo, entrando nella storia. Sono passati venticinque anni da quando Papa Wojtyła squarciò il silenzio della Valle dei Templi. Era il 9 maggio 1993. In mattinata il Pontefice aveva parlato ai giovani nello stadio Esseneto: «Gioventù della Sicilia, alzati! Ripete Gesù suscitando in chi l’ascolta una meravigliosa forza spirituale. Giovani che mi ascoltate, sì, egli vi invita a mettervi in piedi; vuole che ad Agrigento, nell’isola e in tutto il mondo i giovani prendano in mano il loro e il nostro avvenire». Più tardi, nell’area archeologica, arrivarono le parole che segnarono cuori e coscienze: «Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di Cristo, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!». Ricordare quel monito, quella presa di posizione, equivale oggi — in vista di un sinodo mondiale dei giovani — a riconsiderare come quel grido incise e incida, ancora adesso, sul rapporto tra Chiesa e mafie, tra preti e mafiosi, tra male e bene.

Che si trattasse dell’esplicitazione forte di un orientamento nuovo del magistero pontificio universale è provato dal fatto che Giovanni Paolo II sarebbe ritornato sul punto due anni più tardi, ripetendo quello che lui stesso aveva detto essere un “grido uscito dal cuore”, in cui il “giudizio di Dio” è però sempre esplicitamente correlato all’estremo “appello alla conversione” di coloro i quali, lasciandosi corrompere e aggregandosi a organizzazioni criminali, calpestano il diritto alla vita di piccoli, giovani e adulti.

Certo, quella non era la prima presa di posizione ecclesiale di fronte alle mafie. La Chiesa in Sicilia aveva già più volte rotto il silenzio, vergando peraltro duri giudizi, culminati anche nella scomunica a più riprese inflitta ai mafiosi, poi ribadita nelle Chiese particolari. Per esempio, nel settembre 1981, monsignor Luigi Bommarito aveva ribadito che denunciare la mafia è un «dovere elementare», aggiungendo che «il Vangelo è l’unico antidoto alla mafia». Eppure, vasta continua a essere l’eco che quel grido ebbe, sotto ogni aspetto. Esso ha portato a riformulare il discorso ecclesiale sulle mafie, a certificare una verità che il martirio di don Pino Puglisi renderà ancor più evidente e inconfutabile: essere mafiosi e, al tempo stesso, cristiani non è possibile.

Al di là delle apparenze, capaci di portare a non cogliere in tutta la sua pienezza la effettiva incompatibilità tra fedeltà a Cristo e militanza mafiosa. Le due scelte sono antitetiche. E proprio Puglisi, con il suo sacrificio, lo prova: se il parroco di Brancaccio fosse stato un prete molto affezionato alla visibilità e alle apparenze e un po’ meno al Vangelo e a Cristo, se pure si fosse limitato a tuonare ogni giorno dal pulpito contro la malapianta mafiosa, non sarebbe stato considerato un pericolo dai capicosca. L’ideale mafioso, è noto, è quello della tacita convivenza. Per questo Cosa Nostra è anche disposta a tollerare pubbliche riprovazioni, ma non intrusioni capillari sul territorio e tra i giovani, che costituiscono la sua riserva di caccia.

Di fronte a quel sacerdote che educa, evangelizza e promuove, che se ne sta lontano dai riflettori per portare la sfida alla mafia sul terreno della formazione e della fede, i mammasantissima mostrano il loro vero volto. Gettano la maschera. E uccidendo quel prete scomodo compiono il loro errore più grande. Perché certificano che i santini ostentati in carcere, il presenzialismo spacciato per devozione durante le processioni, lo stesso rituale d’affiliazione ispirato a richiami pseudoreligiosi, altro non sono che l’espressione d’un un ateismo — o se si preferisce, di un culto del potere — che niente hanno a che vedere col Vangelo e con la Chiesa.

Nella loro reazione v’è la chiara avversione a un impegno pedagogico ecclesiale che mette in crisi il rapporto, sino a quel momento sostanzialmente solido, tra la mera credenza e il senso dell’autentica appartenenza. Il colpo di coda, vano quanto sanguinario, di chi vuol evitare che emerga l’antiteticità tra il fedele a Dio e il credente per interesse, che professa il credo accettando però di diventare membro di un’organizzazione ispirata a tutt’altri principi, e ciò solo per conseguirne un qualche vantaggio, economico o anche solo emotivo.

È la riprova che la mafia è peccato. Strutture di peccato sono le mafie, perché per curare i propri affari non esitano a ricorrere a quel che san Paolo chiamava “il salario del peccato” (Romani, 6,23) cioè la morte. «Quando non si adora il Signore si diventa adoratori del male. E la ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune», avrebbe sottolineato Papa Francesco il 21 giugno 2014 a Sibari. Parole che arrivano a segnare come un punto d’arrivo d’un lungo percorso e a rilanciare la necessità di un nuovo inizio, da parte di una Chiesa che dopo aver bandito tentennamenti e omissioni, passa dalla presa di coscienza ecclesiale all’azione pastorale. Con quel grido nella testa, davanti agli occhi il sorriso di un prete che parlava agli uomini la lingua del Vangelo.

Source: Un grido nella storia | L’Osservatore Romano


 

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